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INTRO SurfNews34
UNA QUESTIONE DI CORAGGIO
di
nik zanella
Cosa
faccio qui? Per esperienza, queste parole salgono alle labbra
in due precise situazioni.
La prima è quando sei lontano da casa e le cose stanno
andando male, la seconda è quando le cose stanno andando
male a casa.
La prima è la più comune. Viaggiando ho maledetto
centinaia di posti splendidi. Quando sei disperato la natura,
la storia, larte e tutte le bellezze si svuotano dogni
significato. Per fronteggiare la paura di soccombere servono
cose ben più concrete. Non importa quanto bella sia
la giungla a Sumbawa o quanto antichi siano i monumenti lungo
lAurelia, quando hai il motore in panne vorresti solo
cambiare canale e tornare alla normalità. Queste situazioni
di disagio rinsaldano, in verità, il senso dappartenenza
al luogo dorigine. Al ritorno da queste avventure, le
sfighe più nere diventano i racconti più divertenti.
Ben più complicato è quando la disperazione
e la paura di soccombere ti assalgono a casa. Quando la qualità
della tua vita è sotto zero, la fatidica domanda ti
salta alla mente più minacciosa che mai: Ma io,
che cazzo ci faccio qui?.
E un luogo comune pensare che il surf sia una salvezza,
un dono che aiuta a vivere in sintonia col mare e con noi
stessi. Nessuna rivista specializzata ti dice come fare quando
il tuo dono è a 300 km da dove vivi. Molte
persone incontrando il surf hanno visto vacillare tutte le
loro certezze.
Quando per surfare duecento giorni lanno devi cambiare
lavoro, lasciare una donna, vivere despedienti, la tua
sanità mentale è in serio pericolo. Per alcuni
aver visto la luce è davvero la peggiore
delle condanne. Chi non ha avuto la fortuna di crescere surfando,
chi ha incontrato il surf tardi e ne è
stato folgorato spesso non ha la possibilità di impostare
una vita attorno alle onde. Quando la vita si svolge lontano
dal surf, averne assaggiato il gusto rende tutto il resto
amaro. Devessere orrendo vivere conoscendo come poteva
essere e non è stato, schiavi di scelte imposte di
default. A questi il surf rimbalza nel cervello disturbando
tutti gli altri pensieri e a volte esplode con conseguenze
paurose. Nonostante io non sia mai fuggito veramente, ho sempre
provato invidia per gli australiani, gli inglesi, i neozelandesi
che hanno il coraggio di lasciare tutto e partire con un biglietto
open, cento dollari e una 6.3 distrutta. Decidere di fuggire,
lasciare le città o i luoghi in cui sei cresciuto è
una scelta meno dolorosa per loro che vivono in un paese con
duecento anni di storia. Per molti mediterranei, invece, mammoni
e legati alle relazioni sociali una fuga di questo tipo non
è neanche pensabile. Gli italiani per tradizione non
fuggono, emigrano. La differenza è enorme.
Apparentemente non è decoroso per noi italiani dimenticarci
del nostro passato e dare un calcio alle catene culturali
che ci legano ad un mare troppo spesso piatto.
Chi è riuscito a fuggire e ci legge da chissà
dove sa che è una questione di lucidità e distacco.
Bisogna valutare cosa hai e cosa lasci, pianificare una via
duscita, tracciare un sentiero diretto verso il mare
anche se incrocia e recide tutti gli altri. Andarsene per
sempre è una questione di coraggio.
Questo numero è dedicato a tutti i surfisti italiani
in fuga, a tutti quelli che hanno mandato affanculo la fila
sulla tangenziale, il metro ventoso, le swell mordi e fuggi,
la 4.3 col cappuccio, i sei mesi dinverno e i 4Euro
per una bibita in spiaggia.
Voi sapete chi siete, stay free.
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