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LAGUNDRI BAY

a cura di Jacopo Emiliani Condividi SurfNews

Dal 1975 ad oggi Nias è stata scoperta ed abbandonata varie volte. Troppo lontana, troppa malaria, troppi furti, troppi surfisti e dalla fine degli anni '80, troppe onde più consistenti nelle vicinanze. Ad ogni generazione di surfisti, però, il mito dei suoi sette secondi ti tubo si ripropone. E' questa la chimera che spinge centinaia di noi ogni anno ad affrontare uno dei viaggi 'on land' più duri che l'Indonesia possa offrire. Per chi ha avuto la fortuna di surfarla, la sola parola 'Nias' risveglia visioni sospese tra sogno ed incubo. La perfezione della destra che piega attorno alla baia di Lagundri, la sua spalla morbida e la accattivante fotogenicità del villaggio sono più forti della zanzara anofele e delle storie di furti..

Il buon giorno si vede dal mattino: penso sia lo stesso anche per i giorni cattivi, come questa Domenica iniziata tra lo smog ed il traffico di Medan. Non ci sono aerei per Nias fino a Mercoledì. L'agente ci propone come alternativa una tratta in auto fino a Sibolga ed un Traghetto fino a Nias. Niente navi la Domenica, ma rimane la speranza che il suo contatto a Sibolga, tale Mr Monthe, ci trovi un passaggio sul cargo diretto a Teluk Dalam, un porto vicino a Lagundri. Caricati i bagagli su un grosso fuoristrada lasciamo Medan. Agus, l'autista, è un tipo socievole, molto socievole. Su qualunque argomento ha un aneddoto. Cerco tra i suoi cd e mi colpisce il nome di Iwan Fals. Non faccio in tempo a chiedere informazioni che Agus comincia a spiegare. Questo cantautore indonesiano da molti anni denuncia la corruzione e i soprusi della dittatura militare di Suharto. E' stato anche in prigione cinque anni a causa del contenuto 'scomodo' delle sue canzoni. Questa musica su Agus ha un pessimo effetto! Ora è molto preso dal racconto e sbotta: 'Si stava meglio con il Dittatore! Certo, la Megawati tenta di aiutare le classi più deboli, per esempio non facendo più pagare il consumo dell'acqua alle famiglie, e di limitare l'estremismo religioso, ma così, l'economia crolla'. Mi rifiuto di prendere posizioni, stempero l'atmosfera con chiacchiere di vario genere e metto su un cd con del pop anni 80. Con lo stereo che gracchia 'Il tempo delle mele' superiamo anche il lago Toba. Arrivati a Sibolga, ci accoglie sorridente il nostro nuovo cicerone, Mister Monthe che diligentemente carica tavole e bagagli sulla sua auto e ci accompagna all'imbarco. Ce l'abbiamo fatta, pensiamo, invece una volta al porto, Monthe comincia ad accampare scuse fantasiose per giustificare il fatto che il cargo non partirà. Sorgono non pochi dubbi: perché ci ha portato lì? Perché poi ci parcheggia in un resort che pare un carcere a venti minuti di barca da Sibolga? Perché proprio quel Lunedì il traghetto giornaliero che va a Teluk Dalam non dovrebbe partire? La risposta è solo una: dagli errori, anche dai più recenti, non si impara niente e ci stiamo facendo fregare per la millesima volta. Ci sistemiamo su un tavolato dietro la cabina di comando ci prepariamo per la notte. Salpiamo pieni di entusiasmo. Cullati dall'onda lunga del Oceano Indiano ci addormentiamo rapidamente. Alle prime luci dell'alba attracchiamo nel piccolo porto di Teluk Dalam. Veniamo accolti da una decina di persone, tutti ci offrono il trasporto in moto per Lagundri e pur di guadagnare qualche dollaro extra non si fanno scoraggiare dai quasi quaranta chili della nostra sacca. Decliniamo le offerte e saliamo su un furgoncino Bemo. Pensavamo ormai di avere interrotto la 'catena dei contatti', quando ci sentiamo chiamare per nome! Un ragazzo ferma il furgoncino, sale e si scusa per non essere venuto a prenderci al porto, ma lo avevano avvisato solo pochi minuti prima. Si chiama Saja ed è un surfista di Lagundri. In soli venti minuti riesce a descriverci tutte le onde della zona, a parlare della drastica diminuzione di surfisti stranieri che preferiscono i boat trip alle Hinako o alle Mentawai, ad invitarci alla sua festa di diploma, ad affittarci una stanza al Toho Hotel, che è di sua sorella, a noleggiarci la moto del marito di sua cugina, a farsi regalare un paio di pantaloncini e a farsi promettere che gli avremmo fatto provare le nostre tavole. Intanto percorriamo una stretta strada che corre tra risaie e palmeti, da una parte, e la spiaggia dall'altra. Per strada ci sono soprattutto bambini, i più grandi con la divisa della scuola corrono in gruppo agitando allegramente le cartelle. Dalla terrazza della nostra stanza si vede tutta la baia. Un ferro di cavallo perfetto circondato da palmeti, la sottile spiaggia dorata, il verde del mare e le schiume bianche delle onde sono un richiamo irresistibile. Ci cambiamo velocemente e togliamo le tavole dalla sacca, quando Saja vede i single fin di Davidino rimane deluso, prende la sua tavola riparata cento volte e ci buttiamo in mare. Quando la swell non raggiunge i quattro piedi, lavora solo l'inside. Sono onde facili e divertenti, una versione addolcita del main point. Dopo un simile viaggio non potevamo chiedere di meglio. Il terzo giorno entra la mareggiata che stavamo aspettando. Il point ora lavora al suo meglio ed il vento è completamente assente. Raggiunto il picco l'entusiasmo si mischia alla paura. I set più grandi superano di molto l'altezza della testa ma anche con questa misura l'onda rimane facile. Il posizionamento in partenza è proprio davanti alla torretta. Il corallo sul fondo è coperto da alghe e anche i ruzzoloni più intensi non portano troppi danni. Le onde a Hinako e negli spot vicini sono molto meno permissive, Lagundri invece ha onde per tutti. Dentro la baia la stessa onda che rompe in cima al point si smorza in una risacca perfetta per i principianti chiamata Kiddieland. Nelle grosse mareggiate estive anche la sinistra dalla parte opposta della baia si attiva. La chiamano 'the Machine' per la capacità di produrre onde perfette e tutte esattamente uguali. Con l'aria immobile, trentadue gradi in camera e l'acqua del mare di poco inferiore ai trenta, ci caliamo in una totale e rilassata nullafacenza. La tranquillità delle giornate di surf è interrotta solo dai melodici richiami dei venditori ambulanti fermi sotto la nostra finestra. Siamo tra i pochi turisti in zona e quindi ci viene riservata un'attenzione particolare. In breve facciamo la conoscenza di ognuno di loro. Sikomi vende statuette di legno che rappresentano i tradizionali guerrieri di Nias e ci racconta come l'abilità nel combattimento fosse legata all'uso di potenti riti magici. Stefanus ci porta il pesce per la cena. Frotte di bambini vendono dolci di cocco, frutta, magliette e giornali. Facciamo anche conoscenza con Mr. Massage, un vecchietto di quaranta chili che, per un paio di dollari, ti rimette in sesto la schiena, insomma, tutti si curano di noi e stento a credere alle voci sulla violenza ed i furti qui. La sera il nostro passatempo preferito è perdere delle birre a biliardo, all'ora di cena mezzo paese è già ubriaco.

Le giornate sembrano non finire mai ma le settimane volano. Riusciamo a trovare posto sul volo che collega Gunung Sitoli, la principale cittadina di Nias, con Medan. Qualche ora di macchina e quarantacinque minuti di volo contro l'odissea dell'andata. Alle due di notte arriva Natal, il nostro nuovo amico-driver.
Partiamo con un buon anticipo per passare dall'unico bancomat di Nias, visto che biliardo e venditori hanno svuotato la nostra cassa. Alle sei e trenta siamo già in aeroporto e solo in quel momento mi accorgo di essere partito. La tensione lascia il posto alla stanchezza ma proprio mentre allungo lo schienale della mia poltrona in aereo mi accorgo che, come per le tre generazioni di surfisti che mi hanno preceduto qui, Nias è entrata a far parte del mio inconscio. Chiudendo gli occhi entro in quella fosca zona che separa la veglia dal sonno e involontariamente conto fino a sette..

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