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A CACCIA DI TIFONI, FILIPPINE

a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews

Il sole è spuntato da pochi minuti alla nostra destra mentre la barca prosegue spedita nella navigazione verso nord, distogliendo dalle attività mattutine gli abitanti dei villaggi seminascosti nel folto della giungla ed i pescatori che a bordo di minuscole canoe si accingono a tornare a terra dopo una notte passata in mare. Il profumo del caffè appena fatto si diffonde nelle cabine risvegliando lentamente anche gli altri componenti della spedizione, che alla spicciolata si radunano sul ponte per la prima colazione ed il briefing mattutino. L'espressione sul viso di tutti è distesa, anche se la voglia di entrare in acqua è tanta dopo il lungo viaggio ed una notte di navigazione.

'Quanto manca?' chiede qualcuno.

'Quanto manca a cosa?' risponde John senza distogliere lo sguardo dall'orizzonte.

'Allo spot più vicino.'

'Non sappiamo dov'è lo spot più vicino. Dobbiamo prima trovarlo.'

Ingannare il tempo non è certo un problema su uno yacht di trentacinque metri dotato di ogni comfort: i sudafricani Luke e Dylan tornano a dormire mentre Mark, inglese di Newquay, preferisce guardare un film insieme ad Hayato e Kirby, i due ragazzi giapponesi. Sul ponte di comando John Callahan e Scott, il capitano della barca, consultano le carte nautiche e gli ultimi aggiornamenti meteo, cercando di individuare dei potenziali spot che abbiano una buona probabilità di ricevere onde dal tifone Songda, che si è da poco lasciato alle spalle Guam e sta dirigendo verso nord ovest sfilando in Oceano aperto a duemila chilometri da qui.

Raggiungiamo il lato esposto della costa dopo diciotto ore di navigazione, pressappoco nello stesso momento in cui anche le prime serie di onde originate da Songda raggiungono l'estremità settentrionale della provincia di Samar. Quando si ha a che fare con i tifoni il tempismo è fondamentale ed i nostri spostamenti sono stati calcolati accuratamente per sfruttare ogni giorno di swell. L'unica cosa che ci resta da fare è trovare uno spot.
Quelli di cui si hanno notizie nella regione non sono molti e quasi tutti si trovano sulla terraferma, mentre non si sa nulla di onde surfate sulle centinaia di minuscole isolette disseminate lungo la costa e che abbiamo la possibilità di esplorare grazie alla barca. Il primo spot in cui ci imbattiamo è Philippine's Dream, una delle onde più famose ma purtroppo inconsistenti di tutto l'arcipelago filippino. I quattro piedi di swell non sono sufficienti ad attivare il point e solo occasionalmente una piccola serie di onde riesce a frangere per tutta la lunghezza di questo incredibile reef. Decidiamo di proseguire mentre, dal margine della giungla, gli abitanti del villaggio ed un misterioso uomo bianco ci scrutano in silenzio. John è stato qui altre volte e conosce la storia di quell'uomo, un australiano che di questo spot ha fatto una ragione di vita e che non tollera intrusi sulla 'sua' onda.

Ci lasciamo alle spalle questo luogo teatro in passato di spiacevoli incidenti e che trasmette sinistre vibrazioni, e facciamo rotta verso una piccola isola che sulla carta potrebbe avere delle buone potenzialità. Prendere decisioni è un po' come fare delle scommesse, e prima di dirigere verso qualche potenziale spot cerchiamo di valutare più elementi possibile, anche perché ogni spostamento con la barca richiede delle ore preziose. In questo caso l'angolo con cui la swell si propaga verso l'arcipelago delle Filippine è tale che le onde non incontrino alcun ostacolo prima di arrivare sull'isola e questo, almeno in teoria, è un elemento che gioca a nostro favore. L'unica incognita è costituita dal reef, e non ci resta che sperare il pass sia messo al posto giusto.

Quando la sagoma dell'isola appare in lontananza di fronte alla prua della barca tutti si radunano sul ponte superiore per cercare di scorgere qualche segnale che indichi onde surfabili: subito il binocolo diventa l'oggetto più conteso a bordo. Finalmente riusciamo a distinguere chiaramente il bianco delle schiume. Quando siamo abbastanza vicini per scorge distintamente la sagoma delle onde un urlo liberatorio risuona in mare aperto. Il pass è orientato esattamente verso sud, cosicché le onde piegano attorno ad entrambi i lati dell'isola producendo una splendida sinistra da un lato del canale ed una corta ma intensa destra sull'altro lato. Ormeggiamo esattamente al centro del canale, dove l'acqua immobile è tanto cristallina da permetterci di distinguere l'ombra della barca proiettata sul fondo di corallo, e da dove possiamo godere di una incredibile visuale su entrambi gli spot.

Kirby è il primo a tuffarsi e remare verso il picco della sinistra e non passa molto prima che una serie di benvenuto compaia sul reef più esterno. Bastano due remate perché la tavola prenda velocità e con un gesto spontaneo Kirby afferra il rail esterno subito dopo il take off mentre con le dita dell'altra mano sfiora la parete dell'onda che gli si sta avvolgendo attorno. Lo vediamo stallare nel tubo per alcuni interminabili secondi, illuminato dagli splendidi riflessi in cui i raggi del sole si frammentano quando incontrano le acque basse e limpidissime del reef. Sotto la tavola solo pochi centimetri d'acqua lo separano dal corallo tagliente ma, nonostante questo, porta l'onda fino all'inside piazzando tre radicali off the lip che alzano in cielo spruzzi bianchissimi. Dalla barca si alza un coro di urla e grida a salutare la prima onda mai surfata a The Blackhole, il nome con cui Kirby decide di battezzare questa incredibile sinistra.

Per tre giorni non muoviamo la barca dal canale, e lasciamo la lineup solo a buio o quando la marea diventa troppo bassa. Surfare Blackhole a bassa marea è letteralmente un suicidio, ed ognuno lo impara a spese proprie o a quelle delle sue tavole. Il reparto infermeria ha il suo bel da fare soprattutto con la schiena di Mark, coperta di tagli dai quali fuoriesce ininterrottamente una schiuma giallastra, e con Dylan che ha quasi perso un capezzolo in una caduta sul reef. Anche i tagli sulle gambe di Luke ed Hayato non hanno un bell'aspetto e, nonostante all'appello manchino due tavole spezzate ed una persa sul reef, il bilancio della giornata non è poi così disastroso, dato che le onde sono state per tutto il giorno assolutamente eccezionali. L'isola è un piccolo paradiso terrestre, un cuore di vegetazione rigogliosissima circondato da un anello di sabbia bianca ed da una laguna di acqua trasparente oltre la quale inizia l'immensa distesa di colore blu cobalto del Pacifico. Come molte altre isole delle Filippine, anche questa è di proprietà privata, ed il suo unico abitante è il guardiano, un anziano signore il cui compito principale è quello di impedire che sull'isola venga a stabilirsi qualcuno o che venga praticata la pesca con la dinamite sui reef circostanti. Ricambiamo l'ospitalità regalandogli dello zucchero ed un pacchetto di sigarette, mentre in silenzio ascoltiamo la storia della sua vita e degli oltre venti anni passati da solo su quest'isola. Come già sapevamo, quello della pesca con la dinamite è uno dei problemi più gravi di questo paese ed una delle prime cause di impoverimento dei villaggi costieri. Dopo decenni di pratica intensiva di questa tecnica di pesca infatti, le acque delle Filippine si sono spopolate e la maggior parte dei fondali corallini sono stati irrimediabilmente danneggiati, e con essi le vite di molte famiglie sono state segnate dai terribili incidenti cui rimangono vittime i pescatori che maneggiano l'esplosivo. Stentiamo ad abituarci all'idea che un mare così splendido stia in realtà vivendo una dolorosa agonia, ma bastano un paio di immersioni sott'acqua ed una visita al mercato del pesce nel piccolo villaggio di Marubay per convincerci del contrario. I pescatori rientrano invariabilmente a mani vuote anche dalle lunghe battute di pesca in mare aperto, e la conseguenza più immediata è l'impoverimento progressivo dei villaggi lungo la costa ed un alto tasso di emigrazione verso le grandi città, dove la popolazione diventa sempre più numerosa ma anche più povera. Questo è anche uno dei motivi per i quali navigare in queste acque è diventato meno sicuro negli ultimi anni a causa degli attacchi di bande di disperati ai danni delle navi o delle barche di passaggio. Molti degli episodi di 'pirateria' in realtà si risolvono con una richiesta di cibo, acqua o piccole somme di denaro, e solo in rare occasioni si sono verificati atti di violenza nei confronti degli stranieri in queste acque. Anche nei villaggi più poveri infatti, le persone che incontriamo dimostrano di essere estremamente amichevoli, e proprio grazie alla loro ospitalità abbiamo modo di trascorrere una intera giornata nel piccolo villaggio di Cahayagan. È domenica, e dopo essere stati a messa gli uomini del villaggio si dividono fra i combattimenti di galli e le partite a basket, mentre le donne dedicano il tempo libero alla cura del corpo e alle chiacchiere con le amiche. Verso sera gli uomini si riuniscono per bere birra e raccontarsi storie di mare mentre noi, prima che sia buio, facciamo scorta di acqua, frutta e verdura e torniamo sulla barca giusto in tempo per la cena, deliziosa come al solito, e per la traversata notturna ancora verso est.

L'aria limpida ed un cielo stellato ci accompagnano durante la navigazione, mentre il dondolio regolare della prua ci aiuta a fantasticare sulle onde che potremmo trovare domani. Anche se non abbiamo una meta precisa, ancora una volta è un gruppo di piccole isole che attira la nostra curiosità, ed è lì che siamo diretti. Dall'ultimo aggiornamento meteo apprendiamo che Songda si sta allontanando velocemente e non sembra esserci nessuna attività di rilievo che possa indicare l'imminente formazione di altri tifoni intorno a Guam, e una volta di più il tempismo dei nostri spostamenti gioca un ruolo fondamentale per la riuscita del trip. L'atmosfera a bordo è rilassata, ed il fatto che John sia confidente sulle potenzialità delle isole verso cui siamo diretti rende tutti più tranquilli.

'Cick.Cick.Boom!'.

'Cick.Cick.Boom!'.

Dormono ancora tutti quando un sinistro rumore scuote l'aria, e l'acqua, di una mattina altrimenti tranquilla.

'Che diavolo era?' sento qualcuno gridare dal ponte.

'Dinamite!' risponde uno dei ragazzi dell'equipaggio.

Quando esco dalla mia cabina trovo il resto del gruppo affacciato su un lato della barca intento ad osservare due uomini che, a bordo di una piccola canoa, gettano delle cariche esplosive in acqua al passaggio di un banco di pesci. L'unico che sembra non curarsene è Callahan. Il suo sguardo è diretto altrove, dritto di fronte alla prua della barca, laddove un minuscolo isolotto di sabbia gialla affiora di qualche metro dalla superficie blu dell'Oceano. Anche se siamo ancora lontani riusciamo a distinguere chiaramente il profilo delle onde che girano attorno al versante occidentale dell'isola, e la visione delle prime serie ci risveglia dal torpore mattutino rendendoci impazienti di surfare finalmente delle destre. La barca viene ancorata nel canale poco più al largo della lineup ed appena i motori vengono spenti ci tuffiamo dal lato per raggiungere a nuoto il picco. Anche qui l'acqua è cristallina ed il reef esplode di colori sotto di noi e, distratti dalle onde, quasi non facciamo più caso all'eco degli scoppi che si propagano sott'acqua. L'onda gira intorno a questo spoglio isolotto come attorno ad un point per circa duecento metri, permettendo ogni tipo di manovra su pareti ben più alte della testa. Se il coraggio e la tecnica di Kirby ci aveva colpito nelle session a Blackhole, la potenza con cui Dylan demolisce queste onde non è di certo da meno. Ad ogni turn le pinne della sua tavola sono almeno un metro fuori dal lip proiettando in aria una quantità impressionante d'acqua, e rientra ogni manovra dimostrando un controllo della tavola davvero incredibile. Anche Mark ed Hayato mi colpiscono per la completezza del loro repertorio e per la compostezza dello stile, mentre Luke strappa urla di incitamento a tutti ad ogni air reverse che rientra con una facilità disarmante.

Dopo qualche ora passata in acqua approfitto di un'onda particolarmente lunga per raggiungere John sull'isola e dare un'occhiata intorno. A parte la sabbia, le conchiglie ed i frammenti di corallo non c'è assolutamente nulla che tradisca la presenza di vita su questo banco di sabbia che affiora appena dalla superficie dell'Oceano. Sul versante opposto, la torretta arruginita di un incrociatore americano della seconda guerra mondiale resta a monito dei drammi che si sono consumati in queste acque oltre mezzo secolo fa ed oggi serve solo da trespolo arrugginito per un gruppo di gabbiani che ci osservano incuriositi. Alle mie spalle, da qualche parte a migliaia di chilometri più a nord di qui, Songda prosegue la sua corsa in mare aperto, pronto a spazzare ogni cosa o persona che incontri sul suo cammino e a regalare onde indimenticabili a chi, come noi, si tiene a debita distanza dalla sua furia.


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