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UNA QUESTIONE DI CORAGGIO
di nik zanella


Cosa faccio qui? Per esperienza, queste parole salgono alle labbra in due precise situazioni.
La prima è quando sei lontano da casa e le cose stanno andando male, la seconda è quando le cose stanno andando male a casa.
La prima è la più comune. Viaggiando ho maledetto centinaia di posti splendidi. Quando sei disperato la natura, la storia, l’arte e tutte le bellezze si svuotano d’ogni significato. Per fronteggiare la paura di soccombere servono cose ben più concrete. Non importa quanto bella sia la giungla a Sumbawa o quanto antichi siano i monumenti lungo l’Aurelia, quando hai il motore in panne vorresti solo cambiare canale e tornare alla normalità. Queste situazioni di disagio rinsaldano, in verità, il senso d’appartenenza al luogo d’origine. Al ritorno da queste avventure, le sfighe più nere diventano i racconti più divertenti.
Ben più complicato è quando la disperazione e la paura di soccombere ti assalgono a casa. Quando la qualità della tua vita è sotto zero, la fatidica domanda ti salta alla mente più minacciosa che mai: “Ma io, che cazzo ci faccio qui?”.
E’ un luogo comune pensare che il surf sia una salvezza, un dono che aiuta a vivere in sintonia col mare e con noi stessi. Nessuna rivista specializzata ti dice come fare quando il tuo “dono” è a 300 km da dove vivi. Molte persone incontrando il surf hanno visto vacillare tutte le loro certezze.
Quando per surfare duecento giorni l’anno devi cambiare lavoro, lasciare una donna, vivere d’espedienti, la tua sanità mentale è in serio pericolo. Per alcuni aver “visto la luce” è davvero la peggiore delle condanne. Chi non ha avuto la fortuna di crescere surfando, chi ha incontrato il surf “tardi” e ne è stato folgorato spesso non ha la possibilità di impostare una vita attorno alle onde. Quando la vita si svolge lontano dal surf, averne assaggiato il gusto rende tutto il resto amaro. Dev’essere orrendo vivere conoscendo come poteva essere e non è stato, schiavi di scelte imposte di default. A questi il surf rimbalza nel cervello disturbando tutti gli altri pensieri e a volte esplode con conseguenze paurose. Nonostante io non sia mai fuggito veramente, ho sempre provato invidia per gli australiani, gli inglesi, i neozelandesi che hanno il coraggio di lasciare tutto e partire con un biglietto open, cento dollari e una 6.3 distrutta. Decidere di fuggire, lasciare le città o i luoghi in cui sei cresciuto è una scelta meno dolorosa per loro che vivono in un paese con duecento anni di storia. Per molti mediterranei, invece, mammoni e legati alle relazioni sociali una fuga di questo tipo non è neanche pensabile. Gli italiani per tradizione non fuggono, “emigrano”. La differenza è enorme.
Apparentemente non è decoroso per noi italiani dimenticarci del nostro passato e dare un calcio alle catene culturali che ci legano ad un mare troppo spesso piatto.
Chi è riuscito a fuggire e ci legge da chissà dove sa che è una questione di lucidità e distacco. Bisogna valutare cosa hai e cosa lasci, pianificare una via d’uscita, tracciare un sentiero diretto verso il mare anche se incrocia e recide tutti gli altri. Andarsene per sempre è una questione di coraggio.
Questo numero è dedicato a tutti i surfisti italiani in fuga, a tutti quelli che hanno mandato affanculo la fila sulla tangenziale, il metro ventoso, le swell mordi e fuggi, la 4.3 col cappuccio, i sei mesi d’inverno e i 4Euro per una bibita in spiaggia.
Voi sapete chi siete, stay free.

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