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KOMODO

a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews

...e l'isola che non c'è

Seduto in cima all'albero maestro del Moana, lo schooner di ottantacinque piedi su cui siamo imbarcati da quasi una settimana, nella calda luce del pomeriggio continuo a scrutare la costa montagnosa dell'isola di Komodo, rigogliosa ed impervia, nella speranza di avvistare un miraggio che inseguiamo ormai da giorni, ma che per qualche motivo sembra volersi negare alla nostra vista. Dodici metri sotto di me, sul ponte principale rivestito di mogano scuro, il fotografo John Callahan fuma una sigaretta appoggiato al parapetto, lasciando cadere di tanto in tanto la cenere fra le piccole onde che lo scafo del Moana produce solcando lentamente la superficie immobile dell'Oceano Indiano. Anche lui, come me, non riesce a staccare gli occhi dalle serie di onde che, ad intervalli di sette o otto minuti, attraversano lo stretto della Sonda, il tratto di mare compreso fra le isole di Sumba e Sumbawa, per andarsi ad infrangere fragorosamente sui ripidi costoni di roccia rossastra di Komodo. Sparsi in giro per il ponte principale, gli altri componenti di questa spedizione cercano di ingannare il tempo dedicandosi alle poche attività che lo spazio di una barca a vela, per quanto confortevole essa sia, consente di svolgere. Dormire sembra essere il passatempo preferito soprattutto da Duncan Scott, sudafricano di Cape St. Francis, e dall'israeliano Adi Gluska, l'unico altro surfista Mediterraneo oltre a me che partecipa a questo trip, mentre Joel Gray, inglese di Newcastle, e Dan Mullins di Durban si contendono l'unica copia di FHM presente a bordo a suon di interminabili e chiassose partite a black jack. Troy, imbarcato a bordo del Moana in qualità di surf guide, passa la maggior parte del tempo a studiare le carte nautiche o ad incantarci con storie di onde perfette che ha visto, surfato e scoperto in anni di surf charter in Indonesia: ognuno dei suoi racconti è una lama nel cuore visto che non surfiamo da giorni. Sul fatto che la swell sia quella giusta abbiamo pochi dubbi: le serie sono sui sei piedi, il periodo è di 12 secondi, e la lieve componente da Ovest nella direzione della mareggiata permette ai set di aggirare l'ostacolo costituito dall'isola di Sumba e di giungere fino a queste remote isole. Il problema reale, quello che da quasi una settimana tiene una trentina di tavole relegate nelle sacche da viaggio stipate sul ponte superiore, sembra essere la batimetria del fondale. Controlliamo scrupolosamente ogni singolo reef esposto segnato sulle carte nautiche della Royal Navy, ed ogni volta dobbiamo rassegnarci alla visione di picchi disorganizzati che si infrangono su banchi di corallo troppo piccoli per focalizzare l'energia della swell o di onde che paiono perfette fino a riva ma poi rompono direttamente contro le ripide pareti rocciose. Di lineup veri e propri, almeno per ora, non c'è traccia. Le uniche tracce che avvistiamo sono quelle lasciate sulla spiaggia dai mitici varani (o draghi) di Komodo, i grossi lucertoloni che vivono esclusivamente sulle isole di Komodo e Rinja nell'arcipelago della Sonda, e delle loro prede, le capre selvatiche, che costituiscono, loro malgrado, la dieta di questi spietati rettili. Komodo è un mondo a se, e basta un'occhiata per rendersene conto. Stretta fra Sumbawa ad ovest e Rinja e Flores ad est, quest'isola è insolitamente lussureggiante e coperta da una fitta vegetazione, al contrario di tutte le altre del Nusa Tengara (cioè l'arcipelago Indonesiano che si trovano ad est di Bali) che sono tipicamente aride e brulle. Fatta eccezione per una piccola stazione dei ranger (Komodo è un Parco Nazionale dal 1980) ed un piccolo villaggio di pescatori ad essa adiacente, l'isola è completamente disabitata, una peculiarità questa che spesso dà l'impressione di trovarsi in un luogo in cui il tempo degli uomini non ha mai iniziato a scorrere. Le fortissime correnti, che già cinque secoli fa erano note ai naviganti che seguivano la rotta delle spezie (sulla rotta delle spezie vedi anche: The M Plan, SurfNews 45, Maggio Giugno '04), impongono al Moana un andatura estremamente lenta soprattutto durante gli attraversamenti degli stretti fra un isola e l'altra, in corrispondenza dei quali i flussi d'acqua generati dai cambi di marea possono superare i cinque nodi di velocità. Al frustrante ritmo di due o tre nodi (3-5 km orari) la circumnavigazione della vicina isola di Rinja richiede quasi una giornata intera, ed anche in questo caso non da i frutti sperati. Anche se i report sullo stato e gli sviluppi della swell che riceviamo dalla redazione tramite il telefono satellitare sono incoraggianti, gli effetti del moto ondoso lungo la costa che abbiamo ispezionato fino ad ora sono a dir poco sconfortanti: in cinque giorni di navigazione ed esplorazione non abbiamo avvistato una sola onda surfabile, un fatto questo che rende di vitale importanza per il buon esito del trip le decisioni che prenderemo d'ora in avanti. Basta un rapido consulto durante la cena per mettere d'accordo tutti sull'opportunità di terminare la ricerca di onde lungo queste coste e, confortati dagli ultimi aggiornamenti meteo disponibili in rete, decidiamo di invertire la rotta e puntare verso ovest, emettendo di fatto un verdetto negativo sull'eleggibilità di Komodo a surf destination. Trentasei ore più tardi il Moana doppia la punta che segna l'estremità nord occidentale dell'isola di Sumbawa, e dopo aver virato a sud inizia la discesa dello stretto di Alas diretto verso i reef esposti sulla costa sud ovest dell'isola. Ancora una volta la forte corrente rallenta l'andatura della barca, e le ultime due ore di navigazione che impieghiamo per arrivare di fronte al villaggio di Jelenga sembrano durare un'eternità. Dopo una settimana di completa astinenza dal surf la visione dei set che iniziano a srotolare con meccanica perfezione sul reef più esterno di fronte al villaggio è tutto quello di cui abbiamo bisogno, e come per magia l'Indonesia torna ad essere quel luogo incantato ricco di onde perfette che ha stregato tre generazioni di surfisti. Approfittando del fatto che la nostra è l'unica barca che si trova nei paraggi prendiamo onde fino allo sfinimento, sia sulla lunga sinistra che rompe di fronte al modestissimo villaggio, sia su una serie di divertenti picchi che rompono in una verdissima baia poco più a sud. Tre giorni di surf ci fanno dimenticare in fretta la settimana passata all'asciutto in barca e, a quanto pare, l'Oceano Indiano ha in serbo delle sorprese per la fine del nostro trip. La notizia che una delle più grosse mareggiate degli ultimi anni sta per abbattersi sulle coste del Western Australia e dell'Indonesia fa il giro del mondo in poche ore, e tramite una email sul telefono satellitare raggiunge anche noi in questo angolo sperduto dell'arcipelago. All'euforia iniziale ben presto subentra una certa inquietudine legata alle condizioni del mare e alla sicurezza di navigare in acque notoriamente pericolose durante una mareggiata di questa entità. Se da una parte infatti sappiamo che con ottime probabilità surferemo alcune fra le onde più perfette al mondo in condizioni epiche nei prossimi giorni, dall'altra abbiamo l'esigenza di muovere la barca da un tratto di costa così esposto alla mareggiata. Ancora una volta le parole e l'esperienza di John Callahan mettono d'accordo tutti: 'Mi hanno parlato di una destra eccezionale che rompe solo durante enormi mareggiate da sud ovest in quest'isola qui' dice Callahan indicando con l'unghia del mignolo un punto sullo schermo del computer di bordo,'e non è stata mai fotografata prima d'ora. Inoltre abbiamo buone possibilità di trovare un ancoraggio sicuro sul versante riparato dell'isola, quindi penso che dovremmo partire prima possibile ed attendere lì l'arrivo della swell... sperando che non sia troppo grossa'. La differenza principale di un trip fatto in barca rispetto ad uno fatto via terra sta proprio nel fatto che quando si è in barca il mare lo devi attraversare per raggiungere gli spot e in esso devi trovare sia le onde sia un approdo sicuro a far ritorno dopo ogni session... e con una previsione di sedici/diciotto piedi d'onda non puoi permetterti il minimo errore. Decidiamo di partire alla volta della nostra nuova destinazione subito dopo cena, e cullati dal brusio sommesso del motore affrontiamo un'altra lunga notte di navigazione. Al nostro risveglio la calma che circonda il Moana è quasi surreale, e la superficie dell'Oceano è incredibilmente liscia mentre scorgiamo in lontananza la sagoma dell'isola che si staglia, ancora avvolta nella foschia del mattino, sullo sfondo arancione del sole appena sorto. É l'ora di pranzo quando caliamo l'ancora in uno specchio di acqua turchese di fronte ad una spiaggia bianchissima sul versante settentrionale dell'isola e, attratti dal frenetico via vai che scorgiamo sulla riva, optiamo per una visita a terra. Per poche migliaia di rupie riesco ad affittare una bicicletta da uomo piuttosto malridotta e, aprendomi un varco fra venditori di strada, carretti trainati da cavalli e qualche turista assonnato inizio il periplo dell'isola lungo l'unico sentiero che si snoda lungo la costa. Una volta lasciato alle spalle il piccolo villaggio il sentiero si fa stretto ed impervio, costringendomi a continue soste e a percorrere alcuni tratti a piedi, spingendo la bici tra i ciotoli sconnessi. La bellezza di questo versante è straordinaria, e non passa molto prima che, attraverso la boscaglia, intraveda la schiuma di un onda che frange su un reef di fronte ad una spiaggia ricoperta di frammenti di corallo bianchissimi. Abbandono la bici, alla quale nel frattempo si è bucata una ruota, appoggiata ad un albero e attraverso la fitta vegetazione raggiungo la spiaggia a piedi. Se lo stupore nel vedere la piccola serie di onde srotolarsi sul reef è stata grande, la sorpresa è stata ancora maggiore quando, arrivato in spiaggia, vedo venirmi incontro un bambino, completamente nudo e con un asse di legno sotto braccio, appena uscito dalla session di surf pomeridiana. In fretta e furia riprendo la bici ed in qualche modo raggiungo il resto del gruppo per raccontare loro dell'onda che frange sull'altro lato dell'isola e dei bambini che surfano l'inside su piccole ed instabili assi di legno. Quando raggiungiamo lo spot con le tavole e l'attrezzatura fotografica al seguito la swell è decisamente cresciuta, e fino a che il sole non è definitivamente calato dietro le pendici di un vulcano del quale distinguiamo appena la sagoma in lontananza, surfiamo le prime, velocissime destre di questa nuova swell. Al nostro ritorno in paese la situazione si è decisamente animata, ed una moltitudine di persone affolla i chioschi che costeggiano l'unica strada che attraversa l'isola e dai quali sentiamo provenire musica raggae e del rock anni settanta. Proprio in uno di questi bar conosciamo Ketut, uno dei pochi surfisti dell'isola e probabilmente il più esperto avendo lavorato diverse stagioni imbarcato sugli yacht che effettuano surf charters, il quale ci accoglie con un caloroso benvenuto e con la notizia che la swell sarà perfetta per surfare la destra di cui abbiamo sentito parlare l'indomani mattina. Per molti versi i ragazzi del posto conducono una vita invidiabile, e Ketut ne è un esempio emblematico. Durante tutto l'anno questa piccola isola è meta di un turismo costante legato soprattutto ai centri per le immersioni subacquee, e la maggior parte dei locali trova sostentamento proprio in questa piccola ma fiorente industria. Assieme ai centri specializzati nelle immersioni sono fioriti anche una moltitudine di bar, ristoranti e piccole discoteche che forniscono divertimento non stop fino alle prime luci dell'alba, e che attirano ogni anno molti turisti, in maggioranza europei, in cerca di divertimento e relax in questo angolo di Indonesia ancora non contaminato dal cemento e dal turismo di massa. Se a tutto questo si aggiunge il fatto che sui reef circostanti rompono due fra le onde più veloci e potenti dell'area durante le grosse mareggiate da sud ovest, è facile capire quanto Ketut ed il resto dei boys si sentano fortunati per il fatto di poter surfare onde perfette, e quasi mai affollate, di giorno e di flirtare con bellissime turiste scandinave di notte! Indipendentemente dal fascino che si possiede o da quanto ci si impegni durante gli happening serali che si svolgono sull'isola, i ragazzi del posto finiscono sempre ed invariabilmente per abbordare le ragazze più affascinanti ed, ovviamente, a prendere le onde migliori durante il giorno...come ci fa notare Ketut 'It's local knowledge bro!'. Dopo dieci giorni di barca la tentazione di una notte di festa con loro è troppo forte per poter resistere, ed il risveglio all'alba il mattino seguente si rivela abbastanza traumatico. In qualche modo raggiungiamo l'imbarcadero in tempo per l'appuntamento con Ketut che, nonostante sia stato alzato fino a tardi in compagnia di una splendida ragazza norvegese, è già pronto a bordo della sua barca per andare a surfare la destra di cui tanto abbiamo sentito parlare. Nel breve tragitto che ci separa dal reef dove siamo diretti rievochiamo con fragorose risate i momenti più divertenti della serata, fino a che una serie di onde uscita dal nulla sfila velocemente sotto la barca ci distoglie da quei pensieri andandosi ad infrangere fragorosamente sul basso fondale a poche decine di metri da noi. Raggiungiamo il canale di fianco al reef giusto in tempo per ammirare di lato la serie successiva che inizia a srotolare da in cima al reef e si dirige verso di noi terminando la sua velocissima corsa con uno sfiato trattenuto per migliaia di chilometri prima di essere liberato a pochi metri dalla prua della barca. Ci prepariamo a tempo di record mentre Callahan da le ultime disposizioni a Ketut su come ancorare la barca nel canale in modo da avere una visuale ottimale dello spot, e ci bastano poche bracciate per raggiungere il picco dove un'altra serie si è già delineata ed è pronta a liberare tutta l'energia che ha accumulato durante il suo viaggio. Lascio a Duncan l'onore della prima onda e, a giudicare dalle urla che emette quando esce dall'onda a braccia alzate in mezzo ad una nuvola di finissima acqua vaporizzata, capisco che deve aver fatto un gran bel tubo. Bastano due remate leggere a far planare la tavola lungo la parete turchese dell'onda successiva, che subito inizia ad avvolgersi intorno a me in uno sfavillare di riflessi provenienti dal corallo che sfila a pochi centimetri dalle pinne della mia tavola. Il rail fende la parete dell'onda come la lama di un coltello e come se fossi sospeso in una sorta di trance resto immobile a fissare il lip della sezione di fronte a me che si arrotola delineando una larga apertura attraverso la quale intravedo lo scafo bianco della nostra barca. Parlando della magia dei tubi, una volta Gerry Lopez ha detto 'La cosa più bella di quando sei in un tubo è che non devi fare assolutamente niente se non goderti il momento', ed è esattamente quello che faccio prima di essere proiettato nell'acqua immobile del canale a pochi metri dalla barca sulla quale Ketut e Callahan si godono la prima fila dello spettacolo di queste onde. 'That was the best barrel of my life!' è l'unica cosa che riesco a gridare verso la barca, e mentre mi giro per tornare sul picco vedo Joel scivolare dentro un cilindro turchese esattamente identico al mio e fare la stessa cosa, vale a dire assolutamente niente se non godersi il momento e sorridere all'obiettivo di John. Per tre giorni cogliamo i frutti di questa epica mareggiata in quest'angolo di Oceano Indiano, e quando alla sera riceviamo notizie di onde eccezionali in ogni parte dell'arcipelago, dai dodici piedi di Padang e Lance's right ai set closeout che spazzano la baia di Desert Point, ci basta pensare ad una sola delle onde prese in questi giorni per capire che, in questo momento, non vorremmo essere da nessun altra parte al mondo se non sull'isola che non c'è.

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