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ROTTE JONICHE

a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews

È mezzogiorno e sulla spiaggia di Brancaleone il caldo disegna strani miraggi. Nonostante manchino due mesi all'arrivo 'ufficiale' dell'estate, i quasi trenta gradi di temperatura infuocano l'aria e la sabbia originando illusioni ottiche nelle quali si perdono e si rimescolano i confini fra mare, cielo e terra.
Dall'alto del faro che sovrasta Capo Spartivento il Mar Jonio appare come una distesa turchese immobile e, benché sia soltanto la fine di Aprile, l'estate sembra aver rimpiazzato già da un pezzo la primavera. I pascoli iniziano ad ingiallire, le piante di fico d'india sono cariche di fiori arancioni, le ginestre brillano di un giallo acceso ed una brezza leggera da mare sembra voler annunciarci l'arrivo di correnti nordafricane. Viste da qui, le immagini trasmesse dal telegiornale che mostrano il nord Italia stretto nella morsa gelida di una 'primavera anomala' sembrano provenire da un altro emisfero.
Nella foschia i ritmi dello Jonio sono scanditi dal transito lento e regolare delle navi dirette verso lo stretto di Messina che sfilano silenziose lungo le rotte tracciate quasi tremila anni fa dai navigatori greci e fenici e che lambiscono l'estremità più meridionale della nostra penisola.

Quasi mille chilometri più a sud, nel golfo della Sirte di fronte alle coste Libiche, la depressione che ci ha spinto fino qui sta prendendo velocemente piede e nel giro di qualche ora le prime onde di questo trip raggiungeranno i reef disseminati lungo la costa esposta.

La chiamano Sacca Libica ed è quella lingua di aria calda che dalle coste del Nord Africa si protende fino a lambire la costa jonica della Calabria. Grazie ad essa la temperatura rimane mite durante tutto l'anno contribuendo alla formazione di un microclima molto ben definito geograficamente che nel corso dei secoli ha spinto diversi popoli del Mediterraneo a migrare ed impiantare qui le proprie colonie. A partire dal settimo secolo prima di Cristo dapprima i Fenici ed i Miceni poi gettarono le basi per il fiorire di quegli insediamenti che oggi conosciamo come le colonie della Magna Grecia, che si estendevano dalle coste Pugliesi a quelle Siciliane e delle quali rimangono testimonianze importanti anche lungo il versante jonico della Calabria. I nomi Kaulon (l'odierna Caulonia), Lakroi (Locri) e Kroton (Crotone) impressi sui cartelli stradali non lasciano alcun dubbio sull'origine di queste città che a tutt'oggi sono i maggiori centri di un territorio conosciuto con il nome di Area Grecanica, dove sopravvivono tradizioni antichissime ed un arcaico dialetto derivante dal greco antico ancora in uso soprattutto nei piccoli paesi dell'entroterra.
Oggi questa costa è conosciuta come 'Costa dei Gelsomini', un nome che rievoca usanze e leggende antiche di secoli legate alla coltura di questo fiore impiegato nell'industria dei cosmetici e dei profumi. Si dice che le donne dedite alla lavorazione del gelsomino si svegliassero alle due della mattina per la raccolta perché si riteneva che proprio durante le primissime ore del nuovo giorno il fiore sprigionasse la massima essenza. Sorprendentemente basta spostarsi di pochi chilometri a sud o a nord perché il delicato equilibrio di temperatura ed umidità cambi a tal punto da compromettere addirittura la crescita di molte specie, prima fra tutte proprio il gelsomino. Laddove cessa l'influenza climatica della Sacca la differenza si manifesta soprattutto sulle piante più sensibili come il bergamotto ed il gelsomino e sulla loro fioritura, ma gli effetti forse più sorprendenti si riscontrano proprio nel mare. Chi ha surfato qui sa che alle mareggiate che raggiungono la costa dopo aver percorso uno dei fetch più lunghi del Mediterraneo non sono quasi mai accompagnate dal vento, quasi a testimoniare il fatto che la Sacca Libica protegga la costa dalla furia del mare aperto. La conseguenza più diretta è che il moto ondoso è sempre regolare e, cosa forse più importante, ha un periodo che può arrivare toccare picchi dai quindici a diciotto secondi. Al copione classico delle swell mediterranee manca quindi l'elemento che maggiormente ne caratterizza le prime fasi, ossia la condizione di vento e mare attivo. L'ingresso di ogni nuova mareggiata assomiglia molto ad una scaduta al contrario, con piccole serie che sembrano sbucate letteralmente dal nulla che via via vanno aumentando di misura e di frequenza.

Il viaggio da Roma sembra ogni volta più lungo ed estenuante. Da quando, ormai oltre trent'anni fa, sono iniziati i lavori per la costruzione dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria i cantieri non sono mai stati chiusi e le otto ore che impieghiamo per giungere a destinazione sono quasi un record: il Lungo, Santino e gli altri ostiensi che da anni non perdono una mareggiata in Calabria ancora ricordano con terrore le quindici ore passate sotto il sole fermi in autostrada non più di venti giorni fa.

Verso sera le prime serie iniziano a scuotere la battigia e a parte il gruppo di Romani, gli unici altri che sembrano curarsene sono Rocco, Vincenzo e Saverio. Essere un 'local' qui significa ancora essere guardati con diffidenza da parte della gente del paese, scontrarsi giorno per giorno con una mentalità che non vede di buon occhio ogni novità che eluda la routine quotidiana del bar e delle dicerie pronunciate a mezza bocca sulle panchine della piazza. La caparbietà e l'entusiasmo li spinge a non perdere neanche un giorno di onde che il mare gli regala, contenti della loro diversità soprattutto quando si tratta di surfare alcune fra le sinistre più lunghe e perfette del Mar Mediterraneo.
Guidando lungo la costa accostiamo il furgone decine di volte per ammirare le serie che frangono su un reef al largo o che accarezzano placidamente qualche insenatura fino a quando, lasciata alle spalle l'ultima curva, distinguiamo chiaramente la sagoma di tre onde che si alzano di fronte ad una punta appena accennata della costa e si srotolano seguendo la spiaggia per decine di metri. Siamo distanti e delle onde vediamo solo la parte posteriore, ma per chi conosce lo spot il segnale è inequivocabile. La spiaggia di sassi diventa l'accampamento per il giorno e sulla prima onda della serie successiva c'è già qualcuno pronto a partire. La gerarchia sul picco è ormai consolidata e con la prima onda della serie più grossa arriva perentorio l'avvertimento 'questa è di Rocco!' , con il quale vengono aperte ufficialmente le danze.

Dal lungomare di tanto in tanto qualche ragazzo in sella al motorino rallenta e ci osserva, poi non appena gli si affianca un coetaneo a bordo di un altro scooter ripartono impennando per un altra 'vasca' su e giù per il corso. A parte un anziano signore a spasso con un cagnolino quasi nessuno in paese sembra essere interessato alle onde o a quello che facciamo.

Le mareggiate che colpiscono il Mar Jonio meridionale seguono uno schema abbastanza classico: il primo e più decisivo impulso del moto ondoso è di sud est, ed è seguito nei giorni successivi da una progressiva rotazione dai quadranti orientali, est e nord est. Il cambio di angolazione della swell attiva con il passare dei giorni dei reef diversi, e a Vincenzo basta una rapida occhiata dalla finestra di casa per capire dove saranno le onde migliori oggi. Lo seguiamo lungo un viottolo sterrato che si snoda fra campi ormai abbandonati fino ad uno spiazzo di fronte al mare da dove vediamo sfilare una serie di onde sinistre liscissime e perfette. Tutte e quattro le onde rompono esattamente nello stesso punto e si srotolano per oltre cento metri terminando la loro corsa nell'acqua piatta di una piccola baia più a sud. Approfittiamo di un intervallo fra le serie per tuffarci da una roccia e per tutto il giorno surfiamo le sinistre di questo reef. La posizione dello spot, proprio di fronte ad una delle punte più pronunciate della costa, rende questo reef uno dei più consistenti dello Jonio Meridionale e, a detta di chi ci surfa regolarmente, uno di quelli dove sono state surfate alcune fra le onde più grosse.

In una pausa durante la giornata, mentre il Lungo e gli altri goofy della comitiva non risparmiano neanche una delle sinistre, con Saverio decidiamo di incamminarci lungo la spiaggia più a nord, verso un picco che avevamo visto rompere fra due grosse rocce in mezzo al mare. Arriviamo di fronte alle foce di un torrente dove una ripida destra rompe su un reef appuntito, gonfiandosi inizialmente fra i due grossi massi al largo e srotolando veloce sul basso fondale dell'inside. Non serve altro per convincerci, e restiamo in acqua fino a che il sole non scompare definitivamente alle spalle dell'Aspromonte.

Per diversi giorni il copione rimane invariato grazie ad una serie di perturbazioni che stazionano nel Golfo della Sirte e che alla fine ci avranno regalato una settimana di surf non stop. L'ultimo giorno è un giovedì e, come nella migliore tradizione, sembra volerci regalare un ultima sorpresa. Sulla carta il mare dovrebbe essere in scaduta ed una prima occhiata di buon ora sembra confermarlo. Mentre guida spedito lungo la statale, Saverio mi parla di quest'onda che ogni tanto surfano nei giorni di scaduta, una destra che rompe su un fondale di roccia che varrebbe la pena di andare a vedere. Attraversiamo silenziosi diversi paesi che pigramente iniziano una giornata come tante poi Saverio svolta a sinistra ed imbocca un viottolo sterrato che, dopo aver attraversato il letto di un torrente in secca ed un canneto, ci conduce in spiaggia. Il motore dell'auto è ancora in moto quando vediamo la prima serie di onde gonfiarsi progressivamente sul reef e, nello stesso istante in cui poso la mano sulla chiave per spegnere il motore, la prima onda impatta un gradino nel fondale ed inizia a frangere. In silenzio seguiamo con lo sguardo la sua corsa e la vediamo piegare in una piccola baia finché l'ultima sezione non si esaurisce sul bagnasciuga. Istintivamente riportiamo lo sguardo sul picco per seguire le altre onde della serie, e tutte invariabilmente seguono lo stesso identico percorso prima di dissolversi sulla spiaggia dopo una corsa lunga un centinaio di metri.

Ci cambiamo velocemente sotto lo sguardo incuriosito di un vecchio contadino sbucato da una vigna poco distante che segue ogni nostra bracciata fino al picco appoggiato ad una rete di confine, e per un paio d'ore ci godiamo questo ennesimo regalo del mare. Una leggera brezza da terra inizia a soffiare e sembra che la nostra surfata abbia i minuti contati, ma quando la parola 'colazione' viene pronunciata per la prima volta una serie sul metro e mezzo compare all'improvviso, seguita a breve da altre più grosse e frequenti. Vista di lato adesso l'onda ha perso quell'aura di innocente perfezione che aveva il metrino di stamattina, e la sezione in partenza diventa una macchina perfetta che sforna tubi a ripetizione. Fino all'ora di pranzo ci godiamo quella che sarà ricordata come una delle session più memorabili di surf in Calabria, e poi di nuovo in acqua fino al pomeriggio inoltrato, intenti a non sprecare neanche un onda di quello che, sbagliando, pensiamo sia il nostro ultimo giorno di surf del trip.

A CASA NON SI TORNA.

Un forte vento di nord est spazza il mare sin dal primo mattino. Invano cerchiamo fino al primo pomeriggio uno spot che possa focalizzare al meglio la debole energia che sembra sospingere questa nuova swell. Sebbene la direzione della mareggiata sia quella giusta per molti degli spot che abbiamo surfato durante gli ultimi giorni, il fetch è troppo ridotto perché il moto ondoso si regolarizzi. Una rapida occhiata alle mappe meteo conferma l'impressione che abbiamo fin dal primo mattino: ci troviamo esattamente all'inizio del fetch, vale a dire l'ultimo posto dove dovremmo essere in questo momento. Prendere una decisione a mille chilometri da casa non è mai facile, ma in questo caso le parole del Lungo mettono d'accordo tutti.

'A casa non si torna, proviamo in Sicilia.'

Santino e Sciacalletto annuiscono senza troppa convinzione, e meno di un'ora dopo siamo su un piccolo traghetto nel bel mezzo dello Stretto di Messina dove, nonostante il mare sia calmo, la nave procede a fatica fra i gorghi e le correnti che si formano all'incrocio fra il Mar Tirreno ed il Mar Jonio. Un giorno, forse, per attraversare lo Stretto si percorrerà un ponte di cui pochi comprendono la vera utilità, ma per ora il nome del traghetto su cui siamo imbarcati sembra riassumere al meglio la traversata compiuta alla vecchia maniera: Caronte.

Dopo un pomeriggio passato alla ricerca di qualche spot che possa dare senso a questa nuova avventura, poco prima che faccia buio surfiamo divertenti onde di beach break in una baia su cui si affacciano lussuose ville attorno alle quali si aggirano individui dall'aspetto minaccioso. Per un attimo temiamo di aver invaso il territorio di qualche pericoloso boss della mafia, ma bastano poche onde per farci dimenticare lo stress del viaggio e far tornare il sorriso sul viso di tutti noi.

A cena brindiamo alle onde che abbiamo surfato e a quelle che verranno con un paio di bottiglie di ottimo Nero d'Avola, e prima che questa lunga giornata sia finita rivolgiamo un sguardo carico di speranza alle onde che si abbattono senza sosta lungo la spiaggia.

Il mattino successivo prima di uscire chiediamo informazioni sulle spiagge e sulla costa all'anziano proprietario della pensione dove abbiamo passato la notte, ma il poverino non ha la benché minima idea di cosa andiamo cercando. Non abbiamo più fortuna neanche con un maresciallo della capitaneria di porto che incontriamo in un paese poco distante mentre cerchiamo uno spot che sia riparato dal mare grosso e dal vento: 'Con questo Scirocco potete provare le spiagge dell'Isola, ma state attenti a non cacciarvi in qualche guaio con questo mare, altrimenti ci tocca venire a riprendervi!'. Grazie mille per l'informazione pensiamo, peccato che il vento ed il mare vengano da nord est...Tentiamo comunque ma con poca fortuna, su un versante troviamo solo mare in burrasca e sull'altro la piatta più totale. Nel percorrere la costa abbiamo controllato ogni baia raggiungibile con il furgone tralasciandone solo un paio, ed è verso una di queste che ci dirigiamo quando il morale del gruppo è ormai a terra. La strada sembra condurci verso un tratto di costa paludoso che non promette niente di buono, poi all'improvviso il Lungo pare avere un'illuminazione e svolta su una stradina secondaria. É un tentativo come tanti altri di questa lunga mattinata, ma proprio quando avevamo quasi perso ogni speranza, aggirata una vecchia tonnara ci troviamo finalmente di fronte alla visione che abbiamo inseguito fin qui: un point sinistro attorno al quale le onde girano splendidamente pennellate dal vento di terra. Tanto è bello che quasi non sembra vero, le onde rompono inizialmente su un reef fuori alla punta per poi pelare la costa della baia per oltre duecento metri mantenendo inalterata la misura e la velocità. Al di là della punta, ed al di là di ogni previsione meteo, il mare è letteralmente in burrasca.

Viste da dentro l'acqua le prime onde ci fanno quasi impressione. Le serie più consistenti superano abbondantemente i due metri e si abbattono sul reef esterno con una violenza tale da tenerci a debita distanza per più di un'ora. Il picco rompe su pochissima acqua formando un largo tubo ed ogni nuvola d'acqua che viene soffiata al di fuori ci strappa urla di esaltazione. Prendiamo gradualmente confidenza con il ripido take off e dopo le prime onde portate fino all'inside non abbiamo dubbi: fino ad oggi nessuno di noi ha mai visto né surfato un onda del genere nel Mediterraneo.

Nel corso del pomeriggio il mare aumenta ancora ed alla spicciolata arrivano anche alcuni local con cui dividiamo amichevolmente le onde. Sono decisamente sorpresi di vederci e ci parlano degli altri spot che surfano abitualmente lungo la costa, anche se ci chiedono espressamente di non fare nomi o dare dei riferimenti precisi: rispettare la volontà della comunità locale ci sembra il modo migliore per ricambiare l'ospitalità dimostrataci.

Grazie alle preziose indicazioni di uno dei ragazzi la mattina seguente surfiamo una bella destra su reef che rompe in uno dei luoghi più affascinanti e remoti di tutta l'Isola. Dall'alto di una punta di roccia vediamo l'onda rompere di fronte a noi e venirci incontro finché non incontra uno stretto canale di acqua più profonda dove le schiume terminano la loro corsa. Alle nostre spalle una lunga spiaggia deserta fa da cornice ad uno specchio d'acqua calma e limpidissima. Surfiamo in perfetta solitudine questa onda fino a quando, verso l'ora di pranzo, un vento teso da mare inizia a soffiare dando nuova vigore ad una swell che sembrava stesse per finire.

L'acqua nella baia dove rompe la sinistra che abbiamo surfato ieri è liscia come vetro, e le onde sembrano proprio che siano state disegnate dalla mano di un surfista. Il picco oggi è un po' più clemente e ci permette di prendere qualche rischio in più sul take off, e tutti sembrano approfittarne per tentare il tubo del giorno.

Si dice che la fortuna premi gli audaci, e forse questa volta è andata proprio così. Al tramonto, mentre osservo i ragazzi sfilare sulle pareti dorate delle ultime onde di questa giornata, ripenso alle parole che ci hanno condotto a tutto questo. Indietro non si torna, perché più avanti sembra esserci sempre qualche sorpresa che aspetta solo di essere svelata.



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