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A CACCIA DI TIFONI, COREA

a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews

Sono le tre di un afoso pomeriggio estivo quando il pilota del nostro aereo tenta il primo atterraggio sulla pista del piccolo aereoporto di Jeju. Una fittissima pioggia riduce la visibilità praticamente a zero e costringe il pilota a girare sui cieli di quest'isola, a cavallo fra il Mar della Cina e l'Oceano Pacifico, per più di mezz'ora prima di poter finalmente toccare terra. A giudicare dalla rigogliosissima vegetazione la pioggia, almeno in questo periodo dell'anno, non rappresenta una novità da queste parti, ma nonostante ciò le strade sono trasformate in veri e propri torrenti in piena difficoltose da percorrere anche per il pullman che prendiamo per raggiungere il versante opposto dell'isola.

'Join the honeymooners in the beautiful Jungmun Beach!' recita un depliant che sfoglio durante il viaggio in pullman, ma quando finalmente arriviamo a destinazione pioggia battente e nuvole scure rendono tutt'altro che idilliaca la visione della spiaggia. Lentamente cerco di riordinare le idee, mentre il resto della crew tenta inutilmente di comunicare in inglese con l'impiegata dell'ufficio turistico di Jungmun per cercare un alloggio ed un mezzo di trasporto capace di accogliere quattro persone, dieci longboards, cinque shortboards, una montagna di materiale fotografico ed i bagagli di tutti. Guardo questa mole di equipaggiamento che riempie la hall dell'ufficio e sbircio, fuori dalle finestre, il Mar della Cina inesorabilmente piatto. La compagnia in questi casi gioca un ruolo fondamentale e, mentre osservo i miei compagni di avventura intenti a comunicare a gesti e con l'aiuto di un improbabile frasario coreano, realizzo che dopotutto non siamo messi così male. Randy Rarick è una leggenda vivente, un fascinoso cinquantenne avvolto da un aura quasi mistica che ha viaggiato ogni angolo della terra e conduce uno stile di vita invidiabile a Sunset Point sulla North Shore. Shaper, pro surfer, padre fondatore dell'ASP, ideatore ed organizzatore della Triple Crown of Surfing, insaziabile viaggiatore e chissà quant'altro, Randy le ha viste tutte e passate di tutti i colori, dalle guerre civili in Africa ai cacciatori di teste della Nuova Guinea. 'Non saranno di certo due gocce di pioggia ed una lingua sconosciuta a fermarlo' ragiono fra me e me. In mezz'ora ecco comparire un allegro signore con il tipico cappello di paglia intrecciata a forma di cono alla guida di un grosso camion da cantiere. Suppongo che lui sia il nostro driver, ed il camion il nostro mezzo di trasporto con cui gireremo l'isola. George Fujisawa è un amico d'infanzia di Randy, nato in Giappone ma cresciuto alle Hawaii, con un background surfistico di tutto rispetto e titolare di una catena di surf shop bene avviata nella terra del sol levante. Anche lui è in straordinaria forma fisica considerati gli oltre cinquant'anni di età. I suoi modi gentili e la sicurezza nelle movenze ne fanno un po' il papà di tutti noi. Sam Bleakley è invece un giovane longboarder inglese di straordinaria eleganza, laureato a Cambridge in geografia e dai modi estremamente educati, due volte campione europeo e naturalmente dotato di uno stile impeccabile sulla tavola. Infine c'è John Callahan, il fotografo che ha concepito questo progetto e grazie al quale ci troviamo qui.
In un minbak, tipico residence in stile coreano, sulla collina sovrastante la baia stabiliamo il quartier generale delle operazioni, pronti per iniziare la nostra avventura la mattina seguente di buon ora.

Quando mi affaccio alla finestra che guarda verso il mare il sole è sorto da poco e l'uomo con il cappello di paglia è già pronto che ci aspetta con il suo camion blu. Delle nuvole di ieri non c'è traccia, i colori della baia sono saturati dalla luce intensa del mattino e fa già molto caldo. Carichiamo il mezzo in tutta fretta e a gesti cerchiamo di spiegare al driver dove vogliamo dirigerci. La baia di Jungmun è un setup ideale, incastonata fra due punte rocciose cui corrispondono altrettanti reef e con un bel beach break al centro. Chaba, il tifone che stiamo cacciando, in questo momento si trova a metà strada fra Guam e le Filippine, migliaia di chilometri più a sud di dove siamo. Dalle mappe meteo si vede che i suoi venti in quota hanno spazzato via le nubi e, cosa più importante, hanno iniziato ad irradiare di onde lunghe tutto il Pacifico Occidentale. Le onde che si frangono perfette sul reef sinistro della baia di Jungmun hanno viaggiato migliaia di chilometri in mare aperto prima di incontrare sul loro cammino quest'isola ed il nostro sguardo affascinato. D'ora in avanti l'esito di questa spedizione dipenderà esclusivamente dal tragitto di Chaba.

Ogni serie che arriva raccoglie un ovazione da parte di tutti noi e, sotto lo sguardo divertito di decine di coppie in luna di miele, surfiamo tutta la mattina queste facili e lunghissime onde. La parola d'ordine per questa session è 'single fin', e così mentre George, Sam e Randy si cimentano in interminabili nose ride con il longboard anche io approfitto delle onde liscissime per disegnare delle linee più morbide con il mio 6'3' single fin. Non passa molto prima che attiriamo l'attenzione dei surfisti locali, e in breve tempo tutta la comunità surfistica dell'isola si raduna sulle rocce attorno a John. Sono cinque in totale, tutti alle prime armi ma motivati da un entusiasmo sorprendente, e si dimostrano subito molto amichevoli. Per nostra fortuna Kim, il più anziano del gruppo, parla giapponese e comunicare con la gente del posto diventa finalmente possibile grazie alla traduzione di George. Ogni conversazione si svolge più o meno così: io penso una frase in italiano, la dico in inglese cosicché George possa tradurla a Kim in giapponese che finalmente può esprimerla in coreano al nostro interlocutore, e viceversa fino ad ottenere risposta. Comunicare resta comunque laborioso, e in molti casi si fa prima a gesti.

Di solito il comportamento dei tifoni è imprevedibile, e quelli che si generano nel Pacifico Occidentale durante questo periodo dell'anno possono evolversi seguendo due tipi di traiettorie. La prima è quella che prosegue verso Ovest in direzione della Cina, dove di solito i tifoni si abbattono con furia distruttiva sull'isola di Taiwan o sulle province meridionali del Fukien e del Checkiang. Quando seguono la seconda traiettoria invece, i tifoni virano gradualmente verso nord prima di raggiungere Taiwan dirigendosi verso la Corea del Sud ed il Giappone. Chaba è uno di questi.

Nei giorni successivi, man mano che il tifone si avvicina aumentando di intensità, la swell cresce fino a rendere impraticabile l'intera costa meridionale dell'isola, spingendoci ad esplorare anche i versanti meno esposti in cerca di baie riparate. Il problema non è ilo vento onshore ma piuttosto il fatto che le onde sono diventate troppo grandi per quasi ogni spot. Molte frangono ancor prima di impattare un reef o di entrare in una baia. L'unica alternativa sembra essere un outer reef che Randy ha adocchiato dalla strada, un picco lontano che si abbatte violentemente su di un lastrone di roccia in pochissima acqua. Quando arriviamo sulla lineup l'onda si rivela in tutta la sua brutalità: una massa d'acqua gigante che si rovescia su se stessa ad ogni respiro dell'oceano dando origine ad un tubo letteralmente più largo che alto. Tentiamo di domare il mostro per circa un'ora e ci accontentiamo di un paio di onde surfate a testa prima di intraprendere la lunga remata verso riva. Sembra incredibile di essere in Corea ed aver trovato delle onde tanto grosse e potenti e, a giudicare dalle previsione meteo, Chaba non tarderà a riservarci altre sorprese.

Guidando il paesaggio cambia continuamente e farsi un'idea precisa dell'isola non è facile: in alcuni tratti le caratteristiche sono quasi mediterranee, in altre parti sembra di attraversare i fiordi della Scandinavia con tanto di conifere, in altre ancora il paesaggio diventa arido e le rocce scure ed appuntite tradiscono una chiara origine vulcanica. L'unica caratteristica comune a tutti i versanti dell'isola è la traccia lasciata dall'uomo con le centinaia di porti, piccoli e grandi, disseminati lungo la costa. Non tutti i porti, fra l'altro, sono completati e tristemente constatiamo che sono vuoti: non ci sono barche ormeggiate fatta eccezione per alcune piccole imbarcazioni da pesca. Il driver ci spiega che i porti non sono stati costruiti per una reale esigenza, ma piuttosto come iniziative atte a creare occupazione sull'isola ed attirare investitori che però non sono mai arrivati. L'unica attività che pare essere molto redditizia è quella dei maxi resort di lusso, enormi complessi alberghieri dotati di ogni comfort come piscine, beauty farm, casinò, ampi campi da golf e dell'immancabile approdo privato per gli yacht dei facoltosi clienti coreani, giapponesi e cinesi che li frequentano. Gli unici occidentali sull'isola a quanto pare siamo noi e questo in parte spiega gli sguardi perplessi delle persone che incontriamo per strada o alle quali chiediamo indicazioni.
Lungo la strada i piccoli centri agricoli si alternano a complessi industriali e produttivi ultramoderni, mostrandoci una curiosa mescolanza di antico e moderno che caratterizza l'odierna economia della Corea del Sud. Trovandosi incastonata fra la Cina e l'arcipelago del Giappone, la Corea ha subito a fasi alterne la dominazione di entrambi i paesi, assimilando da ambedue delle qualità che le hanno permesso di diventare uno dei paesi più industrializzati ed avanzati al mondo.

Due piccoli isolotti segnati sulla mappa in corrispondenza dell'estremità nord occidentale di Jeju sono il traguardo che ci prefissiamo per questa giornata di perlustrazione. A prima vista l'unica cosa interessante della piccola baia pare essere il vivace porticciolo dove i pescatori hanno steso ad essiccare migliaia di calamari. I nostri sguardi entro breve vengono catturati dalle schiume oltre il muro portuale. Ad una prima occhiata il setup è molto promettente, un point sinistro su roccia attorno al quale le onde rompono fino a raggiungere l'estremità del muro, ma stimare la dimensione delle serie è difficile senza un riferimento preciso. All'imboccatura del porto un peschereccio attende il passaggio della serie al riparo dell'ante murario per accelerare e guadagnare il largo e, quando la barca attraversa il canale di acqua più fonda di fianco alla lineup, la vedo letteralmente scomparire fra due onde di una serie in avvicinamento. 'Non mi sembra poi così piccolo!' esclama George mentre ricopre di paraffina uno splendido 9'2' viola shapato da Randy. Ed infatti non lo è. Con la marea crescente le serie aumentano di misura e di frequenza, regalandoci una session magica su quella che fino ad ora è l'onda migliore che abbiamo surfato durante il trip, e distogliendo dal loro lavoro decine di pescatori che si assiepano sul molo di fianco a John. Prima di oggi nessuno mai aveva surfato Squid Point.


Con il passare dei giorni il rito mattutino di checkare Jungmun diviene pura formalità, solo un modo per rendersi conto della direzione e della dimensione della swell. Le enormi barre che viaggiano in serie anche di dieci o dodici onde rompono ben al di fuori della baia, ed impattano i reef quando ormai sono solo delle montagne di schiuma. Ad attirare l'attenzione di John sono le onde che rompono fuori all'estremità orientale della baia, a metà strada fra quello che in condizioni normali sarebbe il picco delle sinistre e l'imboccatura del porto di Jungmun.

Quando si ha un hawaiano come compagno di viaggio il concetto di 'surfabile' non ha un limite ben definito, e questo John sembra saperlo bene. E così, quando chiede a Randy 'Do you think you guys can surf it?' , la risposta non tarda a venire. 'Of course we can. It's ten feet out there!' suona come un grido di battaglia e, nonostante lo sguardo preoccupato del nostro driver e dei locali, guadagniamo la lineup remando direttamente dall'uscita del porto. Con lo sguardo fisso all'orizzonte per cercare di anticipare gli enormi closeout che periodicamente spazzano la lineup raggiungiamo il picco mentre una bella serie sta gonfiando. Sam e Randy approfittano dei loro longboard per sedere più larghi sul picco e partono sulle prime due onde, mentre io attendo più interno l'arrivo della terza onda della serie. Subito dopo il takeoff l'onda esplode con fragore sul reef esterno ed inizia la sua velocissima corsa verso l'inside dove, in corrispondenza di una grossa roccia che spunta pericolosamente alla base dell'onda, si piega su se stessa e forma un largo tubo di color verde smeraldo. Infilarsi in quell'ultima sezione è un gioco pericoloso, e non passa molto prima che Randy rompa gli indugi e pianti deciso il rail del suo 9'2' nel ventre di questo mostro. Quando esce dal tubo si ritrova a pochi metri dalla piccola folla assiepata sul muro del porto, che nel frattempo esplode letteralmente in un'ovazione.

La crescita costante della mareggiata lascia pochi dubbi sul fatto che Chaba sia ormai vicino, e con esso la data della nostra partenza. L'ultima cosa che vogliamo è trovarci bloccati sull'isola in balia del tifone. Le previsioni concordano con il fatto che nel giro di trentasei ore Chaba si abbatterà direttamente su Jeju. Mentre attraversiamo l'isola per l'ultima volta diretti all'aereoporto osserviamo la popolazione prepararsi all'arrivo di Chaba in un calmo susseguirsi di gesti apparentemente normali ma a cui noi stentiamo ad abituarci. Non possiamo far altro che immaginare le onde che vedranno quando il tifone sarà finalmente passato.


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