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SurfNews 71
CLEAN-UP SET
a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews
Ventitrè milioni di praticanti di cui cinquantamila solo in Italia. Sembrano statistiche ad uso e consumo dei marketing manager delle multinazionali ma parlano di surf 'reale' più di quanto possa sembrare. Se nel 1959 i surfisti nel mondo a fatica raggiungevano le 5000 unità, ora superano per numero la popolazione di molte nazioni! Stiamo parlando di una crescita del 460.000% in meno di 50 anni, un boom che proprio nelle 'coste emergenti' come l'Italia, l'Europa e l'Asia ha avuto il picco di crescita maggiore. Per un'intera generazione che ha vissuto il surf come antidoto al vuoto 'edonismo reganiano' degli anni '80, vedere orde di neofiti seguire con decenni di ritardo le tracce dei vecchi 'fuoricasta' (così ci si sentiva all'epoca delle toppe Naj Oleari) ha costituito motivo di soddisfazione e di speranza. Speranze destinate ad essere disattese. Basta una surfata estiva lungo le coste italiane per rendersi conto dell'insostenibilità di questo sistema. Se analizziamo una situazione tipica di surf in Italia, ad esempio durante una mareggiata dai quadranti settentrionali, ci rendiamo conto dell'entità del problema. Una swell mediterranea interessa, nel migliore dei casi, un centinaio di spot per un tempo che va da 24 a 48 ore. Se dividiamo il numero dei break per quello dei praticanti (ad esempio diecimila praticanti nel centro-nord Italia, sparsi tra un centinaio di spot) arriviamo ad una media di 100 persone per spot, un dato confermato empiricamente dalla mareggiata del 20 settembre scorso, quando si sono contate oltre 200 presenze in acqua a Levanto, 70-80 negli spot attorno a Ravenna e situazioni di affollamento estremo in Toscana, Lazio e Abruzzo. Chi continua a surfare in Italia 'sognando la California' sarà contento di sapere che questi dati non cambiano molto lungo coste più blasonate (e ondose) delle nostre. Wetsand.com riporta che 200 surfisti/spot è la media di presenze lungo le coste californiane (un milione di praticanti fratto 500 break). Stessa situazione in spot 'culto' come Uluwatu (fino a 100 persone sul picco di Race-Track in Agosto scorso), le Mentawai (con una media di 50/70 persone a Lance's Right) e Kirra (fino a 600 persone contemporaneamente in mare). Ora poi che la crisi economica ha invaso anche il nostro settore e che molte delle ditte 'core' (storicamente gestite da surfisti) stanno scivolando in un wipe-out globale, viene da chiedersi se il gioco, quello di spacciare il sogno surf ad un numero sempre crescente di persone, sia stata una scelta intelligente. Molti iniziano a pensare che la qualità della vita dei surfisti sia stata svenduta in nome di una improbabile crescita del settore. Crescita che, nella maggior parte dei casi, non si è mai verificata causando solo stress alle comunità surfistiche e grattacapi a chi ha sperato di vivere di surf. Le recenti tensioni in acqua a Varazze o negli spot del Nordest, ma anche la rissa tra paparazzi e locali a Paradise Cove a sud di Los Angeles o il localismo crescente in Indonesia, ne sono la prova più lampante: globalizzazione e localismo crescono di pari passo. A chi ha giovato, quindi, il boom demografico?

Non ne ho la più pallida idea. Lo stesso, mi sento di richiamare ad un comunitario 'mea-culpa' quella selva di riviste e sitarelli di stampo 'edonista' che, facendo leva su valori surf-populistici di pace e fratellanza, hanno creato una selva di invasati completamente disinformati sui valori di base del nostro sport e totalmente slegati dal proprio territorio. Non voglio assolutamente escludere Surfnews dal tavolo dei colpevoli, ma almeno noi spacciamo cultura surfistica e non solo consigli per gli acquisti.

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