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a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews

Dieci giorni in Numidia

Sarà stata la bocciatura in latino costatami un'estate lontana dal mare o il trauma causato dalle urla della prof agli esami di settembre ma l'immagine di quei 'cerchi rifluenti', mi ha rimbalzato in testa per vent'anni prima di diventare progetto e portarmi qui, sulla stessa penisola descritta nel primo libro dell'Eneide da Virgilio. A oltre duemila anni da quel giorno il panorama dalla collina della Byrsa è tutt'altro che deserto. Il mare è appena increspato e la vista è inebriante. A metà tra spazio marino e spazio umano, ci sono le tombe disadorne dei primi Phoinikes gli 'uomini rossi' cantati da Omero, le decadenti terme romane, le ville della elite islamica moderata e l'entroterra rurale. Il vociare alto della Medina, ed i fumosi diesel della flotta peschereccia sono a soli venti minuti ma almeno non si sentono. E' in questo fazzoletto di mare che naufragò, rincorso dalle onde, il 'pio' Enea, ed è qui che pianse la sua partenza Didone tradita e non è un caso se anche l'attuale presidente abbia scelto quest'area per controllare il paese dopo il golpe dell'87. Oggi come ai tempi dello scaltro Ammibale, la Byrsa è il 'punto zero' dell'Africa Mediterranea. Sorvolando il mare ancora piatto alcune ore fa, ho infatti avuto la prima conferma alla teoria che ci porta fin qui in cerca di onde. Anche se l'isoletta ora è stata completamente fagocitata dalla città, i due vecchi bacini portuali conservano ancora la forma descritta da Virgilio. I fenici, primi esploratori di queste coste, inventori del commercio e dell'alfabeto, temevano le onde del mediterraneo almeno quanto noi le cerchiamo ed hanno riprodotto lo stesso schema portuale da Tiro, in Libano fino alle coste dell'Andalusia e della Sardegna. Per i loro insediamenti questo antico popolo sceglieva una isoletta alta e rocciosa poco distante dalla costa che spezzasse la linea costiera offrendo alle imbarcazioni un arenile riparato dagli imprevedibili (e quindi pericolosi) venti nordorientali. Lungo una costa orientata da est ad ovest, il trucco di scieglere una penisola come riparo per il vento ha pro e contro, i surfisti lo sanno bene. Se da un lato offre riparo durante le mareggiate da est, dall'altro presuppone l'esistenza di una baia pericolosamente esposta al Maestrale, vento molto più frequente a queste latitudini, ma la cui comparsa era facilmente prevedibile anche dagli esperti navigatori fenici. Se vi state chiedendo cosa tutto questo abbia a che fare con un surftrip redazionale, provate a pensare all'effetto di questa batimetria sulle onde che sferzano l'Africa mediterranea almeno cento giorni all'anno. Secondo la mia personalissima teoria, a lato di ogni antico approdo fenicio in Numidia si trova una baia con grosso potenziale surf e così alla parola 'Eneide' la mia mente associa l'immagine di un'onda che da in cima ad un'isoletta srotola placidamente fin nella baia di sabbia.

PRIME ONDE NUMIDICHE

La vista del vento che gira da nord mette in subbuglio il gruppo: lasciamo la Byrsa e puntiamo verso nordovest. Unscendo dalla capitale il traffico, in verità sempre più che gestibile, si distende ulteriormente fino a ridursi a pochissimi trattori e sgangherate Renault 5. La costa della Numidia era il granaio della Roma imperiale ed è quanto di più lontano dal paesaggio brullo e secco associato alla parola 'Africa'. Nell'eterna lotta territoriale tra ulivo e palma, tra nord e sud del mondo, qui pare sia scoppiata la pace. Il Sahara è a cinquecento chilometri, le foreste della Sardegna sono molto più vicine. Palme, boschi di eucalipti e conifere si alternano ad uliveti ed agrumeti curati come giardini. Scattare foto sarà una lotta col tempo e con lo spazio. Come durante ogni buona maestralata, piove a scrosci ma il sole, quando le nuvole glie lo consentono, manda una luce cristallina che colpisce la terra in larghi fasci. Fin da subito capiamo che, ad esclusione delle zone adiacenti ai villaggi, gli accessi al mare sono pochi e mal serviti dal manto stradale. La pioggia che cade da giorni avrà già reso impraticabili le tante 'strade bianche' che dalla statale portano alla costa. Arriviamo ad Hippo Zarytus nel primo pomeriggio. Intimamente unito al mare ed al lago interno da un comodo canale, il porticciolo di Place Bouchoucha è un indice analitico di mediterraneità, pastellato quanto Amalfi ma con la stessa vitalità di Mazara del Vallo o Essaouira in Marocco. Caposaldo della dominazione araba e turca, covo dei pirati islamici, roccaforte dei francesi e bombardata da Mussolini in cerca di un 'posto al sole': non c'è da stupirsi se tutti abbiano guardato con cupidigia alla sua posizione strategica a metà tra Gibilterra e Suez. Al terzo millennio di presenza umana l'abitato fenicio e la naturale conformazione costiera che stiamo cercando sono state inglobate dalla città moderna e dall'enorme porto. Lo stesso il vecchio forte proprio sul lungomare separa i due lati della costa, quello esposto a nordest e quello esposto a nordovest. Prendiamo casa nel miglior hotel della Cornice. Siamo in sei ma neanche affittando un appartamento con piscina, cupola privata e terrazza vista-spot riusciamo a superare i dodici euro a testa. La terrazza presto diviene il fulcro della casa. Io, Francesco Palattella e Marchetto Urtis che non eravamo presenti al primo viaggio siamo estasiati dalla serie di point sinistri che iniziano a gonfiare proprio sotto il balcone. Surfare il primo giorno di esplorazione è un vero lusso. Come nella migliore tradizione ci cambiamo in camera, corriamo scalzi fino al reef prescelto e ci buttiamo a mare senza neppure chiederci cosa ci sia sotto o quanto lontano da riva sia il picco prescelto. La mareggiata è giovane, le onde pur raggiungendo l'altezza della testa stentano a focalizzare sfilando larghe e lente in preda alla corrente. Emiliano Cataldi è il primo a raggiungere il picco ma in breve anche Alessandro, Francesco ed io ci avviciniamo alla disordinata line-up. La prima onda Numidica la prendo dritta in testa! Un set anomalo, risultato dall'accumulo di più onde di vento si gonfia lontano, succhia acqua da intorno e tenta di schiacciarmi sul fondo. Quando riemergo Emi C. sta ridendo. 'Periglioso il numidico flutto!' sbotta sfottendo il mio trip da latinista. Con uno dei più lunghi fetch del mediterraneo la potenza di queste schiume è più simile al respiro oceanico che alle deboli onde di un mare interno, lo sanno bene i pescatori a riva che, nell'acqua fino alla cintola, rischiano di essere trascinati via tra una calata e l'altra alla spigola. Picchi sparsi impattano la costa ed Emi ha la fortuna di prendere due bombe su questo reef senza nome e di surfarle per oltre cento metri. Il forte maestrale è perfettamente side-shore su questo tratto. Francesco ed Alessandro Maddaleni sono goofie e sfruttano al meglio le lunghe e lente sinistre che rompono davanti alla scuola elementare. In un'oretta la corrente ci trascina verso est poi verso riva, poi direttamente davanti al termosifone in camera.

MUAHAMMAD DON'T SURF

Muniti di mappe, portolani, gps ed un chilo di datteri dolcissimi discutiamo la strategia sul tavolo della sala. Abbiamo dieci giorni e il modello Ensamble prevede mareggiate per almeno 2 settimane. Nel giro delle prossime sei ore la mareggiata comincerà a piegare verso ovest. La zona a est del porto prenderà il vento da terra mentre mille chilometri di fetch continueranno a spingere verso di noi la mareggiata. Chi è già stato qui, si sfrega le mani. Io invece devo aspettare l'indomani quando, come da previsioni, tra le lamiere contorte del cimitero delle navi scorgiamo una schiuma che gonfia, che diventa onda, che tuba e che sputa in un canale di acqua bassissima. Attraverso un varco tra le nuvole un enorme raggio di luce illumina lo spot. In verità l'area sovrastante è recintata con filo spinato ed appartiene all'esercito nazionale. Quando Emi si arrampica sulla collina e piazza il cavalletto, un paio di guardie armate gli si fanno incontro. Dall'acqua lo vedo gesticolare ed indicare la macchina fotografica poi noi in acqua. Il capo brigata si presenta come Muhammad ed è allibito alla vista di qualcuno che gioca in un luogo che neanche il più stupido dei turisti apprezzerebbe. Con fare molto gentile spiega che entro poco, proprio qui dietro, comincerà una esercitazione militare. Fotografare moschee e basi militari non è mai una buona idea in un paese islamico, specie se da cento metri cominciano a scoppiettare raffiche di AK 47. Nonostante viva di fronte ad uno dei break più consistenti del Mediterraneo è chiaro: 'Muhammad don't Surf' e come lui non surfa praticamente nessuno lungo le 85 miglia che stiamo esplorando. Emi capisce subito che il posto più sicuro è tra le onde, si mette la muta, infila la macchina nella custodia subaquea e ci raggiunge. Ad Emi Cataldi e Marco Urtis va creditata la scoperta di questo succhione nascosto dietro le dune, oltre l'ultimo relitto. E' proprio Emi a battezzarla 'Ramadan Right' dopo averne saggiato il ripido take-off. L'onda, che inizialmente mi era sembrata quasi insurfabile per via della vicinanza a riva, si rivela una macchina da tubi divertentissima. Il picco si alza di fronte ad uno spuntone di roccia e srotola velocemente a destra per una cinquantina di metri spegnendosi su di un tavolato quasi affiorante. Anche se non sono indirizzati a noi, i colpi di mortaio fanno una certa impressione e ci suggeriscono di cercare altrove. Quando dalla collina sbuca Muhammad in cima ad un mezzo blindato, smobilitiamo il campo e rientriamo alla base. Nel tardo pomeriggio il moto ondoso pare sensibilmente calato così ci dirigiamo verso ovest, lungo il lato più esposto della costa. Nella spiaggia ancora rompono, questa volta su sabbia, veloci picchi di oltre un metro. Le ripide sinistre sposano perfettamente lo stile aggressivo di Alessandro Maddaleni che prende un doppio tubo e guadagna una sequenza da 10 foto. In verità questa spiaggia sembra spremere tutto il succo dalle onde. Completamente insurfabile con vento attivo, in scaduta manda picchi impegnativi per velocità e ripidezza. La sera il buon umore invade la brigata. Dopo una cena a base di kemia (antipastini piccanti molto gustosi) ed il classico couscous di agnello siamo satolli e non vediamo l'ora di rispettare le usanze locali e fumare il classico narghilè. Camminando verso il porto realizzo che a quest'ora, ogni singolo uomo maggiorenne in città sta inalando fumo attraverso una pipa ad acqua. Alcuni addirittura accompagnano il narghilè fumando con una sigaretta! Alla faccia delle campagne anti-fumo! Nonostante la temperatura abbastanza rigida noi sciegliamo un baretto col patio all'esterno ed ordiniamo timidamente 'Trois sheesha'. Entro breve vengono portati tre grossi narghilè di vetro colorato ed un dolcissimo thè che qui servono con menta e pinoli. Sono tre i tipi di tabacco più diffusi, il Mwassi ed il Tufa sono i più leggeri, aromatizzati al miele ed alla mela mentre lo Chirac ha un gusto deciso ed è famoso per dare alla testa. Le cannelle gorgogliano una mezzoretta prima che io realizzi quanto sono sballato ed intossicato. Mi addormendo tossendo ma in africa posso permettermi una doppia uso singolo e non disturbo nessuno.

ALLAHU AKBAR!

Ai tempi di Enea, l'Africa del Nord era popolata solo da gente berbera, che i greci chiamavano Libici. Di questo popolo dalla pelle bianca e dai tratti europei non si conosce esattamente la provenienza, ma si suppone fossero di origine caucasica. Nonostante sia passata alla storia come fiera e combattiva, la comunità berbera costiera, si è amalgamata nei secoli ai popoli del mediterraneo abbracciando la fede islamica. In questo poutpourì di razze noi italiani passiamo quasi inosservati. L'apparente chaos del mercato in verità ha una sua logica. Tradizionalmente il souq arabo è diviso in zone, ognuna specializzata in un prodotto. Le bancarelle più vicine alla moschea (Masjid) trattano le mercanzie più nobili mentre i business più puzzolenti e rumorosi, come concerie, macellerie e maniscalchi, vengono relegati negli angoli più lontani. Il minaretto ottagonale della grande moschea, come il campanile nelle cattedrali cristiane, è il vero 'faro sonoro' della città (la parola araba Menara significa appunto faro). E' da qui che il Muezzin chiama, cinque volte al giorno, i fedeli alla preghiera. Tutte le moschee ricalcano il modello della casa del profeta Maometto a Medina. La zona centrale detta Haram, o sala da preghiera, è suddivisa in una serie di navate che separano i due sessi. Nel mezzo corre un'ampio corridoio che porta al Mirhab, la nicchia del muro della Qibla che indica la Mecca e verso la quale tutti i musulmani pregano. Solo il cortile esterno della moschea è aperto agli 'infedeli' ed è qui che l'aspetto più vivo e quotidiano della religione si manifesta. Al nostro ingresso, un gruppo di bambini sta seguendo lezioni sul Corano, due anziani signori con in testa il chechia (il copricapo porpora di origine fenicia) chiacchierano al riparo dal vento e dal chiasso del mercato. In verità ci sentiamo un pò fuori luogo. Il buio alle cinque è già totale così decidiamo di concederci un servizio di toletta in una delle tante botteghe di barbiere prima della cena. Prendersi cura a pagamento del prossimo è qualcosa di molto serio qui e le immagini alle pareti lo dimostrano. Come in tutta l'area mediterranea la bottega è costituita da una sola stanza che guarda direttamente sulla strada. Il muro di fondo, quello visibile dall'esterno, ospita quattro ritratti del presidente, una fotocopia dipinta a mano del pugile Muhammad Ali, poster publicizzanti cosmetici per uomo e, proprio sopra la porta, la onnipresente Fatiha, calligrafia dorata dei primi versetti del Corano. Il nostro arrivo ha sicuramente interotto una conversazione. Il barbiere (che assomiglia a Saddam da giovane) ed il suo aiutante stanno sgranocchiando pistacchi e non sembrano troppo contenti di quattro occidentali in bottega. Io sono il primo a sedermi. I primi dieci minuti sono in pratica un massaggio facciale emoliente: asciugamani bollenti mi vengono passati sul viso prima di stendere con precisione millimetrica la crema da barba. La rasatura parte sempre dalle basette e segue il 'pelo' della barba come una carezza. Con gli occhi socchiusi per evitare i flash di Emi, neanche mi accorgo che una lama lunga trenta centimetri maneggiata da un musulmano mi sta carezzando la giugulare. Apro gli occhi di scatto e guardo Emi C. dallo specchio: messaggia tranquillo la sua Didone sul cellu. Il servizio finisce in una nuvola di dopobarba rosa alcolico che brucia tantissimo.'Allahu Akbar' canta il muezzin. 'Dio è grande'... e a quanto pare non ce l'ha con noi.

CERCANDO VIRGILIO

Il Maestrale è famoso per soffiare un numero dispari di giorni ed infatti alla quarta alba il mare è piatto. La mareggiata sta scivolando dalla Numidia verso le regioni del Mogods ed oltre. Il cielo verso nordovest è ancora livido e noi, come un equipaggio fenicio pago degli scambi mercantili, raduniamo i nostri stracci, facciamo il pieno di mandaranci e salpiamo per un nuovo approdo. Già da tempo abbiamo notato una penisoletta stretta tra la catena del Jebel Biri ed il mare. Sulla mappa ricalca in tutto e per tutto lo schema fenicio che stiamo cercando ma per raggiungerla una barca antica sarebbe stata più comoda dell'auto. Tra foreste di sughero e strade fangose la Kangò annaspa e si impantana. Fermi a lato della strada osserviamo la processione di volti che dai monti scendono, a piedi al mercato. Qui, a soli 150 chilometri dalla capitale, il gap culturale con le aree più progredite è enorme. Uno scuro hejab copre il volto di molte ragazze ed alla vista della macchina fotografica gli anziani alzano la mano per coprirsi il volto. Le donne, le regine della sfera domestica, sembrano essere le uniche a lavorare seriamente. E' inverno e molte di loro trasportano a spalle o col mulo la quantità giornaliera di legna da ardere, enormi fascine fissate con anelle al tipico vestito berbero rosso e nero. Dopo un paio d'ore di guida la statale esce dalla foresta e lambisce il mare. Il colore rosso è una costante del paesaggio settentrionale. Come se il colore del deserto riuscisse a sfilare sotto le foreste ed i monti rispuntando qui. Dal portolano si intuisce che sono colline di roccia ferrosa e che degradano in una lunghissima spiaggia esposta a settentrione. Il piccolo borgo è letteralmente seduto sulla collina, col verde intenso degli ulivi alle spalle e l'isoletta fenicia ai piedi! Nonostante sia stata a lungo contesa tra liguri, francesi e danesi per il controllo del corallo (ovviamente rosso), questa costa non ha subito grossi sconvolgimenti morfologici dai tempi di Virgilio. Entrando da est, costeggiamo la lunga spiaggia col cuore in mano: picchi perfetti rompono a perdita d'occhio. A stento ci freniamo dal buttarci subito in acqua e facciamo un tour panoramico. Alla vista dell'isoletta dall'alto e dei due point perfetti che lambiscono entrambi i lati della baia scoppiamo a ridere e ci abbracciamo. La mareggiata che solo cento chilometri a nordest pareva morta e defunta ora sta crescendo a vista d'occhio. Manca poco al tramonto e i set sembrano troppo poco frequenti nei point di roccia. In una frenesia totale torniamo al beach e ci buttiamo in acqua.. o almeno ci proviamo. Francesco e Marco hanno dimenticato entrambi la muta 4.3 in hotel ed ora sono costretti a giocarsi quella di Emi Mazzoni a pari e dispari. Al terzo round vince Fra ma serve l'impegno di tutti per sedare Marco che tenta di strapparla a forza dalle mani di Fra. La mareggiata qui viene da nord ed il beach è perfettamente parallelo alle onde. Serve di produrre tanta velocità per passare la sezione successiva al take off ma i ragazzi si divertono tantissimo. Marco, costretto a surfare con la muta estiva corta, si tiene caldo partendo sulle onde più grosse e tubose del giorno. Tra lo stupore di tutti la mareggiata cresce fino ad attivare le secche esterne che però rallentano e sporcano le onde a riva. Il numero dei close-out aumenta esponenzialmente ed io, giocherellando con l'onda sbagliata, ci rimetto il bicchierino del leash completamente strappato dalla tavola in uno dei miei migliori botti! Purtroppo Fra, Ale e Marco riescono solo a vedere i point frangere. I loro voli sono a ritorno chiuso e quindi sono costretti a salutarci. Nella settimana che ci rimane in terra numidica questo beach diventerà il piatto forte del nostro trip rompendo in ogni condizione da uno a due metri di altezza. Rimasti solo in tre prendiamo casa in pieno centro, proprio sotto alle guglie rosse che caratterizzano il porticciolo antico manifestando a tutti la nostra presenza. Non solo siamo i primi surfisti a raggiungere questo sornione borgo marinaro, siamo gli unici occidentali in città e ci sentiamo un pò osservati. A insospettire i paesani sono le nostre escursioni in luoghi che loro trovano completamente privi di senso. Dopo innumerevoli sguardi interrogativi la Polizia, gentilmente ci chiede cosa facciamo qui, così lontano dalle rotte turistiche e, soprattutto, perchè facciamo il bagno in mare in pieno inverno. Una volta chiarito all'autorità che non siamo clandestini in partenza a nuoto per Pantelleria, la nostra presenza viene silenziosamente assorbita e nessuno si stupisce più di vederci passeggiare sul lungo mare vestiti di gomma nera. Per qualche motivo le onde migliori arrivano sempre alla fine del viaggio: nei giorni successivi i point nel lato esposto a nordovest, grazie ad un provvidenziale cambio di direzione nella mareggiata, cominciano a farsi vedere. Gli smottamenti di rocce ed il parziale insabbiamento del porto antico hanno smussato gli angoli a questo gioiellino di baia favorendo la rifrazione. Dove una volta, al riparo dai venti da est, zelanti mercanti orientali scaricavano stoffe purpuree, oggi rompe l'onda che mi ha fatto perdere un'estate e sognare tanto tempo. La partenza sul picco esterno della destra è tutt'altro che facile: i 'cerchi rifluenti' frangono proprio sopra due grossi massi emersi e srotolano su un fondale di sassi aguzzi verso il porticciolo. Ma chi meglio di Virgilio può descrivere questo spot? 'V'è un luogo in una profonda insenatura della costa: un'isola vi forma un porto con la barriera dei fianchi sui quali le onde, giungenti dal largo, s'infrangono e si spezzano in cerchi rifluenti.' Non è cambiato nulla da allora, dentro quei cerchi rifluenti adesso ci siamo noi.

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