“Il Nirvana”, “meglio del sesso”,
“pura libertà”, “l’unica
cosa per cui valga la pena vivere” provate a chiedere
ad un surfista di descrivere la sua passione e vi troverete
sommersi dai peggiori luoghi comuni.
La verità è che le parole sono uno schiaffo
in faccia alla purezza anche quando vengono dal più
devoto dei praticanti. Se avete visto gli ultimi spot in
tv in cui compaiono tavole e presunti surfisti sapete a
cosa alludo. I media main-stream usano solo il peggio di
quanto il surf gli offre: vivono di chiacchiera, usano quello
che noi scartiamo. Lo so che dicendo così vado contro
al mio stesso lavoro ma come in alcune religioni dove pronunciare
il nome del dio è il più rigido dei tabù,
anche nel surf, descrivere l’oggetto di culto è
un peccato o, quantomeno, uno sforzo destinato a fallire.
Chi nutre una profonda dipendenza dalle onde lo sa bene:
parlare di surf aumenta la fame, non trasmette il feeling
ed annoia i non addetti ai lavori! Per i surfisti poi, ascoltare
i racconti di chi è appena tornato è come
annusare l’arrosto senza essere invitati a cena!
Questo dimostra che la voglia di onde, come la fame ed il
desiderio di viaggiare, fanno parte dell’istinto e
non sono pienamente controllabili dalla ragione. Ma quale
malata dipendenza soddisfa lo strano gesto di cavalcare
onde? Quali esigenze appaga e perché è così
necessario ad alcuni?
Bruce Chatwin (autore di “Cosa ci Faccio Qui”,
“Le vie dei Canti”,
“In Patagonia” e molti altri libri di viaggio)
fa notare che la visione “unitaria” del mondo
tipica dei monoteismi occidentali (le religioni che venerano
un solo dio) ha avuto origine in società nomadi.
Come un marinaio, il nomade non può attaccarsi agli
idoli (o demoni) di un luogo solo. Proprio nel fluire, nell’attraversare
paesaggi e situazioni sempre diverse il nomade percepisce
la divinità, la sua bellezza ed onnipresenza. Non
cerca un idolo da adorare ma un quadro di insieme, un’immagine
in cui vedere se stesso come parte del tutto. Il parallelismo
con i surfisti è immediato. Vorrei ricordarvi che
il surf si è espanso nel mondo occidentale (principalmente
monoteista cattolico) con una forza che mai aveva dimostrato
nella sua lunga storia. Esplorare le coste del
Myanmar (siamo in partenza proprio ora per la Birmania occidentale)
o surfare a 200 m da casa sono visuali diverse della stessa
esperienza.
Dal momento in cui i piedi si staccano dalla riva e lo sguardo
si alza verso il picco entriamo in un mondo in cui il movimento
e la integrazione sono l’unica regola. Una volta raggiunta
la line-up, quell’invisibile linea che separa il “fuori”
dal “dentro” si rompe e le parole sono accessorie.
In questo sta la forza del surf e la sua più intima
religiosità: riportare l’uomo a quella condizione
di silenzioso nomadismo che la nostra esistenza stanziale
ha quasi soffocato. Alcuni chiamano questo stato mentale
“flowing” e lo spiegano su basi scientifiche,
altri lo identificano con l’illuminazione religiosa,
altri semplicemente surfano.
Il nocciolo di questo numero di Surf News sono trentatrè
foto selezionate dai nostri collaboratori in un anno di
pellegrinaggi, spero vi ci perdiate.