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SurfNews 41
SILENZIO E NOMADISMO
a cura di Nik Zanella. Condividi SurfNews
'Il Nirvana', 'meglio del sesso', 'pura libertà', 'l'unica cosa per cui valga la pena vivere' provate a chiedere ad un surfista di descrivere la sua passione e vi troverete sommersi dai peggiori luoghi comuni.
La verità è che le parole sono uno schiaffo in faccia alla purezza anche quando vengono dal più devoto dei praticanti. Se avete visto gli ultimi spot in tv in cui compaiono tavole e presunti surfisti sapete a cosa alludo. I media main-stream usano solo il peggio di quanto il surf gli offre: vivono di chiacchiera, usano quello che noi scartiamo. Lo so che dicendo così vado contro al mio stesso lavoro ma come in alcune religioni dove pronunciare il nome del dio è il più rigido dei tabù, anche nel surf, descrivere l'oggetto di culto è un peccato o, quantomeno, uno sforzo destinato a fallire. Chi nutre una profonda dipendenza dalle onde lo sa bene: parlare di surf aumenta la fame, non trasmette il feeling ed annoia i non addetti ai lavori! Per i surfisti poi, ascoltare i racconti di chi è appena tornato è come annusare l'arrosto senza essere invitati a cena!
Questo dimostra che la voglia di onde, come la fame ed il desiderio di viaggiare, fanno parte dell'istinto e non sono pienamente controllabili dalla ragione. Ma quale malata dipendenza soddisfa lo strano gesto di cavalcare onde? Quali esigenze appaga e perché è così necessario ad alcuni?

Bruce Chatwin (autore di 'Cosa ci Faccio Qui', 'Le vie dei Canti',
'In Patagonia' e molti altri libri di viaggio) fa notare che la visione 'unitaria' del mondo tipica dei monoteismi occidentali (le religioni che venerano un solo dio) ha avuto origine in società nomadi. Come un marinaio, il nomade non può attaccarsi agli idoli (o demoni) di un luogo solo. Proprio nel fluire, nell'attraversare paesaggi e situazioni sempre diverse il nomade percepisce la divinità, la sua bellezza ed onnipresenza. Non cerca un idolo da adorare ma un quadro di insieme, un'immagine in cui vedere se stesso come parte del tutto. Il parallelismo con i surfisti è immediato. Vorrei ricordarvi che il surf si è espanso nel mondo occidentale (principalmente monoteista cattolico) con una forza che mai aveva dimostrato nella sua lunga storia. Esplorare le coste del
Myanmar (siamo in partenza proprio ora per la Birmania occidentale) o surfare a 200 m da casa sono visuali diverse della stessa esperienza.
Dal momento in cui i piedi si staccano dalla riva e lo sguardo si alza verso il picco entriamo in un mondo in cui il movimento e la integrazione sono l'unica regola. Una volta raggiunta la line-up, quell'invisibile linea che separa il 'fuori' dal 'dentro' si rompe e le parole sono accessorie.
In questo sta la forza del surf e la sua più intima religiosità: riportare l'uomo a quella condizione di silenzioso nomadismo che la nostra esistenza stanziale ha quasi soffocato. Alcuni chiamano questo stato mentale 'flowing' e lo spiegano su basi scientifiche, altri lo identificano con l'illuminazione religiosa, altri semplicemente surfano.
Il nocciolo di questo numero di Surf News sono trentatrè foto selezionate dai nostri collaboratori in un anno di pellegrinaggi, spero vi ci perdiate.

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