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VIET NAM

a cura di Stuart Butler Condividi SurfNews

Parole senza comunicazione.

Non è stata la mia guerra, non ero neanche nato nel '68 e non ne ho mai voluto sapere niente. Il Vietnam è un insieme di nomi e luoghi, una storia che mi interessa molto da lontano. Il cinema me l'ha raccontata troppe volte e per me poteva anche bastare ma inseguendo questo tifone alla ricerca di onde, inizio un po' a capire cosa significhino quei nomi e quelle facce. Contro la mia volontà, la storia mi guarda negli occhi e mi chiede di essere in qualche modo testimone.


La strada verso la spiaggia lambisce il villaggio di Son My. Qui nella primavera del 1968 un plotone di giovani americani arrivò sugli elicotteri e sterminò l'intero villaggio, M 16 in pugno. Le informazioni in loro possesso parlavano di forze armate nascoste nel villaggio e che i civili sarebbero tutti stati al mercato nel vicino paese. L'abitato fu raso al suolo con bombe al fosforo, alla fine dell'operazione restarono a terra cinquecento corpi carbonizzati principalmente vecchi, donne e bambini. Neanche una pallottola fu sparata agli americani. Forse l'episodio del massacro di Son My e tutto l'intervento americano in Vietnam si sarebbe potuto evitare semplicemente comunicando di più. A livello di dialogo, poco è cambiato dal massacro di Son My ad oggi. Le facce della gente sono solo elementi decorativi per le nostre foto, le loro parole restano ancora senza senso per noi. La sensazione di disorientamento è forte in ciascun occidentale che si incontra da queste parti. Non mi sono sentito così spaesato in nessun altro luogo. Fingere e recitare non sono mai stati il mio forte, ma mangiare quello si, infatti mi sono sempre considerato una buona forchetta. Qui per ordinare devo cimentarmi in una performance teatrale d'eccezione. Io ed il mio compagno di viaggio Nick tentiamo di indicare sul menù i classici 'noodles' con pollo ma fin dalla prima portata sorgono dubbi. Saranno tagliolini o genitali di capra? Il brodo sarà di pollo o di topo? Le nostre domande cadono nel silenzio e sono accolte dai locali con un sorriso carico di incomprensione. Quando pochi giorni fa sono scappato dall'inverno europeo con la tavola per andare a surfare le onde del Sudest Asiatico, pensavo al Vietnam come una terra di cieli azzurri, acqua calda ed onde divertenti. Insomma ero felice di partire. Il surf però ha il potere di distruggere qualsiasi cliché e di mostrarti le cose o più belle o più brutte di come le immagini. Questo trip in Vietnam apparti ene al secondo gruppo. Il vento onshore si rivela centinaia di volte più forte del previsto, senza peraltro riuscire a generare onde surfabili. Riguardo al sole poi... Tra novembre e marzo una forte corrente di umidi venti da nordest interessa il sud est del Mar della Cina generando mareggiata costante e piogge lungo 3000 km di costa esposta. Il Vietnam è proprio al centro di questo schema meteorologico ma non tutto è oro ciò che luccica. Tutti ricordano i Clash quando cantavano: 'Charlie don't surf'. Da quello che abbiamo potuto constatare, Charlie ha le sue buone ragioni per non surfare in Vietnam! Giorni e giorni passati in un van all'umido, lungo sentieri fangosi che conducono verso la costa. Una volta raggiunta la spiaggia di turno sempre il solito copione: troppo vento, troppa pioggia e onde scadenti. Il tempo è così brutto che rischiamo la depressione. Ad un'atimo da cancellare l'intero trip e tornare in Europa decidiamo di giocarci l'ultima chance. Prenotiamo due posti a bordo di un piccolo aeroplano con destinazione un arcipelago di isole a 200 km circa dal continente. Appena sopra le nuvole il nostro umore si solleva: sole e onde che srotolano lungo tutto il sud del Mar della Cina colpendo una varietà di reef. Da lassù tutto sembra perfetto un'altra volta ma a terra quella splendida cartolina si rivela essere un grande inganno: ogni onda è un moscio chiusone e gli spot sono praticamente inaccessibili. Prima d'ora nessuno, neanche i locali, ha avuto un buon motivo per raggiungere via terra o via mare le spiagge che ci interessano. Ancora una volta il vento mortifica la nostra speranza di onde decenti, e quando smette di soffiare il mare si trasforma in una piatta inesorabile, in più i fastidiosi banchi di sabbia al largo contribuiscono ad indebolire ulteriormente la forza del moto ondoso. Non è solo la mancanza di onde a generare frustrazione, ma tutto il contesto in cui si svolge la ricerca. Cerchiamo di spiegare al nostro autista Mr. Truong attraverso gesti e segni che cerchiamo una certa spiaggia e lui, in totale buona fede, parte alla volta dell'interno. Ci stiamo misurando con una lingua e una cultura troppo diversa dalla nostra. Mr Truong poi non ha il minimo senso dell'orientamento: è gentilissimo ma guida con l'insicurezza di una ragazzina neopatentata così tra sorrisi e mezze parole continuiamo a vagare alla ricerca della nostra chimera per giorni e giorni, tra spiagge sferzate dal vento e risaie martellate dalla pioggia. Probabilmente se fossimo riusciti a comunicare prima, tutto sarebbe stato più facile. Poi un pomeriggio abbiamo imparato ad ascoltare. Abbiamo notato sulla mappa una sorta di penisola e abbiamo cercato di spiegare a Mr Truong che volevamo dirigerci là. Ci siamo anche offerti di guidare il van così da poter raggiungere la meta in tempo utile. Mr Truong ci risponde qualcosa che potrebbe significare: ' non preoccupatevi ragazzi che ci perdiamo ancora!' Oppure molto più verosimilmente: 'Quel posto è una merda. Avete finito di rompere le scatole con le vostre richieste stupide? Avete voglia di iniziare a capire e a fidarvi di me? Non avete visto che continuate a scegliere spot di merda? Adesso vi mostro qualcosa io.' Di sicuro questa volta sembra più deciso del solito ed imbocca subito la direzione giusta, ma una volta arrivati in una zona di risaie in prossimità di una magnifica laguna, cambia inaspettatamente direzione ignorando le nostre proteste. Noi cadiamo nello sconforto, Nick inizia a gesticolare come un matto e Mr Truong lo ignora sorridendo cortesemente. Arriviamo in cima ad una scogliera sperduta, io osservo il mare e noto subito una bella sinistra che rompe sul reef in diverse sezioni. Forse tutti quei suoni, quelle strane parole, quei visi hanno veramente un significato. Se avessimo avuto l'intelligenza di ascoltare e non la presunzione di farci solo capire quante onde avremmo potuto surfare? Avremmo dovuto lasciarci condurre per mano da quei suoni così estranei, seguirli con le nostre tavole sotto braccio e non opporre una cocciuta resistenza. Da quella spiaggia in avanti, abbiamo scoperto buone onde quasi ovunque. Mr Truong si è riscattato anche se ha dimostrato sempre grosse difficoltà a portarci indietro all'hotel. Noi invece abbiamo imparato a lasciarci trasportare dalla corrente senza sfiancarci a remare contro ed alla fine siamo stati premiati. Gli ultimi giorni però il clima subisce un drastico peggioramento. Il tifone dopo aver seminato morti nelle Filippine, si posiziona di fronte al Vietnam. Mr Truonge, che ora raccoglie informazioni tra i locali, ci conduce in un villaggio di pescatori nei pressi di Son My. Le condizione non sono delle migliori e gli abitanti del villaggio ci sconsigliano vivamente di entrare in acqua. Ancora una volta ignoriamo o fingiamo di non capire le loro parole ed in quel momento è incomincia la nostra 'guerra'. Una volta entrati in acqua siamo da subito in balia della corrente e del vento che soffia ancora più forte di quanto non facesse in spiaggia. Non c'è pausa, non esistono intervalli tra i set, solo pareti d'acqua sempre più grandi, sempre più scomposte e feroci. In pochi minuti siamo al largo e gli spettatori sulla spiaggia sono ormai solo puntini. Stiamo pagando il prezzo della nostra ignoranza per mano di un tifone incazzato, imbevuti di ignoranza e luoghi comuni come gli altri che ci hanno preceduto. Sentiamo le nostre forze che si affievoliscono sempre più, mentre l'acqua prende il sopravvento e fortunatamente ci scaglia sulla riva. Il mare vietnamita ci ha sconfitto, ma il suo popolo ci ha perdonato, come ha fatto con tutti. Appena usciti dall'acqua, il paese intero ci accoglie con mille cure, sento il calore umano delle persone. Capisco che talvolta un gesto gentile vale più di tante parole senza significato. Adesso mi trovo in una piccola capanna al riparo, lontano migliaia di chilometri da casa in una terra di cui ignoro lingua e cultura, ma finalmente non mi sento più solo. Intorno a me visi di persone reali, visi sorridenti, visi amichevoli. 'Charlie don't surf' cantavano i Clash. Se avessimo tentato di andare oltre, di non irrigidirci sulle nostre posizioni, se avessimo tentato di superare le barriere culturali forse tutto sarebbe stato più semplice.

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