Ho sempre odiato fare proclami all’inizio del giornale,
forse perché la linea editoriale di SurfNews nasce
da collaborazioni e non da imposizioni. I contenuti, poi,
non hanno bisogno di preamboli, in 128 pagine raccontano
le proprie glorie ed i propri limiti. I buoni propositi
delle intro spesso diventano scivolosi, come cera invernale
ad agosto, prima dell’ultima pagina. A proposito,
voi avete mai incerato una tavola?!
Specialmente in periodi come questo, in cui sono relegato
in redazione ed il mare è piatto, trovo molto impegnativo
sopravvivere senza perdere l’identità di surfista.
La spiaggia, il luogo sacro attorno al quale hanno ruotato
le mie scelte di vita, è definitivamente cambiata.
Il surf-style, ci piaccia o meno, è diventato lo
stile ufficiale dell’estate italiana ed è per
questo che vi ho fatto quella strana domanda, perché
so che molti lettori (ed anche molti dell’editoria
surf..) stanno leggendo questa intro senza mai aver cavalcato
un onda.
Se non ve ne siete accorti, sono finiti i tempi in cui l’abito
faceva il monaco. Anche se io, coinvolto nel surf-biz, vedo
positivamente il dilagare dell’immagine surf, questo
allargamento di target ed il successo del surf-style nel
mercato italiano mi causa alcuni scompensi. Chi sono i nuovi
surfisti italiani? Conosciamo veramente queste persone?
Che mezzi abbiamo per relazionarci a loro nel modo migliore
possibile? Fino a pochi anni fa la distinzione sulla spiaggia
era netta anche nei giorni di piatta: c’eravamo “noi”,
e c’erano “loro”. Due entità separate.
A me, in spiaggia, dava più sicurezza incontrare
la classica famiglia italiana “old-school” con
babbo in slip da bagno e mamma intenta a far panini. Loro
rappresentavano tutto quello che non avrei mai voluto diventare
ed il solo fatto di puntare il dito mi faceva stare meglio.
Ora non possiamo più dire “noi” perché
“loro” sono come noi, si vestono come noi e
sotto l’ombrellone potrebbero anche avere una rivista
di surf. Come molte culture in affermazione, anche il surf
italiano, ha preferito, per anni, parlare attraverso negazioni.
Questa smania di definire escludendo e la tendenza dei singoli
a ritenersi gli “unici” ed i “principali”
ha spostato il fuoco della discussione dalle onde, dai surfisti
e dai viaggi alle persone ed alle loro paranoie di fatto
negando le migliori possibilità ad uno sport che
già nasceva meteorologicamente sfortunato.
Chiunque segua da un po’ la cosidetta “scena
surf” sa quanti esempi di invidia e gelosia si potrebbero
fare nel campo dell’editoria, dell’industria
e delle competizioni. Adesso che siamo cresciuti però,
ora che il surf è un mercato affidabile, uno sport
sano e riconosciuto è ora di cambiare livello, è
ora di far vedere quello che valiamo in ambito globale,
è ora di parlare di quello che abbiamo senza per
forza rifiutare tutto il resto o fingere di non vederlo.
Tre mesi fa quando abbiamo messo in rete il nostro questionario
(www.surfnews.co/quest) non pensavamo potesse avere un seguito
così importante. L’editoria e le aziende surf-related
in Italia hanno sempre proceduto per tentativi e approssimazioni,
senza sapere chi fossero e cosa veramente volessero i surfisti
e chi gravita attorno al surf-style. Preferenze sul taglio
degli articoli, rapporto con le riviste straniere, interessi
culturali preferenze in viaggi ed acquisti, in 53 risposte
escono dati precisi e spesso sorprendenti.
Questa mole di informazioni che ci state inviando è
un patrimonio per tutta la scena italiana ed influenzerà
attivamente la nostra linea editoriale affinando il nostro
rapporto con il motore primo di questa rivista. Voi.
Nik