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ECO-PIRATERIA VS BRAIN-WASHING
a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews
Capita ogni quattro anni ma non riesco mai ad abituarmi. Com’è possibile che un mondiale di calcio da sempre uguale a se stesso riesca a lobotomizzare 60 milioni di italiani per un’intera stagione? Eppure di notizie “fresche”, soprattutto per noi surfisti, ne stanno circolando parecchie sui media. L’ultima a tenermi col fiato sospeso è stata quella relativa al meeting della Commissione Baleniera Internazionale (IWC) tenutosi il 23 di giugno ad Agadir e coperto dalla maggior parte dei quotidiani con trafiletti in quinta pagina.

Per chi non avesse seguito la vicenda va ricordato che Giappone, Islanda e Norvegia sono gli unici stati a violare sistematicamente la moratoria firmata nel ’86, uccidendo circa 1500 balene ogni anno per motivi ufficialmente “scientifici”. La verità è che mangiare la scura carne delle megattere in questi paesi non è solo una tradizione: ogni esemplare pescato vale sul mercato circa 100.000 euro. Ed è per questo che le nazioni baleniere, Giappone in testa, hanno fatto il possibile pur di far passare come “sostenibile” la loro carneficina, tentando addirittura di corrompere alcuni degli stati votanti a suon di hotel a 5 stelle, cene da nababbo e massaggi “particolari”. Grazie alle pressioni dei movimenti ambientalisti europei, americani ed asiatici sui rispettivi governi, questi tentativi sono, fortunatamente, falliti e la proposta di legalizzarre la caccia ai mammiferi più grandi del pianeta è stata fermata. Anche l’Italia, ovviamente, ha votato no alla ripresa della pesca industriale, ma a fare la differenza sono state le nazioni oceaniche, quelle più toccate dal flusso migratorio delle balene, flusso attorno al quale è nata un’industria turistica (il whale-watching), capace di generare consensi politici e milioni di dollari in Australia, Nuova Zelanda, Sud America e Stati Uniti.

Nell’emisfero australe la questione è così sentita da coinvolgere direttamente le cariche statali e, non ultimo, le ditte legate al surf. Ad uscire vincitore da questo scontro è prima di tutto la coscienza ambientale e, in secondo luogo, Sea Shepherd (seashepherd.org), la ONG fondata dal capitano Paul Watson (cofondatore di Green Peace) e dal 1977 impegnata nella protezione “attiva” di cetacei e foche. Nonostante alcune delle sue azioni siano criticate come eco-pirateria, Sea Shepherd è l’unica ad andare oltre le parole e a fronteggiare sul piano fisico i cacciatori. E se da un lato l’uso della violenza è sempre da condannare, dall’altro mi piace sapere che qualcuno, anche nel mondo del surf, non sia contento di starsene davanti alla partita con una birra in mano ma decida di sporcarsi le mani per qualcosa di importante. È per questo che in questa uscita estiva abbiamo dato voce a Dave Rastovich e al suo progetto Transparent Sea. Dave, transitato in Italia nel mese di giugno, è portavoce di Sea Shepherd nel mondo del surf e grande conoscitore dei cetacei e dei loro problemi. Nell’articolo a pagina 62 Dave crea un ponte diretto tra la nostra quotidianità sportiva ed un problema, quello dello sfruttamento illegale delle risorse marine, di immediata importanza per chiunque frequenti le coste del pianeta Terra. Ci auguriamo che il suo esempio apra, anche in Italia, una nuova direzione di impegno con più “mani sporche” e meno brain-washing calcistico.

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