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JOHN SEATON CALLAHAN

a cura di Nik Zanella Condividi SurfNews

Cosa ti affascina della fotografia surf? Sappiamo che hai un solido background artistico e culturale, come sei riuscito a combinare onde e arte?

Sono cresciuto alle Hawaii e ho avuto modo di affiancare i miei studi artistici alla cultura surf. Quello che mi affascina è soprattutto il rapporto con il mare, mai uguale a se stesso ed in continuo mutamento. La mia fotografia ne è il risultato. E' difficile rendere su pellicola quello che succede tra le onde. Serve essere in sintonia con l'oceano, conoscere il linguaggio del surf ed avere anche gusto estetico. E' impossibile annoiarsi fotografando le onde.

Cosa rende magica una foto di surf? Non ti sembra 'peculiare' questo rapporto tra arte e sport?

Si è un rapporto strano. Nel surf una fotografia può cambiare per sempre il modo di guardare o giudicare lo sport. Pensate alla famosa foto di Laird Hamilton a Tahiti nel 2000 (Tim McKenna): la reazione dei media a quello scatto fu enorme. Una reazione simile in sport come il golf o il tennis è del tutto impensabile. Solo i surfisti sanno veramente cosa stesse rischiando Laird a surfare un'onda mille volte più forte di lui, quella singola foto ha ridefinito il concetto di 'pesante'. Il rapporto tra surf e fotografia vive di momenti magici.

In un mondo editoriale dominato da foto di azione, spesso molto ravvicinate, la tua composizione è spesso atipica.
Quali sono le tue inquadrature preferite? Che rapporto hai con i colori?


Vado pazzo per i colori saturi, forse perchè svolgo la maggior parte del mio lavoro in luoghi tropicali. Bianco e nero? A cosa serve!? Se hai un'intensa luce tropicale, palme verdi, sabbia bianca, acqua blu, tavole rosse e nuvolette bianche in cielo, scattare in bianco e nero è una perdita di tempo. La tendenza sui giornali americani è quella di promuovere soprattutto foto di azione con atleti sponsorizzati che volano alto su onde mediocri. Questo è il risultato dell'enorme potere che gli inserzionisti hanno sulla linea editoriale dei giornali. Se ami scattare foto di line-up e manovre solide, come faccio io, sei destinato a morire di fame negli States.

Dopo aver lavorato molti anni nello staff di Surfer hai scelto la carriera free-lance. Cosa ti ha spinto a lasciare una situazione professionalmente invidiabile per vivere di surf exploration?

Sono ancora in ottimi rapporti con quasi tutte le testate surf americane. Per tutti gli anni '90 sono stato pagato per coprire il tour professionistico. Il mio lavoro consisteva nello scattare più foto possibili ai professionisti in tour. Dopo qualche anno mi sono accorto che non stavo facendo nessun lavoro editoriale ma stavo, in realtà, lavorando malpagato per una ristretta lista di sponsor. Per esempio io ho sempre fotografato anche atleti europei o brasiliani sulla North Shore. Ce ne sono molti di bravi e pensavo fosse un abuona occasione per far vedere volti nuovi. Mi fu detto di smettere e che era uno spreco di pellicola visto che i loro sponsor non erano interessati a comprare foto o a sostenere il giornale con la pubblicità. Questo è un atteggiamento sbagliato. I surfisti bravi sono da applaudire indipendentemente dal colore della pelle o dalla nazionalità o dagli sponsor. Così mi sono licenziato e ho iniziato a sponsorizzare progetti miei, a scattare quello che mi piaceva e adesso che lo faccio da dieci anni ne sono fiero. I rischi sono maggiori ma è maggiore anche la ricompensa quando tutto va bene.

Qual è secondo te lo stato dell'editoria surf in Europa? Quali differenze vedi con il mercato americano?

I surf magazine europei, a differenza di quelli americani, mi sembrano molto aperti di vedute e coraggiosi nella scelta dei contenuti. Sono liberi di approfondire argomenti non direttamente legati al mercato e questo è esattamente in sintonia con i miei prodotti. Ad esempio, In Europa un gruppo di surfisti, anche sconosciuti, se produce buon materiale di foto e testi ha possibilità di vederlo pubblicato. La situazione in America era così solo negli anni '70 prima che il malsano mercato prendesse il controllo dell'editoria. Gli editori dei tre principali giornali di surf in USA sono così pressati dagli inserzionisti da non poter pubblicare nient'altro se non i loro marchi. L'editor deve poter dire: 'Hei boss, ti abbiamo dato un mucchio di copertura, adesso compra la pubblicità sul nostro magazine' e questo è molto limitante per la testata.

Come ti relazioni allo shock culturale nei viaggi? Hai un codice morale nell'interazione con culture diverse e lontane.

Ogni posto è diverso e, in un cesto senso, uguale a tutti gli altri. Le persone hanno interessi comuni e preoccupazioni molto simili in tutto il mondo. Mi piace focalizzare sulle similitudini piuttosto che sulle differenze. Dal pescatore mussulmano in Indo al lavoratore Hindu Nepalese che raccoglie la spazzatura dei turisti in Annapurna, entrambi vogliono un futuro migliore per i figli, abbastanza soldi per sistemare la casa e assicurarsi una vecchiaia serena. Bisogna trattare tutti con rispetto e considerazione, dal taxista sudato nel traffico alla venditrice per strada al funzionario statale. Questo è importantissimo per restare lontano dai problemi, soprattutto in aree poco esposte al turismo, dove gli stranieri sono pochi e ancora destano curiosità. Bisogna ricordare sempre che la memoria del nostro passaggio resterà nel posto e nella gente per molto tempo dopo la nostra partenza.

Parlando di spedizioni surf: ti sei mai sentito fuori luogo? Hai voglia di raccontarci una disavventura?

Certo. Alcuni anni fa a São Tomé sono uscito da solo una domenica mattina a scattare un po di foto visto che fino ad allora non avevamo avuto tempo per farlo. Uno dei pochi palazzi non decadenti a São Tomé è il palazzo presidenziale così mi sono posizionato ed ho scattato un paio di foto. Il suono del motorino della macchina ha scatenato l'inferno: due militari in uniforme camouflage mi sono corsi incontro armati di fucile. Uno dei due mi punta il mitra in faccia e urla secchi comandi in Portoghese. Con le mani alzate e senza capire una parola di quello che dicono indietreggiai per circa 50 metri nel panico totale finchè un civile ben vestito si fece avanti. Mostrandomi una carta d'identità mi disse in buon inglese: 'Sei sudafricano? Perché stai fotografando il palazzo presidenziale!?' Risposi che ero un semplice turista americano ma non funzionò perchè non ci sono 'turisti' a São Tomé. Si avventarono sulla macchina per strappare il rullino ma mi opposi spingendo il bottone di riavvolgimento veloce. Nuno e Randy per puro caso passarono con la jeep, la situazione era diventata teatrale: decine di passanti, due militari armati e la polizia segreta tutti ad urlare ad un fotografo americano sudato. Nuno velocemente sbrogliò la situazione chiedendo scusa e spiegando in portoghese che ero solo uno stupido turista. I militari spiegano che per questo reato è prevista l'incarcerazione visti i problemi del governo con i mercenari sudafricani. La situazione si aggiustò con una piccola 'mancia'. Alcuni scatti fatti quella mattina sono tra i miei preferiti di sempre, ad esempio quello della ragazza che aspetta a lato della strada che vedete in questa selezione per SurfNews.

Come stanno reagendo i surfisti ai problemi di sicurezza internazionale?

Penso che la situazione attuale legata al terrorismo internazionale sia quasi irrilevante per i surfisti. Ha avuto un enorme impatto sul turismo tradizionale che ora favorisce le mete nazionali ed evita i posti 'caldi' ma per i surfisti il desiderio di surfare è troppo forte. Le onde rompono indipendentemente dalla situazione politica ed i surfisti lo sanno e magari affrontano rischi sperando di surfare senza affollamento. Il segreto che nessuno dice è che viaggiare non è pericoloso. Mi sento più sicuro per le strade di Jakarta che a Los Angeles e mi stupisco quando sento che molti surfisti della California o della Florida evitano l'Oceano Indiano per paura della situazione politica. Honolulu è una città pericolosa non Jakarta! Nonostante tutti i problemi sociali legati a disoccupazione e miseria gli Indonesiani, come molti popoli lontani dall'occidente, non sono quasi mai aggressivi. Sono sempre stato accolto positivamente ovunque e non ho mai trovato quell'odio antioccidentale di cui parlano i media. La maggior parte delle preoccupazioni sono infondate anche se, ovviamente, è giusto essere informati e fare attenzione.

Quali sono i confini della surf exploration oggi? In cosa si differenzia la ricerca moderna da quella degli anni '70 ad esempio?

Negli anni '70 il mondo era un libro aperto. Onde come Gradjagan a Java e Tavarua alle Fiji erano appena state scoperte. Il mondo era forse più sicuro di ora ed i surfisti avevano abbastanza motivazione, tempo e soldi da inseguire onde fino ai quattro angole del globo. Non è una coincidenza che sia G. Land che Tavarua, posizionate sulle rotte tra Sydney, Nandi (Fiji) e Jakarta, vennero avvistate dai passeggeri di voli di linea. Per scoprire onde così oggi non basta guardare fuori dal finestrino dell'aereo. Serve molto impegno per portare a casa materiale esclusivo anche se le previsioni meteorologiche e i vari progetti sponsorizzati dalle ditte come il Quiksilver Crossing, hanno facilitato molto il compito. Nel 2004, a quarant'anni dall'inizio dell'esplorazione surf i praticanti nel mondo sono circa sei milioni e puoi stare sicuro che ogni spot raggiungibile in auto è già stato surfato e mappato. Ci sono eccezioni ovviamente ma nel mondo occidentale ogni onda vicina ad un centro abitato è stata già visitata da un surfista. Il mezzo migliore per esplorare rimane sempre la barca. Solo via mare puoi raggiungere i posti più lontani e deserti. Non serve certo una barca lussuosa come quelle dei boat trip. Serve solo un guscio sicuro, dei tavolacci per dormire ed un motore che non si rompa. E' in posti così che fai gli incontri più particolari, per posti così sei disposto a rischiare perchè sai di essere tra i primi a vedere e surfare certe onde.
Qual'è stata la tua scoperta più memorabile e quale il trip più fallimentare.
Ogni trip è positivo dal mio punto di vista anche se ovviamente ci sono progetti che non vanno a buon fine. La mancanza di onde è la scintilla di molti problemi. Se il mare è piatto e magari piove la gente diventa irritabile.. ci sono state situazioni nei miei ultimi quindici anni nelle quali avrei voluto essere seduto sul divano di casa a bere birra e guardare la TV. Non molte in vero ma qualcuna va messa in conto. I viaggi migliori sono stati quelli in Indonesia, Filippine, São Tomé, Angola, Nuova Caledonia, Hainan in Cina, nelle isole dell'India e in Giappone. Dico migliori non tanto per le onde, quanto per la soddisfazione di aver portato a termine un progetto, con tutte le spese, la ricerca e le difficoltà organizzative che ci stanno dietro. E' in questi momenti, magari di fronte ad un tramonto di fuoco in capo al mondo, che capisci la magia di essere in quel posto in quel preciso istante e la magia del rapporto coi locali. Anche un solo attimo vissuto così ricompensa di tutte le fatiche del viaggio.


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