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OLTRE LE PORTE DI LAMU

a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews

Saranno stati i tacquini di Bruce Chatwin sullo schiavismo, le pagine sui conflitti tribali della Blixen o i ben poco edificanti safari alla Hemingway, riletti in fretta e furia prima di salire in aereo, ma il solo pensiero di partire per il Continente Nero mi ha incupito per mesi. Come la maggior parte dei surfisti italiani, non ho nessun problema a giocherellare lungo le coste settentrionali dell'Africa, così simili al mondo mediterraneo per clima e cultura, ma per accettare la proposta di John ed avvicinarmi all'Africa nera ho dovuto proprio forzare il mio istinto. La situazione dell'Africa è più facilmente esprimibile in cifre che a parole. Dei cinquantatrè paesi che la compongono, solo diciannove hanno un governo democratico. Una decina di conflitti attualmente in corso hanno creato oltre quindici milioni di rifugiati di cui tre milioni costretti a fuggire all'estero. Più del 50% dei 900 milioni di abitanti vive sotto la soglia della miseria tirando avanti con meno di mezzo euro al giorno. L'uomo è nato qui, sette milioni di anni fa, tra queste savane, ma proprio la sua lunghissima presenza a contatto con la natura ha favorito l'insorgere delle peggiori malattie. Malaria, Febbre Gialla, malattia del sonno e Aids, oggi diffuse in tutto il mondo, sono marchiate 'Made in Africa'. Qui, più che altrove, i microbi hanno fatto quello che si chiama 'salto di specie' passando dagli animali, soprattutto dai grandi primati, all'uomo. Tra miseria e malattie, c'è poco da stupirsi se oggi la mortalità infantile in Kenya, supera il 6% e l'aspettativa di vita non raggiunge i cinquant'anni. Senza aver fatto profilassi antimalarica e confidando solo nell'esperienza in Africa di John e Randy, le mie aspettative, alla partenza, sono veramente nulle.

EXOTICA

Ma c'è Africa ed Africa. A sette anni esatti dall'ondata di attentati di Al Qaeda in Kenya (tra cui il più devastante colpì l'ambasciata americana di Nairobi) il turismo internazionale sta lentamente ricominciando a frequentare il paese. Nonostante la vicinanza col confine somalo e la presenza di integralisti islamici segnalata dai siti governativi americani, la zona che interessa noi, la North Eastern Province del Kenya è praticabile e socialmente sicura. Anzi pare proprio che qui, a differenza di aree come la capitale (soprannominata Nairobbery per la sua pericolosità) o Mombasa, la grande diversità etnica sia garanzia di pace anziché motivo di scontri. L'oggetto della nostra esplorazione, questa volta, sono le due isole di Lamu e Manda, situate nell'estremo nord del Kenya, ad un centinaio di chilometri dal problematico confine settentrionale. Non solo John è sicuro di trovare onde ma è anche convinto che la cultura locale, rimasta intatta grazie all'isolamento, sia un set-up ideale per le session fotografiche. Le discoteche di Malindi e gli eleganti maneggi della capitale in effetti sembrano lontani anni luce quando, al terzo giorno di aeroporti, alberghi, e giapponesi vestiti da Indiana Jones, lasciamo Malindi per Lamu. Ci avviciniamo all'arcipelago da sud, il piccolo bimotore, grande quanto un minibus, buca le nuvole pochi minuti prima di toccare terra: intuisco subito perché John abbia scelto una location così insolita per lo shooting estivo. Dall'alto le due isole sembrano uscite da un documentario di Superquark. Alcuni dikdik brucano attorno ad un gigantesco baobab. Un enorme apparato di dune, alimentato da millenni di monsone, separa la costa dall'interno. Savana, deserto e mangrovie sfilano sotto la fusoliera. L'Oceano Indiano, che di fronte a Malindi calmo, qui è più cupo e decisamente agitato. L'unica costruzione che caratterizza l'aereoporto è una grande capanna di legno e frasche sotto la quale stazionano passeggeri, piloti ed i due sudaticci addetti al check-in intenti a pesare a mano le valige in partenza. Letteralmente soffocati dai 35 C° e contenti di rivedere John, Randy Rarick, Sam e Cheyne, neppure ci lamentiamo del fatto che le tavole non siano arrivate. Fuori dal cancello inizia un mondo diverso: un gran numero di portatori e guide locali si cura del transfer verso le varie guest house dell'area. Prima che me ne possa accorgere i bagagli vengono caricati sulla barca. L'unica striscia di cemento in tutto il distretto è proprio la pista di atterraggio. Questo angolo d'Africa ancora preferisce vela e mulo ai mezzi motorizzati. Le due isole infatti non hanno strade percorribili in auto e neppure un fuoristrada potrebbe penetrare la foresta di mangrovie che si estende a perdita d'occhio lungo il lato interno delle isole. L'arcipelago infatti forma una enorme laguna, attraverso la quale solo i lenti Dhow (barche di origine araba) ed i pazienti asini dai larghi zoccoli, si muovono in sicurezza. Qui la natura impone ritmi che neppure i secoli o la tecnologia possono alterare. La traversata dall'aeroporto alla nostra guest house dura un'ora e ripercorre con la medesima barca, la stessa via d'acqua solcata da esploratori, mercanti ed avventurieri da oltre settecento anni. La città di Lamu, appena oltre il canale, riassume in se tutte le sfumature della parola 'esotico'. Principale insediamento dell'arcipelago, questa Venezia africana è elegantemente disposta attorno al porto, al forte portoghese ed alle sue innumerevoli moschee. Roccaforte fieramente musulmana in Africa equatoriale (ancora vivono qui alcuni discendenti diretti del Profeta), i suoi bianchi minareti in pietra di corallo fanno capolino tra i tetti neri di palme intrecciate. I cannoni, lungo la promenade fronte-porto, raccontano del lungo passato di guerra e schiavismo che Portoghesi, Omaniti ed Inglesi hanno imposto a questo centro di commerci. Sulle sgangherate banchine del porto i tratti somatici delle persone ricalcano questa storia e sono addirittura più vari dell'architettura stessa. Neri di etnia Kykuyu dagli altipiani del centro, barbuti mercanti Shiradhi di origine mediorientale, ricche donne Bajun dalle mani dipinte di hennè, tutti intenti a caricare o scaricare vascelli in un allegro chiacchiericcio. La parola 'kiswahili', significa 'lingua della costa' ed unifica, anche culturalmente, le popolazioni costiere dal Mozambico settentrionale alla Somalia. Avevo letto qualcosa sulla flessibilità di questa lingua e su come abbia integrato parole anche dal cinese, dal bahasa e dall'inglese ma adesso, ascoltamdo Hamed ed i nostri boat man, mi accorgo che è anche melodica e piacevolissima come tutte le parlate della gente di mare. Frastornato da tanta esoticità, vengo depositato nella mia confortevole capanna di legno del Diamond-Beach (diamondbeachvillage.com), una ecoresort gestita da una ragazza inglese e da una famiglia di locali.

MEN IN GRAY

Ma Manda non è Lamu. Le stesse circostanze geopolitiche che hanno favorito lo sviluppo di Lamu, hanno al contrario spento la vita sulla vicina Manda. L'isola è secca e deserta come solo l'Africa equatoriale sa essere. I suoi pozzi d'acqua dolce si sono esauriti nel XVII secolo rendendo praticamente impossibile l'insediamento umano. Le poche abitazioni di pescatori fanno affidamento sull'acqua dissalata prodotta a Lamu e costosamente trasportata attraverso il canale. Il primo pranzo coincide col briefing sulla missione. John è arrivato da quasi una settimana e si è già fatto un'idea sulle condizioni di mare e di luce. Le onde sono stabili sui 4ft, come quasi ogni singolo giorno da Maggio a Novembre, ma il vento teso da sudest non lascia un'attimo di tregua. Trovare onde di qualità sarà la parte più difficile. Pur se generate dalle profonde depressioni dell'oceano meridionale, queste onde incontrano marciando verso nord, forti venti monsonici che, incidendo lateralmente sulla direzione, ne sporcano il periodo. E' uno schema meteorologico tra i più affidabili del pianeta che ci permetterà di surfare tutti i giorni, però i 6-8 secondi tra una cresta e l'altra non sono sufficienti a far focalizzare le onde sul point sinistro che John ha scoperto un paio di chilometri dietro casa, l'unico raggiungibile a piedi. Nella spiaggia di Shela, visibile da Manda, rompono onde surfabili ed abbastanza regolari. Un'altra cosa che frena la mia voglia di surf è la massiccia presenza di squali tigre. John ci accompagna per un sopralluogo senza tavole. Con l'alta marea un fiume di acqua scura si sposta velocemente dal mare aperto verso il canale. Le onde, spinte da un vento fastidioso, raggiungono l'altezza della testa ma frangono scomposte mostrando varie sezioni surfabili che, però, spesso non connettono. Sam Bleakley e Cheyne Cotrell, hanno surfato ieri ma non hanno apprezzato affatto il benvenuto riservatogli dallo spot. Sam racconta che arrivati sullo scomposto line-up sono stati subito ispezionati da un paio di 'signori' vestiti di grigio e con uno strano cappello tigrato! Sam è un inguaribile ottimista ma la battuta non fa ridere né il sottoscritto né Randy ed Emi che in quelle acque dovranno surfare due settimane. Gli squali Tigre sono i padroni di casa lungo le coste orientali dell'Africa. Cheyne è di cape Town e di squali ne ha incontrati altri, lo stesso quella pinna tigrata alta mezzo metro materializzatasi dal nulla sembra avergli tolto il sorriso. Gli Zambesi non raggiungono dimensioni esagerate ma sono tra gli squali più aggressivi ed adorano le calde acque melmose poco fuori le lagune. Dallo Swaziland fin su, nel mare arabico sono regolarmente pescati per il grosso fegato con cui vengono impermeabilizzate quasi tutte le barche da pesca. L'odore rancido di fegato di squalo diventerà nostro compagno nelle trasferte in barca e triste promemoria di chi comanda qui. Il mare per i locali non è nulla di divertente, nessuno di loro ama nuotare o bagnarsi nelle acque del canale visto che è normale, per loro, pescare squali anche chilometri nell'interno, lontano dal mare aperto.

SAVANA SLAMMA

Inizia la routine esplorativa anche se le tavole mie e di Emiliano Cataldi, eternamente in arrivo via bus da Mombasa, non sono ancora qui. La prima surfata la facciamo con le tavole di Randy e Cheyne sulla spiaggia più orientale di Lamu. La traversata del canale rivela subito un problema: la ciurma, abituata a sballottare pallidi 'mzungo' (occidentali) sulle acque piatte della laguna, male si adatta a condurre in mare aperto. La forma panciuta e la chiglia poco profonda del Dhow lo rendono molto vulnerabile al moto ondoso. Il profondo canale tra le due isole è spezzato da banchi di sabbia di cui i barcaiuoli ignorano la disposizione. Ne colpiamo uno e ci areniamo offrendo il fianco alle onde. Non abbiamo neppure raggiunto il primo spot che già stiamo vuotando lo scafo col secchio tentando di spingere verso il largo la barca: una manovra nella quale, in due settimane, diventeremo esperti. Dopo un'ora di tiro alla fune ed una camminata di quaranta minuti sulla sabbia con tavole, viveri e attrezzatura fotografica, troviamo un picco graziato dal vento. Ad Emi tocca un twin-fin del '76 shapato per Mark Richards ma che per le onde di Shela, veloci ed imprevedibili, non è certo il top. Nei gioni successivi, recuperate a suon di mazzette le nostre tavole, iniziamo l'esplorazione del lato nordest sperando che il vento sia più laterale. Visto gli insuccessi via mare, decidiamo di attraversare Manda dall'interno, utilizzando l'unico mezzo di locomozione presente in luogo: un trattore per uso agricolo con tanto di rimorchio non ammortizzato. Tappezzato il rimorchio di materassi ci sdraiamo alla benemeglio tra le tavole. Il padrone del mezzo conosce la pista che conduce alla spiaggia di Takwa. Negli ultimi anni abbiamo utilizzato mezzi di trasporto di tutti i tipi per cercare onde, dalla piroga al Cessna, passando per l'Apecar e la mountain bike: questo però è il più 'savage' di tutti! Appena lasciata la spiaggia ed i pochi campi coltivati a mais la savana prende il sopravvento e noi procediamo in un ambiente pristino, usando i Baobab ed il GPS per orientarci. Grazie all'estesa presenza di animali erbivori, quasi tutte le piante in Africa hanno elaborato un sistema difensivo basato sulle spine o sul veleno. Le poche piante che non portano spine o veleno sono comunque infestate da insetti che, mossi dal trambusto, cadono sul malcapitato passante. Quando arriviamo a Takwa, oltre a cinque surfisti graffiati, un fotografo ed un editor col culo quadrato, scendono dal rimorchio anche locuste, scolopendre e formiconi carnivori lunghi come la falange di un dito. Mentre attraversiamo una steppa pietrosa in ciabattine infradito, un rettile nero lungo un metro si infratta sotto una roccia. Su quest'isola sono presenti tutte le specie di serpenti dell'Africa Orientale, Black Mamba e Cobra in testa. I tetti di legno tipici dell'architettura swahili sono ovviamente crollati. I muri di corallo rossastro assorbono la luce lasciando suggestivi angoli bui. Solo la moschea, è stata parzialmente risparmiata dal tempo ed ancora riceve le visite dei fedeli nelle feste comandate. Nicchie di ceramica smaltata indicano la direzione della Mecca, nella vasca delle abluzioni spiccano i motivi blu delle ceramiche tardo Ming, donate da ricchi mercanti cinesi all'epoca dei grandi traffici. Nonostante l'opulenza del suo passato, Takwa è da quattrocento anni, una città fantasma. L'unica famiglia che resta a custodire le rovine si sostenta con poche capre, con le offerte dei pochi visitatori e con un pozzo artesiano da cui stilla un'acqua melmosa. Mentre mi accompagna lungo questa Pompei africana il custode racconta come, pochi anni fa, gli ultimi coloni videro i propri raccolti e le capanne distrutti da una mandria di elefanti giunta a nuoto dal continente e ripartita subito dopo. Da in cima alle dune il paesaggio è sublime: la lunga spiaggia di sabbia rossastra termina a nord con una lingua di roccia ferrosa che si protende in mare per un centinaio di metri. Sulla battigia l'immancabile testuggine putrefatta si scioglie alle onde indisturbata. Un pastore Masai, con in mano la classica lancia a due punte, guida un centinaio di capre tra i legni e la plastica della battigia. A perdita d'occhio null'altro di vivo, a parte sconfusionate onde color caffè. Per intanto la marea sta crescendo ed impedisce al point esterno di focalizzare a dovere ma le onde, filtrate dalla punta, raggiungono la spiaggia abbastanza pulite. 'I shoot, you surf' questo è il semplice piano di John, poi piazza il cavalletto tra le pozze del reef, accende una sigaretta e ci indica con la mano il picco con la luce migliore. Gli Zambesi non gradiscono le acque troppo turbolente ed il picco che John ha scelto è il più turbolento lungo questi tre chilometri di spiaggia deserta. La sua conoscenza in fatto di correnti, maree e conformazione del fondale è incredibile. Gli basta guardare dieci minuti una baia o un tratto di spiaggia anche senza onde, per scoprirne correnti, secche, punti di accesso al line up e potenzialità fotografiche. Ognuno di noi interpreta a modo suo questi picchi scomposti sui 4ft. Le onde sono molto simili ai beach break mediterranei ed Emi Cataldi è completamente a suo agio negli scuri tubi delle sinistre. Sam, che da poco ha recuperato l'uso del ginocchio dopo un infortunio, preferisce le destre e passa lunghi secondi sul nose col suo stile vellutato. Randy invece, abituto alle grosse onde di Sunset, aspetta i set più al largo e li tiene fino a riva aspettando il tubo. Il suo feeling con le onde è telepatico, le sezioni sembrano formarglisi attorno proprio dove e come lui le vorrebbe. Non fa a tempo a stringere un cutback che subito la sezione ripida lo invita ad un'altro noseride. Capita così quando surfi ogni giorno della tua vita per oltre trent'anni! A riva intanto John ha il suo bel da fare con la fauna ittica locale: una enorme murena, sbucata da una cavità nel corallo, si avvinghia al suo trepiedi costringendolo ad una goffa ritirata sui sassi! Alla fine di giornate come questa, di fronte ad una cassa Tusker a temperatura ambiente, (la birra keniota per eccellenza), le risate e i racconti si sprecano così come le fastidiose punture delle pulci della sabbia.

DIETRO LA PORTA

Due point e due beachbreak: definito il campo di azione è solo questione di marea e luce e su queste componenti si moduleranno le giornate che restano. Con l'alta marea si surfano le spiagge di Shela o Takwa, con bassa marea i point di Ras Kitau (la sinistra dietro casa) o Takwa. Cheyne è appena tornato da Jeffrey's Bay e non vede l'ora di surfare in front-side. Si sfoga sulle lunghe sinistre del point e non si fa tanti problemi ad atterrare fragorosi air grabbati proprio sulle teste dei 'signori in grigio'. Si, perché quello è il pensiero costante mentre ciondoli i piedini aspettando la tua onda! La tecnica sui point, è sempre la stessa: in acqua tutti assieme per ridurre la percentuale di rischio, prendere più onde possibili mentre John è in postazione e dileguarsi appena i 'signori in grigio' si mostrano incuriositi. Dopo un paio di 'l'hai visto?! Si...' riusciamo persino a scherzarci sopra! Io ed Emi ci consoliamo pensando che Randy e Nicolaj Lidow (l'esperto in conflitti etnici che ci ha raggiunto dalla Liberia) sanguinano vistosamente ad un piede. 'Se hanno fame, mangeranno prima loro!' dice Emi, ma sono risate a denti stretti. Nelle pause, soprattutto durante le ore calde, troviamo frescura tra le vie di Lamu ed è qui che si fanno le scoperte più interessanti. Solo la luce verticale infatti riesce ad illuminare il fondo delle profonde calli e rende fotografabili le incredibili porte intagliate per cui la città è famosa. Furono artigiani hinduisti e jainisti di origine indiana ad introdurre, nell'arte islamica questa componente decorativa. In paese la vita è scandita dal mercato, dal porto e dalla piazza antistante la moschea del Venerdì, dove spesso ci fermiamo a sgranocchiare patate dolci fritte ed a guadare i ragazzini giocare a calcio. In una delle ultime visite Emi e Sam si inseriscono nella partita che ha come porta il muro stesso della moschea. All'ennesimo rimbalzo maldestro la palla centra una finestra finendo dritto nella sala da preghiera. In capo a minuti un signore vestito di grigio (probabilmente il muezzin) esce col pallone in mano da una porta intarsiata. I bambini si sono dileguati e nella piazza sono rimasti solo due occidentali bruciati dal sole e completamente impolverati. L'intera piazza ride.

HAPPY ENDING AT PEPONI

Dopo la partenza di John e della maggior parte del gruppo le condizioni di luce non importano più. Decidiamo di surfare solo il point sinistro che, ad alta marea, regala belle sinistre facili e lavorabili. Passiamo i giorni a leggere al fresco della resort e le notti a festeggiare al mitico Peponi, un raffinatissimo ristorante coloniale epicentro, da oltre cent'anni, della eccentrica elite occidentale della zona. Le mie memorie riguardo alle notti da Peponi sono abbastanza sfumate, tra corpi di danza londinesi e fiumi di Sambuca Molinari (costa una fortuna in Africa!). L'ultima sera mi trovo addirittura a brindare con il District Commissioner, in pratica il sindaco di Lamu e la sua corpulente signora. E' proprio lui che, a conoscenza dell'esito positivo della nostra visita, ci offre il bicchiere della staffa e dell'arrivederci.

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