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FUORI ROTTA

a cura di Stephane Robin Condividi SurfNews

Un Viaggio alle Isole Solomon

Trovare una carta dei fondali delle Solomon non è cosa facile. Ho messo sotto-sopra internet per un mese ma nulla: nessuna traccia di carte batimetriche. Nessuna foto di onde frangenti neppure dalle immagini satellitari. Gli unici a parlare di 'mare agitato' alle Solomon sono i reduci della seconda Guerra Mondiale che ricordano sbarchi difficoltosi su coste spazzate da grosse mareggiate. Anche un militare australiano del RAMSI (Regional Assistance Mission to Solomon Island) di stazza a Guadalcanal mi conferma la stessa cosa a pochi giorni dalla mia partenza. Lo stesso è un viaggio troppo costoso, troppo rischioso, troppo inconsistenti le onde, insomma un viaggio fuori rotta. Parto da solo, nonostante gli avvertimenti degli amici, fregandomene degli innumerevoli scali aerei e delle lunghe ore di attesa in aeroporti di mezzo mondo. A dire il vero è proprio l'essere 'fuori rotta' a mettermi entusiasmo.

LA KINGSTON DEL PACIFICO

Honiara, la capitale delle Solomon sull'isola di Guadalcanal, è una strana cittadina brulicante di energia la cui vita si articola tra gli unici due luoghi di rilievo: il porto e l'affollatissimo mercato. In città i militari australiani in uniforme si mischiano ai nativi dalla pelle scura e lucida. Le pettinature afro, i vestiti sdruciti e gli sguardi cupi di alcuni indigeni donano alla città un'aria da Jamaica, anche se Honiara è ben più sicura di Kingston. Le prime due settimane le passo ad abbrustolirmi al sole, aspettando che la destra di fronte alla mia guest house dia segni di vita. La vista sulla laguna è splendida ma al decimo giorno di onde sui 30cm (su corallo vivo) muoio dalla voglia di onde vere. Guardare previsioni in rete non aiuta di certo: le mareggiate 'normali' girano attorno alla Nuova Zelanda, puntano verso di noi ma poi spariscono senza arrivare fino qui. Nell'attesa di un tifone 'vero' mi dedico alle immersioni e faccio subito la conoscenza coi numerosi squali che popolano queste isole e con i ragazzi locali che lavorano al mercato del pesce. Alcuni di loro sono dei veri personaggi caratteristici, in particolare con uno, la cui occupazione principale è quella di comprare cannabis sulle navi di passaggio e smerciarla a terra. L'uso di marijuhuana è da sempre tollerato alle Solomon, ma da quando le truppe australiane pattugliano le coste (per tener sotto controllo la sicurezza civile dopo gli scontri del 2000), trovare « sigarette truccate » è diventato più difficile. Il giorno prima di lasciare Honiara, bighellonando per il porto, faccio l'incontro più importante di tutto il viaggio. Un ragazzo americano, di ritorno da un mese speso in barca a vela, ha saputo della mia presenza e si avvicina per fare due chiacchiere proprio riguardo le onde. Da lui imparo che neanche in alto mare ci sono state grosse mareggiate nelle ultime settimane. Lui sta facendo rifornimento di viveri prima di lasciarsi Honiara alle spalle anticipando l'arrivo del tifone. E' lui a suggerirmi di andare sull'isola più meridionale, e mi indica una vasta area a sud in cui lui, che non surfa, ha visto onde e surfisti. Mi racconta anche che gli spot sono difficilmente accessibili e che l'area costiera è infestata da coccodrilli di mare! Per nulla turbato dalle sue parole mi imbarco (questa volta assieme alla tavola) su un minuscolo bimotore. Appena decollati ottengo il permesso di entrare in cabina di pilotaggio e mi godo la vista delle isole dall'alto. Sfilano una ad una sotto l'aereo ma per quanto lontano possa spaziare il mio sguardo non vedo nessuna onda surfabile, solo isole verdi e mare blu. Dopo mezz'ora di volo su isole apparentemente disabitate intravedo una piccola striscia bianca tra le palme. E' la nostra destinazione e non mi trattengo dalla gioia quando intravedo onde rompere proprio e solo su quest'isola. I pochi locali che ci accolgono sono stupiti alla vista di un occidentale che, da solo, scende la scaletta con una tavola da surf sotto braccio. Sono loro stessi a condurmi al villaggio, offrendosi di trasportare i miei pesanti bagagli fino al villaggio. Imparo da loro di essere l'unico occidentale arrivato qui negli ultimi quattro anni ma non sono il primo surfista che vedono. Apparentemente alcuni australiani hanno tentato di aprire un surf-camp su quest'isola negli anni '90 ma qualcosa è andato storto ed hanno dovuto lasciare l'isola in tutta fretta. Il giorno seguente faccio un giro a piedi attorno all'isola poi affitto una canoa per raggiungere l'isola di fronte e la equipaggio con 5 kg di riso, noci di cocco e dolcetti locali per i casi di emergenza. In canoa, mentre raggiungo la mia meta, mi sento completamente libero e mi godo la vista della costa dal mare. Questo stesso panorama accolse l'andaluso Álvaro de Mendaña quando giunse qui nel 1568. Da allora è cambiato ben poco. L'isola che ospitava il camp è completamente deserta. Delle vecchie strutture restano in piedi solo i muri esterni e non posso certo dormire qui. Le onde però sembrano belle e mi concedo una piacevole session (ovviamente solo) su quest'onda che non vede un surfista da anni. Lascio terra direzionando la canoa verso un'altra onda che vedo rompere in lontananza, vicino al villaggio. Appena raggiungo la riva, la spiaggia si popola di locali e servono solo pochi minuti per trovare un'ottima sistemazione per la notte. Il mio 'mentore' su quest'isola si chiama Liston e gestisce l'unico negozio in paese. La camera che mi offre è perfetta per i miei scopi: dalla finestra vedo le onde rompere alla foce del fiumicello ed in camera un tubo che viene direttamente dalle montagne mi fornisce acqua freschissima e sempre corrente. L'unica precauzione che devo prendere è legata alla presenza di malaria e quindi sono costretto a dormire completamente vestito nonostante l'altissimo tasso di umidità. Il villaggio è piccolo, vicino ad alcune capanne, intravedo strane tavole da surf. Sono fatte di legno ed hanno profondi canali ma sono completamente prive di pinne. Tavole come queste non le ho viste neppure al Bishop Museum alle Hawaii! Questa deve essere proprio l'isola di cui mi parlò il marinaio nel porto di Honiara, quella i cui abitanti surfano. Nello spot di fronte al villaggio, intanto, i ragazzini locali si stanno divertendo come pazzi sulle piccole e succhiose sinistre. Sconfortato dall'avaria mi unisco a loro e li osservo a lungo mentre prendono onde in piedi su queste tavole quasi preistoriche. Essendo privi di pinne, i surfisti hanno maturato un'abilità particolare ed uno stile tutto loro, simile a quello dei primi anni del secolo scorso. Quando viene il mio turno parto su un'onda di set e colpisco il lip un paio di volte prima che l'onda esploda a riva. Intanto i miei nuovi compagni di gioco stanno urlando come pazzi! Il feeling quando torno sul line-up è incredibile e ho quasi timore di prenderne un'altra tanta è forte l'emozione.

TAVOLE ORGANICHE

La storia del surf su quest'isola ci porta indietro nel tempo, agli anni '60 e '70 quando un ragazzo australiano Philip si presentò qui a caccia di onde. Anche se forse non fu il primo a surfare alle Solomon, sicuramente fu tra i pochi a passare lunghi mesi nel villaggio, vivendo con la gente di qui. Negli anni Philip portò il fratello Steve e svariati altri australiani in cerca di onde deserte. Furono loro ad esplorare i break della zona e ad insegnare il surf ai ragazzi del villaggio. E furono sempre loro ad aprire il surf-camp nel 1996 assieme ad una famiglia locale. E poi? Pochi visitatori? Poche onde? Problemi di comunicazione coi locali? Problemi di droga? Nessuno mi sa dare una parola definitiva sul perchè della loro partenza, fatto stà che nel 2000, prima che la guerra civile scoppiasse, il camp chiuse e i due fratelli se ne andarono senza più fare ritorno. Da allora i ragazzi locali non sono stati con le mani in mano: hanno continuato a surfare ed a costruire le loro tavole usando tronchi di Sekopal, un legno molto diffuso in oriente. Lo shaper del villaggio ha 25 anni ed ha già shapato (o meglio scolpito) oltre cento tavole. Nel vederlo lavorare mi accorgo di quanta abilità scorra nelle sue mani. Ovviamente non usa resina o materiali sintetici di nessun tipo, le tavole che produce sono totalmente organiche. Il processo di costruzione comincia tagliando vari rami di sekopal ed assottigliandoli con una lama. Le strisce di legno vengono poi affiancate e legate usando sottili corde che attraversano la tavola nel senso della larghezza. Infine viene sagomato il nose ed il tail della tavola intagliando scoop e rocker direttamente nel legno vivo. Tutto il processo di costruzione non dura più di mezzora! Per i ragazzini locali è solo un gioco, un modo come un'altro per entrare in sintonia e divertirsi con il mare. Non sanno che quel gioco è il surf nella sua essenza più pura. Come veri pionieri hanno imparato tutto da soli: camminano sulla tavola come fosse un long e riescono a direzionare infilando un piede nella parete dell'onda, come Tom Blake negli anni '30. Le tavole che usano sono lunghe tra i 6 ed i 7 ft ma larghe meno di 18' e possono essere controllate solo grazie ai profondi canali che ne solcano la chiglia. Sono curiosissimo di provarne una. Se siete tra quei surfisti che si lamentano continuamente dell'attrezzatura, vi consiglio di surfare un pomeriggio con una tavola come queste. Fin da sdraiato mi accorgo di quanto difficile sia da usare. I tronchi si riempiono d'acqua e nuotare con velocità è semplicemente impossibile. L'unico modo per prendere le onde è quello di partire in ritardo, sulla cresta ripida e sperare che la tavola non si spezzi. Tento di fare il take-off ma la tavola si impunta e finisco ruzzolando sul reef. Quando mi rialzo ho i piedi pieni di tagli ed un'infinità di schegge di legno infilate sottopelle!

NOI E IL CICLONE

Non mi stupisco affatto della paura che i locali mostrano per le onde grandi. Un giorno porto alcuni ragazzini a surfare uno spot ad un paio di miglia dal villaggio. La mareggiata sta crescendo e i set sono già sui 6-8ft. L'ultima volta cha abbiamo surfato qui le onde erano molto più piccole ma lo stesso fu una giornata epica per loro. Molti presero paura a causa delle tavole rotte e dei frequenti frulloni sul corallo quindi ora, con mare molto più grosso, si rifiutano tassativamente di seguirmi sul line-up. Ed hanno ragione di farlo: la corrente è molto insistente oggi ed il take-off, che dal canale pareva gestibile, è invece molto radicale! Dopo un paio di ore a smaltire da solo, decido di tornare al villaggio. Quando arriviamo le onde, anche li, sono splendide. La totalità dei surfisti ha abbandonato le attività quotidiane per godere di questa rara mareggiata. Sono tutti in acqua nel facile inside della destra. Io mi posiziono in cima al point ed ho il mio da fare a superare indenne la sezione tubosa. Più tardi nel pomeriggio mi sposto verso un'altra baia dove una facile e lunga destra accarezza meccanicamente il corallo. L'unico pensiero ad inquinare il mio tramonto in acqua è la possibile presenza dei feroci coccodrilli di mare. Di giorno dormono nel fango tra le mangrovie ma al calar del sole escono in mare aperto per cacciare. Al terzo giorno di mareggiata il ciclone sta decisamente avvicinandosi alla costa: piove a dirotto ed il vento forte rovina le onde. Dobbiamo arrenderci alla forza della natura. A parte una vecchia radio di proprietà del cacciatore di coccodrilli della porta accanto, i nostri contatti col mondo esterno sono ridotti a zero. Appena il grosso del ciclone è passato, organizzo il mio transfer verso Honiara, la prima tappa di un lungo ritorno. L'ultimo personaggio strano lo incontro proprio su quella pista d'atterraggio sterrata che mi ha accolto all'arrivo. E' un signore sui cinquanta, patito di astronomia. E' lui a dirmi che le Solomon sono famose per gli avvistamenti di UFO e lui è qui proprio per cercarli! Evidentemente non sono il solo ad essere finito fuori rotta!

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