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SurfNews 49
ONDE E ONDE
a cura di Nik Condividi SurfNews
Senza parole, davanti alla televisione per un paio di mesi, come altri milioni di persone. Un'immagine di Hikkaduwa scattata dall'elicottero il 27 Dicembre. La strada costiera Colombo-Galle, la stessa rumorosa arteria sulla quale abbiamo abitato per mesi e che abbiamo percorso tante volte con le tavole sul furgone, vista dall'alto è una cumulo di pietre e fango. Del tratto di costa a noi familiare non riconosco quasi nulla in quella foto. L'unica cosa che combacia coi miei ricordi è il picco A-fame, fotografato in un momento a caso. 'L'onda che uccide', 'L'onda assassina', Lo tsunami che, che come un moderno 'diluvio universale' trasforma finti paradisi in inferni reali. I media sono precisissimi nelle descrizioni. Poco importa se quei luoghi fossero un inferno anche prima, dilaniati da guerre civili come Aceh e Srilanka o costretti ai lavori forzati come in Myanmar, ogni tratto di costa viene fotografato e dato in pasto alla comunicazione assieme al suo bagaglio simbolico di morte. Per una volta non è colpa di nessuno, anzi è colpa di un'onda. Ed è qui, forse, che noi surfisti possiamo fare un distinguo visto che in sei milioni (questa la popolazione surf mondiale stimata) abbiamo scelto proprio 'le onde' come ambito ricreativo.

Il 27 dicembre noi eravamo tra le onde ma in Italia, uno dei pochi natali che non ci vede in Srilanka. Una mareggiata larga appena cinquanta chilometri accarezza l'Adriatico con onde di un metro che in migliaia di italiani avevano previsto ed atteso da settimane. Tra chi come noi era seduto in mare, al freddo, ad aspettare 'quella grossa' il giorno dopo lo tsunami, è sorto un dubbio. Come è possibile che un'onda ampia migliaia di chilometri causata da un enorme terremoto non abbia smosso, nel succedere, la comunicazione? Se è vero che dalla prima scossa alla collisione sono passate molte ore, perchè l'informazione non ha raggiunto almeno parte delle aree interessate? Srilanka, India, Maldive, Tailandia, chi c'è stato sa che, nelle zone costiere, specialmente quelle battute dai turisti, ci sono più internet point che fast-food. Il dolore è troppo grande e le notizie ancora troppo frammentarie per tirare conclusioni. Di sicuro, come e più di prima le zone colpite hanno bisogno dei surfisti e del loro turismo responsabile. Il supporto mostrato da questo mondo, che a tratti sembra finto e patinato, è stato grande. Dai tanti che, scampati all'onda mentre erano in acqua, sono rimasti nel sud dello Srilanka per aiutare Mambo e Kitsiri, a Surfaid International impegnata a Nias fin dai primi giorni, alle tante ditte, scuole e club e privati che in Italia e in tutto il mondo hanno raccolto fondi organizzando feste, piccole gare o aste. I surfisti non abbandoneranno la Baia del Bengala ora come non l'hanno abbandonata quando il pericolo era la guerra e la miseria. Ai tanti che hanno chiesto come supportare le zone colpite segnaliamo ancora le organizzazioni secondo noi più attive.

www.surfaidinternational.org

www.emergency.it

www.msf.it (Medici Senza Frontiere)

www.savethechildren.it


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