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FOUR TALES FROM PANAMA

a cura di Sam Bleakley Condividi SurfNews

LA CITTÀ CHE PULSA

Ogni città ha una ferita aperta dentro la quale è possibile scorgere un cuore pulsante e vivo. Guida sotto un tempo da lupi Alberto, ed in poco tempo mi ha convinto che Casco Viejo sia proprio 'el corazon de Panama'. La tempesta esplode attorno al suo taxi ed a me manca il coraggio di uscire. Fuori, la pioggia alimenta enormi pozzangere che paiono incollate al terreno: scuri rivoli che trascinano a valle escrementi ed anime perse. Un tuono esplode fragoroso ed il traffico si arresta. Le strade del centro velocemente si svuotano ma Casco Viejo, tiene fede al suo nome (vecchio elmetto) e resiste nei suoi ritmi, sprezzante del clima Pacifico. Alberto frena e parcheggia scaricandomi in un labirinto di strade sbilenche e palazzi in stile coloniale: 'Questa è la città vecchia' sono le sue uniche parole. Il ritmo di Cerro Ancon è molto diverso dal caotico pulsare dei quartieri est della capitale. Da qui il traffico, l'architettura eterogenea ed i neon dell'area commerciale fondata in nome del business sembrano lontanissimi. A Casco Viejo ancora pulsa lo spirito di Panama, come un vecchio corazon che perde colpi ma non si ferma. Le strade sono piene di fango ma questo non impedisce alla gente di sedersi sul ciotolato a terra. Guardo le ciabatte infradito che ho ai piedi e penso alle malattie che posso prendermi camminando in questa fogna. Ogni giorno questa gente combatte contro le grinfie della miseria, si vede dal modo di vestire e dalla capacità di adattarsi. Mi sento patetico e debole in confronto a loro. Casco Viejo è uno dei quartieri più poveri di Panama ma è anche uno dei meglio preservati e più intriganti. Qui, crimine, personaggi tipici ed architettura coloniale creano un cocktail affascinante e rischioso al tempo stesso. 'Ere man, you want a fine fresh fish feed?'. La voce squillante di un rasta mi obbliga a fermarmi sull'uscio di un ristorantino dai muri gialli. Smokey è nativo di Bastimentos, una città della costa caraibica letteralmente esplosa grazie al mercato delle banane. Si è trasferito a Casco Viejo per far due soldi col turismo e per evitare le chitras, fastidiose pulci della sabbia delle spiagge atlantiche. Anche lui fa parte di quel mix culturale che rende seducente quest'area. 'Panama significa abbondanza di pesce' dice Smokey servendomi una generosa porzione di Chevice, piatto locale a base di pesce crudo, riso e banane cotte. Effluvi pungenti di Seco (un liquore tipico) avvolgono completamente il locale impedendomi di capire dall'odore il grado di freschezza di quello che ho nel piatto. Di fianco a me, lungo il bancone due panamensi litigano a voce alta. Il loro alito odora di gas per accendino ed è un vero omaggio al vecchio soprannome del quartiere: 'Empty Bottle'. Anche se l'indipendenza di Panama dalla Colombia è legata alla presenza dello Stretto, Casco Viejo non è stato incluso nei piani di sviluppo. Il flusso di capitali del commercio transoceanico ha solo sfiorato questo barrio. Le sue strade sono troppo strette e labirintiche per uno stato moderno. Smokey descrive bene la situazione: 'Lo stretto è stato costruito per il resto del mondo non per noi'. A lato del conteso canale, infatti, si trova un mondo decadente, bello perchè dimenticato, un mondo che ora sta cambiando. Quando esco dal ristorante la pioggia cade in gocce rade che faticano ad inzuppare i vestiti. Riprendo ad esplorare le strade. Anche se il governo ha recentemente assoldato una milizia (Policia Turistica) per difendere i visitatori dai ladri di strada, sono le vecchie signore a garantire la sicurezza del quartiere. Sedute sui pianerottoli o nascoste dietro arrugginite inferiate percepiscono il pulsare del barrio senza perdersi un colpo. Su un balcone dipinto di blu tenue, una mujere decora con ago e filo uno scialle bianco, un matrimonio è in vista. La radio nella stanza gracchia una ballata ispanica, ed in un attimo tutti gli stereotipi dell'America Latina sono di fronte a me. Fortunatamente questa bolla di sapone esplode quasi subito, infilzata dalle grida di una attrice di telenovelas sparate a tutto volume nella tv della camera accanto. Mi lascio dietro la Avenue Central ed il suo sapore agrodolce e raggiungo a piedi Paseo de las Boveda, sul lato sud dello stretto. Le case qui si affacciano sull'Oceano Pacifico, guardando direttamente la fila delle navi che aspettano di attraversare la 'scorciatoia' più importante del mondo. Il puzzo è disgustoso: la fogna della città scarica direttamente a mare. Un americano, Jay, condivide il mio disgusto. 'Le tre cose che non sopporto di Panama sono la sporcizia, l'inefficienza del sistema fognario e la poca voglia di lavorare della gente. Però qui...', ed accenna un sorriso complice, 'puoi fare tutto quello che vuoi!'. Il suo business a Panama è legato alla privatizzazione della linea ferroviaria che attraversa l'istmo da oceano ad oceano. Negli anni spesi qui, ha imparato ad amare la spigolosa ma affascinante atmosfera di Casco Viejo. 'Goditelo finchè è ancora rustico. In dieci anni qui sarà un'altra Disneyland.' Sono in tanti a considerare questo posto il segreto meglio custodito dell'America Latina ma il futuro che prospetta Jay per l'area è assai diverso. 'Faranno una scorciatoia che passerà di qui e sistemeranno il quartiere una volta per tutte'. Allora il cuore di casco Viejo, operato di bypass, forse cesserà di pulsare perchè a differenza di altre realtà dove la americanizzazione ed il progresso hanno lasciato intatta la cultura locale, a Casco Viejo realtà e fascino romantico sono in rotta di collisione. La pioggia si ferma come per incanto. Passeggiamo a ritroso verso il Palacio de las Garcas ed entriamo in un bar affollatissimo proprio quando il complessino comincia a suonare. I passi sinuosi del Merengue parlano della lunga notte a venire più di quanto non faccia il tramonto. Mentre il resto di Panama affoga nervosamente nella nebbia, noi scaldiamo corpo e anima brindando all'instancabile anima di Casco Viejo.

EL LONGBOARD

'La tabla no queda' sentenzia l'addetto bagagli dopo aver provato in ogni modo ad infilare la sacca nel portaoggetti. Sul piccolo aereo a venti posti che collega Panama City alla costa caraibica non accettano bagagli superiori ai sei piedi. 'Domani il volo sarà vuoto' mi rassicura il capitano 'appoggeremo le tue tavole lungo il corridoio.' Nutro seri dubbi a riguardo ma il capitano mi rassicura dicendo che le rivedrò domattina stessa. Intimorito dalle 18 ore di traversata in autobus con tavole al seguito, mi imbarco con gli altri senza tavole e col morale sotto i piedi. Dopo il take-off sorvoliamo lo stretto, ridono contenti sapendo che le loro short-board sono sicure nella stiva. Io penso a quanto difficile sarà, per un long-boarder come me, divertirsi su una saponetta lunga 6.0 presa a prestito. 'Arriverà questa sera' spiega il manager della Aeroplas Regional di Panama City. 'L'aereo è stato sempre colmo e non siamo riusciti a sistemarla tra i sedili'. Al terzo giorno di scuse simili schiumo dalla rabbia al solo pensiero del mio amato 9.0 fermo in capitale! L'unico long che reperisco on spot è 'l'alligatore': un 9.6 single fin semidistrutto e con la pinna segata. Prendere onde con una tavola del genere è come fare la lotta con un coccodrillo ma sempre meglio che usare il fish 5.6 del 1972 che ho come unica alternativa! Entrambe le tavole hanno il loro 'forte' ma nessuna delle due è fatta per le onde di Panama in prime season. 'Ho un amico a Panama City che può prelevare la tavola e caricarla sul bus che parte stanotte. La potrai ritirare direttamente domani mattina'. Le parole di Christian, il padrone delle nostre Cabinas suonano come una benedizione. La mattina dopo prendo un motoscafo fino alla terraferma. Un branco di delfini disegna linee nella scia del nostro V6 Yamaha 200. 'Il bus ha tre ore di ritardo' dice la Creola addetta al deposito bagagli. Mi siedo ed aspetto la mia tavola nella hall infestata dalle mosche: uno dei posti meno poetici del Centro America. 'Perchè è in ritardo?' Chiedo educatamente. 'Alla precedente stazione hanno trovato due borse senza padrone. Una conteneva 55 mila dollari, l'altra era piena di cocaina.' Imparo che il bus è stato ispezionato, ogni valigia aperta ed ogni passeggero perquisito ed i miei longboard hanno destato non pochi sospetti visto che erano gli unici bagagli incustoditi e senza etichetta di riconoscimento. Sotto una pioggia scrosciante il bus arriva nel parcheggio e la mia faccia si illumina alla vista delle tavole. In un secondo sono già sul motoscafo ansioso di riunirmi al gruppo che intanto prega che smetta di piovere per poter scattare qualche foto vendibile. Il giorno dopo sono l'uomo più felice di Panama: prendo tubi, stallo hang-ten e surfo aggressivo sulla mia tavola preferita. Poi mi infilo nel tubo sbagliato e CRAK! Spacco in due proprio la tavola che mi ha fatto sospirare tanto!

LAS OLAS

Dal punto di vista delle onde, Panama è un paese fortunato. Il Mare dei Caraibi produce grosse swell accompagnate da vento e la stagione migliore per il surf va da Novembre a Marzo con un'altra piccola finestra tra Giugno ed Agosto. Questi 1.160 Km di costa esposta a nord ed est offrono un incredibile mix di condizioni che vanno da esplosivi beach break in stile Puerto Escondido a point su roccia e corallo simili a quelli indonesiani. I 1.690 km di costa Pacifica, ricevono invece, tra Aprile ed Ottobre, le mareggiate meridionali, prodotte dalle basse pressioni sulla Nuova Zelanda e nella fascia dei 'Quaranta Ruggenti'. Entrambe le coste sono letteralmente bombardate dalla pioggia. La parola 'clima umido' è assolutamente riduttiva, specie per la Costa Caraibica che abbiamo scelto. Anche se la costa pacifica è una miniera di onde di qualità, noi abbiamo deciso di esplorare una piccola porzione del lato opposto, un'area che la crescente comunità surfistica custodisce con un fiero localismo. C'è poco da stupirsi, lungo questa costa rompono onde splendide. Una delle migliori frange proprio di fronte ad una discarica perennemente in combustione. I fumi esalati dal PVC danno alla testa: dopo due ore di surf, tornando a riva, barcolliamo come ballerini ubriachi sul reef coperto di ricci.


LOS CABALLEROS

Eugene Tollemanche è il compagno di viaggio più divertente, poliedrico ed iperattivo che ti puoi aspettare. Surfisticamente cresciuto a South Davon, Eugene ha passato la sua gioventù spostandosi tra l'Indonesia, l'Europa e l'Australia. Parla fluentemente spagnolo ed indonesiano Bahasa. Il suo spirito pratico, la sua lunga esperienza sulle barche e la capacità comunicativa lo rendono indispensabile nelle missioni più hard. Continuamente in ballo tra Cape Town e la Florida, Cheyne Cottrell è uno dei goofie più stilosi che ho mai visto. Molto simile a Machado nello stile, Cheyne connette le manovre con un grande naturalità. Anni di viaggi lo hanno reso un ragazzo coi piedi per terra ma con un grande futuro davanti. Wesley De Souza è cresciuto surfisticamente tra Saquarema, la Florida e Rio de Janeiro a stretto contatto coi contrasti della cultura latina. Al momento è tra i primi dieci del Pro Junior tour. William Robert 'Skeeter' Zimmerman è un altro surfista della Florida che spende più tempo alle Hawaii che a casa. In questo trip ha stupito tutti per la precisione nei tubi e per essere rimasto paralizzato per alcuni minuti dopo la puntura di un medusa marron. Ci siamo presi tutti un colpo! Ed infine John Callahan, il Magellano della surf exploration che continua a stupirci progettando e fotografando avventure indimenticabili. Alla prossima.

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