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SurfNews 67
SURF OR FIGHT
a cura di Nik Condividi SurfNews
C'è una scena in Apocalypse Now (F. Coppola 1979) che racconta una scomoda e datata verità. Un Chopper atterra nella baia di China Beach con due long-board legati sotto. Le onde sono perfette e due soldati sono già in acqua, incuranti dei colpi di mortaio che scuotono il line-up. Lance Johnson è impaurito, non ha per nulla voglia di raggiungerli in mare. Ma Killgore vuole vedere il campione in azione. Ha un M16 in mano e sbotta con una frase che, a trent'anni da quella guerra, ha ancora la capacità di shockare. «You want to surf, soldier?!» «Yes sir» «That's good son, because you ether surf or fight!» Surfare o combattere. Chi tra i surfisti non si è emozionato con questa scena, emblema del surf ad ogni costo? Eppure il rapporto tra surf e guerra, tanto in voga nel cinema degli anni '70, ha attirato sul nostro sport critiche spesso contradditorie. Una delle più recenti viene dall'Università di Bergen (Norvegia). Kim Brick-Johnsen, docente di cultura americana, in un suo recente saggio intitolato 'Surf or Fight' prende questa scena ad emblema della relazione che unirebbe l'imperialismo americano alla cultura da spiaggia. Dopo aver analizzato l'origine tribale del surf e le tappe della sua espansione, il professore conclude che «La surf-culture ed il suo mercato riescono a veicolare il sogno californiano in aree storicamente refrattarie all'arroganza Americana». Nella sua ottica, il surf made-in-USA e le guerre in corso oggi sono due mondi 'contigui'. Veicoli diversi dello stesso messaggio! Il solo pensiero mi mette paura. Come può, la curiosità 'pulita' dei surfisti, quello che li spinge a cercare onde e creare amicizie dall'altra parte del globo, diffondere gli stessi clichè di individualismo e globalizzazione che gli eserciti impongono con le armi? Occorre fare un distinguo e precisare chi sia il portatore del messaggio e quale sia il messaggio veicolato. Se nell'ultimo decennio la surf-culture ha attecchito in zone un tempo impenetrabili come Cina, Algeria, Libano, Pakistan o Mauritania (Vedi Pag. 32) non è certo per 'colpa' delle spedizioni americane in stile Endless Summer, molto spesso frenate da situazioni politiche sfavorevoli, ma 'merito' dei surfisti e dei surf magazine europei che hanno modificato i termini del rapporto con i locali mostrando comportamenti e valori diversi da quelli cari allo 'Zio Sam', valori accettabili anche da chi il sogno americano lo vive come un incubo. La dicotomia 'surf or fight', infatti, non basta a definire le contraddizioni del nostro stile di vita. È per questo che nel 2008 daremo sempre più spazio ai lati 'oscuri' del nostro mondo. Iniziamo con due articoli relativi al passato ed al futuro del surf. David Strahan, surfista e documentarista per la BBC inglese, nel suo inquietante 'Fino all'Ultimo Barile' (pag. 48) mette in relazione il mercato del surf con la imminente crisi petrolifera. Il secondo punto di vista arriva da John Milius, regista di Big Wednesday di cui ricorrono quest'anno i trent'anni. Con Milius abbiamo ripercorso il ruolo della beach culture americana dagli anni '60 ad oggi e la sua trasformazione da 'frangia lunatica' a 'mercato globale'.
Speriamo queste due esclusive siano di vostro gradimento.


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