Home Page
THE M-PLAN

a cura di Nik Zanella Condividi SurfNews

"['] ed era assai pericoloso passare di Là e si poteva rischiare la vita a causa dell'impeto e della furia con cui spazzavano il corallo le onde folli ed inquiete. Bisogna prendere numerose precauzioni, lasciar passare le onde che, se vi prendono all'improvviso, vi trascinano verso gli abissi dove è inutile saper nuotare tante sono le rocce e i massi dove le acque si increspano e frangono in mille flutti."

Bernardo Gomes de Brito, Dal diario di bordo della Sao Paolo, naufragata in Indonesia Settentrionale il 21 Genn 1561.

Fumo di Gudam Garan ed un pungente odore di foresta in decomposizione sono le prime cose che colpiscono atterrando a Manado. All'inizio credi sia incenso ed invece è Kretek, un tabacco trinciato grosso misto a chiodi di garofano dal quale ogni indonesiano (o quasi) è fisicamente dipendente. E' questa spezia dolciastra e questo stesso odore di giungla che hanno emozionato Pigafetta la mattina del 16 Novembre 1521 avvistando il vulcano di Tidore 'coperto di chiodi'. Le Isole della Banda, Achim (Sumatra), Bantam (Giava) e Ternate: fin dal XIII secolo questi nomi riportano ai sensi di noi europei i romanzi sui 'Mari del Sud', l'avventuroso viaggio di Magellano e l'odore affascinante delle drogherie. Ma perché proprio le spezie? Dal Medio Evo in poi, una selva di manuali alchemici suggeriva fantasiose pozioni alla noce moscata contro la peste, capsule di macis per l'otite e grani di pepe nero per il raffreddore. Nei periodi in cui le epidemie falciavano milioni di vite, il prezzo di questi medicamenti (il cui monopolio era in mano a Venezia fino ai primi del '500) saliva alle stelle spingendo armatori portoghesi, spagnoli ed olandesi a finanziare rischiosissime spedizioni per procurarseli. Nella vita quotidiana le spezie erano indispensabili per mascherare con aromi intensi il puzzo della carne conservata sotto sale. Anche se per cinque secoli la 'alta finanza' europea è dipesa dai 'semi secchi' coltivati qui, oggi della ricchezza del sultano di Ternate, combattuto e corteggiato da portoghesi e spagnoli, rimane solo questo volatile odore di kretek e qualche malconservato palazzo. Il distretto di Maluku, destinazione del nostro viaggio, è una delle aree più povere e socialmente instabili dell'Indonesia. Nel 1999 una banale lite tra immigrati ad Ambon scatenò una guerra civile tra mussulmani e cristiani che ha causato finora 13.000 morti e 700.000 profughi. Nella capitale, nonostante la tregua firmata in Febbraio 2002, il 25 Aprile 04 milizie mussulmane supportate dai Mujaidin di Jakarta, hanno bruciato chiese e luoghi di aggregazione cristiani causando 21 morti e 140 feriti. La situazione nelle isole che interessano la nostra spedizione non è migliore. Episodi di violenza razziale possono scatenarsi in mercati, scuole e luoghi pubblici. Il sito del Dipartimento di Stato Americano (http://travel.state.gov) avverte che nello stretto tra Halmahera e North Sulawesi non sono rari gli attacchi di pirati ad imbarcazioni private e mercantili.

Fuori da Celebes

12 e 13 Gennaio. Il boat trip parte da North Sulawesi, una penisola che taglia in due lo stretto di Lembeh al riparo dalle onde del monsone e fuori dalla rotta degli uragani. Il Mare di Maluku, ad Est, separa ed unisce l'Indiano al Pacifico lungo quella che i marinai conoscono come 'Rotta delle Spezie'. Orizzonte azzerato a Bitung. Piove sui poliziotti curiosi, sulle case basse di lamiera, piove sui topi, sulle fogne aperte, piove sulle luci basse dei bordelli, piove sui venditori di Sate Ayam accovacciati sui marciapiedi e piove anche su di noi. USA, Sudafrica, Francia, Austria, Inghilterra ed Italia sono gli stati di origine di questa umida spedizione a cui il fotografo John Callahan ha dato il nome di M-Plan. La nostra rotta inizia nel porto di Bitung raschiando il fondo del barile come nella migliore tradizione marinara. Siamo in piena stagione umida ed il monsone di Nordest inveisce sulla comitiva mentre imbarchiamo le 45 tavole al seguito. Dopo una lauta cena ed un brindisi in un localaccio del porto i motori della barca si accendono. La partenza tra i fumi del generatore diesel non ha nulla di poetico ma guardando per la prima volta il mare aperto e nero dal ponte superiore, mi ritorna in mente il diario di bordo della Sao Paolo, naufragata poco lontano da qui nel 1561. Nelle descrizioni di Bernardo Gomes de Brito proprio le onde 'vaste e furiose' sembrano essere i migliori guardiani di queste terre e delle loro ricchezze. Più dei tagliatori di teste e dei pirati, lo stesso oceano ostile che stiamo per attraversare tiene lontano i meno motivati e punisce gli sprovveduti da seicento anni. Poco prima dell'alba, appena fuori dal tranquillo mare di Celebes, il nostro 28 metri punta verso Est offrendo il fianco di tribordo al vento ed al mare monsonico. In Oceano Pacifico la barca beccheggia esageratamente! Non riesco a leggere, non si riesce a camminare sul ponte o a stare seduti nella sala comune. Alcuni vomitano, io ed Emi restiamo stesi in cabina per 14 ore filate tenendoci forte alla cuccetta per non rotolare giù. Fuori è un inferno di pioggia e mare mosso. L'equipaggio ha il suo da fare a tenere la prua alta sulle onde. Dopo dodici ore di navigazione avvistiamo la prima isola 'delle spezie'. Mayu è una collina verde coperta di foresta che sfuma in giardino di palme vicino all'unico villaggio. Come la maggior parte delle isole esposte a Nord, emerge da profonde acque scure: un monolite verde sotto un cielo plumbeo. Ha piovuto tutta notte e la pace di questa rada mette sicurezza. Dall'ancoraggio si notano due strisce di fumo bianco stagliarsi sullo sfondo grigiastro del cielo. Gli abitanti si avvicinano alla barca a bordo delle classiche canoe a due bilanceri. Dividiamo con loro la nostra merenda a base di banane fritte. La forma della canoa, simile al classico out-rigger hawaiiano, ed i morbidi tratti del volto tradiscono i tanti contatti tra queste isole ed i popoli del Pacifico. Spendiamo il tardo pomeriggio a nuotare nella baia e per la prima volta tocchiamo terra. Io ed Emiliano siamo partiti da Roma quasi tre giorni fa e manca ancora una notte di navigazione prima di raggiungere il lato esposto alla mareggiata.

Volpi Volanti

13 Gennaio. Dopo un'altra notte da Xamamina all'alba intravediamo Halmahera avvolta da nebbia. Un vento teso da Nord e pioggia insistente ci accompagnano fino a Ternate. Da qui verso Nord la costa comincia a ricevere le mareggiate dai quadranti settentrionali. Il primo tratto però ci delude. Montagne a picco, apparentemente senza spiagge. Negli alti cliff erosi le onde hanno scavato gallerie che sbuffano schiuma bianca. Nonostante la mareggiata sia visibilmente sui due metri il fondale impedisce alle onde si frangere o anche solo di gonfiarsi. L'assenza di palmizi indica che questa zona è disabitata. In queste acque per secoli hanno incrociato caravelle e galeoni ma ora le uniche imbarcazioni sulla nostra rotta sono le silenziose canoe dei pescatori. A riva le poche costruzioni visibili sono semplici capanne di frasche costruite al limitare della giungla e palafitte aperte usate per essiccare polpa di cocco.
La nostra rotta perfettamente perpendicolare alla mareggiata ci impone la ridicola media di 6 nodi/ora, qualcosa sopra i 10km/h. La prima onda surfabile su Halmahera la troviamo quasi per sbaglio, cercando un approdo riparato per la notte. Dietro ad una piccola isola si apre una lunga laguna lambita da un'onda destra. I sudafricani Cheyene e David sono i primi ad entrare con le tavole, si buttano dal ponte ancora prima che la barca si fermi. Diverse sezioni abbracciano un paesaggio irreale, moderato vento da mare sul point esterno ma brezza da terra nelle sezioni immediatamente successive. L'onda piega di 270° finendo la sua corsa in direzione opposta a quella del vento mantenendo la misura per oltre 150m. Sam Bleakley (due volte campione europeo longboard) la sfrutta al meglio disegnando curve armonicissime e rimanendo sulla punta per lunghi tratti. Dal canale le due punte della baia sembrano sgretolarsi nell'oceano formando una serie di isole non più larghe di cinquanta metri. Torrioni di arenaria arancio con un buffo ciuffo di foresta in cima. Sul lato opposto allo spot una cascata di acqua dolce scroscia fragorosamente in mare dopo un balzo di oltre venti metri. Al tramonto il vento cala completamente, il cielo basso si orla di rosso fuoco, migliaia di volpi volanti dal mare aperto sciamano verso la foresta passando proprio sopra le nostre teste. Come sempre ai tropici il sole si tuffa velocissimo in mare interrompendo la session proprio sul più bello. La barca è ormeggiata a quasi un chilometro da noi e l'equipaggio non ha ancora capito che non è gradevole attraversare a nuoto, al buio, una baia fonda 70m. Nuoto fino alla barca e quando arrivo è notte, sul ponte posteriore un Mahi-Mahi appena pescato arrostisce a fuoco lento. La cena si trasforma in festa! La surfata ha stemperato la tensione della traversata, John ha fatto alcuni scatti nel momento di onde migliori, tutta la barca è un vociare di surfisti contenti. Lo spot non è mai stato surfato prima e viene fatta una votazione per il nome. Viene battezzato 'Waterfalls', dalle cascate surreali a lato della baia, le alternative erano Paniki Right (paniki significa volpe volante) o Batman, dall'esclamazione di Antony Colas al primo grosso pipistrello passato sopra le nostre teste.

Una goccia nel mare

14 Gennaio. Ancora waterfalls con vento da terra e set sul metro abondante. Lunga session dall'alba alle 10.30 poi in barca fino alle 16 puntando verso Nord. Raggiungiamo Morotai verso alle 16.30 dopo aver intravisto a lungo la cupa sagoma del monte Pangeo tra le nubi. In questi giorni il rapporto con Opo, il nostromo, e la ciurma (tutti di Sulawesi) diventa di sincera amicizia e collaborazione. Chiacchierando la sera sul ponte imparo che neppure loro si sono mai spinti fino qui e che il telefono satellitare, il nostro unico contatto con il mondo, ha smesso di funzionare appena superata Ternate. La notte, mentre navighiamo in piena zona pirati, li sento cantare a nella cabina di pilotaggio. Nella tradizione marinara indonesiana, ci sono canzoni che tengono lontano gli spiriti maligni e assicurano buona sorte alla barca. Fatico a dormire e la mia fede vacilla: penso ai lussuosi boat trip dove tutto è pianificato, dall'aperitivo di benvenuto alle onde perfette e non sono troppo sicuro di preferire questa avventura. Siamo una goccia nel mare e dobbiamo arrangiarci navigando praticamente a vista evitando gli scogli non segnalati ed ispezionando con il gommone le potenziali onde. Eugene, (campione short inglese '03) ha lavorato a lungo sui surf charter ed è lui a coordinare, assieme a John, la navigazione. La nostra conoscenza del luogo dipende interamente da una mappa degli anni '20 della Marina Inglese con le profondità espresse in Fathoms (1 fathom = 1,8 m) e molti punti non mappati. A causa della posizione strategica nel Pacifico e della presenza di basi militari sulle isole, la Marina Indonesiana è molto restia a far circolare mappe aggiornate. Prima del tramonto raggiungiamo il villaggio di Damang, uno dei più grandi dell'isola, davanti al quale decidiamo di attraccare per la notte. Assieme al nostromo e ad alcuni membri dell'equipaggio stranamente ben vestiti e pettinati sbarchiamo a terra per registrare la nostra presenza presso il capo villaggio, una prassi che si ripererà ad ogni attracco. Damang è un villaggio mussulmano di circa mille abitanti, l'unico dell'isola collegato alla capitale con una strada. La moschea rossa spicca tra il verde all'estremo sud della baia. Donne vestite con immacolati burka bianchi camminano sulla stretta spiaggia. Arriviamo a terra un'ora prima del tramonto, una quieta folla ci scorta alla casa del capo villaggio. Damang si snoda attorno ad un ruscello che, raggiunta la costa, si impaluda. A bassa marea l'abitato è una distesa di palafitte sul fango. All'interno di bassi steccati caprette e polli hanno il loro da fare a scacciare nuguli di insetti. Ho dimenticato di usare lo stick anti zanzare e mi imparanoio non poco visto la presenza di zanzara anofele. A differenza di altri villaggi dove le pratiche di 'accettazione' sono solo una scusa per conoscerci, qui a Damang il capo villaggio si dimostra inflessibile. Dopo aver ispezionato fotocopie dei passaporti e trascritto i nomi di tutti, si informa sulla ragione della nostra visita. Mostratagli una copia di SurfNews subito sorride e dice di aver già visto praticare questo sport. Alla domanda 'Dove?' risponde: 'A Jakarta, in TV!' Ci congediamo tra le risa della ciurma indonesiana ma sbirciando attraverso la porta, nella sala da preghiera, noto una grande immagine di Osama Bin Laden appesa al muro sotto calligrafie coraniche dorate. Pensando alla carneficina anticristiana che ancora insanguina questa regione, ripercorro spedito la strada a lato della palude verso le luci della nostra barca. Anche Opo e i locali sono impazienti di tornare a bordo, questo villaggio ha una vibrazione strana che non piace a nessuno.

Cocco allo spiedo!

15 Gennaio. Muniti di binocolo ispezioniamo ogni anfratto ed ogni punta di terra esposta. Di lontano infatti scorgiamo la seconda onda del trip: una sinistra che rompe di fronte ad un villaggio di un centinaio di anime. Diverse sezioni fragono su un reef abbastanza profondo. Dopo una partenza ripida e imprevedibile l'onda srotola verso il villaggio entrando nella placida baia di sabbia. Appena David parte sulla prima onda tutti gli indigeni si radunano sulla corta spiaggia. Decine di persone, per lo più donne e bambini, scendono dagli altri caseggiati per assistere alla nostra surfata. Le urla e le risate si sentono a quasi 200m da riva. Dopo una mezz'ora cinque bambini ci raggiungono in acqua con legni lunghi circa un metro sagomati apposta per cavalcare onde. A differenza di altri luoghi dove solo l'entusiasmo e non la tecnica spinge i bimbi a godersi le onde, qui i ragazzini dimostrano una certa abilità sia a surfare che a costruire le tavole necessarie. Le loro tavole sono ricavate da un unico tronco ed assomigliano molto alle tavole Koa usate alle Hawaii fino agli inizi del '900. Sono lunghe poco più di un metro, hanno la punta tonda ed un certo scoop per facilitare la planata, ovviamente sono prive di pinne.Visto che sono nate per surfare da sdraiati, alcune presentano una maniglia a circa 30cm dalla prua alla quale il surfista si tiene. Il migliore dei ragazzini riesce persino ad infilarsi nella sezione tubante vicino a riva!

Emiliano è il primo di noi a tenere un'onda fin sulla spiaggia. Quando mette i piedi a terra l'intera folla lo accerchia. Vedo la sua tavola rossa spuntare a tratti sulle teste poi sparire. Mentre aspetto il mio turno sul picco ripenso alle storie di cannibalismo e me lo immagino già allo spiedo con una patata in bocca! Incuriosito ed un po' preoccupato, il capitano spedisce due uomini col tender ad accertarsi che tutto sia ok. Emiliano non sta correndo nessun rischio anzi, quando lo raggiungo a riva sta tenendo un piccolo show in indonesiano:'Dimana ada pantai dengan ombak besar disi ini?' (N.d.R. Abbonamento gratis a Surf News ai primi 5 che spediscono la traduzione corretta!). Non so di cosa parli ma di sicuro è divertente perché tutti si sbellicano dalle risate. Il capo villaggio di Supu è molto più rilassato del suo collega di Damang e riferisce che le onde spesso sono molto grosse. Lo scorso dicembre un tifone ha praticamente isolato l'Indonesia settentrionale dal resto del mondo con onde alte fino a cinque metri che lui mima agitando in alto le scarne braccia.

My friend Jumbo.

16 Gennaio. I viveri cominciano a scarseggiare. Passiamo la notte in una fatiscente marina di North Halmahera. Scendiamo a terra la sera, la città è praticamente priva di illuminazione. Il fetore della cupra rancida dentro i container ricorda il pecorino stagionato e pervade l'intero porto. E' un odore untuoso che ti si appiccica addosso e che senti anche lontano da riva. Compro una decina di salak, uno strano frutto della fascia equatoriale, un fico marron dalla pelle a squame al cui interno si trovano vari spicchi a forma di aglio con polpa bianca dal gusto di mela acerba. La sera, prima di cena, le autorità portuali, salgono a bordo per le pratiche di accettazione mentre la ciurma rifornisce la barca di acqua e cibo fresco. Facciamo la conoscenza del harbour-master, del capo della polizia e di un paio di altri 'VIP' locali tra cui il signor Jumbo, un picchiatore dai tratti Maori e dalla faccia bonaria. Non sapendo che Opo ha appena pagato una tangenete di un milione di Rupie per poter passare la notte nell'attracco, faccio il brillante offrendo birra a tutti. Sono corrottissimi e mi adorano! Jumbo diventa il mio migliore amico ed entra nella nostra cabina rimanendo abbagliato da computer, stereo ed aria condizionata. Mentre scattiamo foto ricordo sul ponte, dalla banchina di fronte, a due metri da noi, il traghetto per Manado sta imbarcando persone e merci. La stridente differenza tra la nostra comoda barca e questa carretta del mare mi mette tristezza. La loro 'prima classe' offre una distesa di tavole di legno sulla quale dormono una cinquantina di persone. Nella stiva, sotto la linea di galleggiamento, sono ammassati sacchi di noci moscate, casse di legno e tutti i passeggeri che non possono permettersi il piano superiore. Quando Jumbo decide di andarsene chiudo per discrezione la porta della cabina. Il traghetto lascia l'attracco spinto a braccia dai passeggeri stessi, il loro viaggio dura oltre 36 ore.

Lumba Lumba

17 Gennaio. Non mi è mai piaciuto Jules Verne ed i suoi viaggi fantastici. Il reale è sempre più fantastico di qualsiasi racconto inventato e l'alba di stamattina me ne dà l'ennesima conferma. Cielo di fuoco su Halmahera, una delle più belle albe della mia vita. Isole basse sullo sfondo del vulcano Gunung Dukono oggi particolarmente attivo. Una lingua di fumo e cenere si alza sfumando nel vento monsonico. Le nuvole tracciano una forma di drago ed io non riesco neppure a parlare mentre guardo l'orizzonte dal ponte superiore con una tazza di caffè in mano. John paragona questi paesaggi alle Filippine, altri alle Hawaii. La varietà di queste isole trova origine nella loro complessa geologia. Le ripide isole di Maluku nascono dalla collisione di tre strati tettonici. Durante le ere glaciali il livello degli oceani era molto più basso di oggi e un enorme ponte di terre emerse univa il Continente Asiatico (a Nordest) con le terre australi. Il passaggio di specie animali, vegetali e di culture in questi territori ha creato un ambiente che sovrappone le caratteristiche di due continenti a tratti assolutamente endemici. Questa vivace irruenza geologica ed una incredibile biodiversità conferiscono a quest'area quella frizzante energia tipica delle zone vulcaniche. Mentre la barca esce dal porto la luce cambia ed esco dal mio viaggio mentale. Alcuni Lumba-Lumba deviano la loro traiettoria per giocare con la scia di prua. Sono delfinetti lunghi poco più di un metro, dal ponte li sento chiaramente squittire e respirare. Il buco per l'aria si apre con un piccolo schiocco dovuto alla suzione dei polmoni, un suono simile ad un bacio che mette allegria.

Una questione di ore

18 Gennaio. Antony Colas (editore delle guide Storm Rider) analizzata direzione della swell e carta batimetrica sentenzia: 'E' una questione di ore!' dando una speranza in più al nostro lento cabotaggio varso nord. Da qui in poi, dietro ogni punta e dentro ogni baia può nascondersi l'onda dei sogni. L'aspettativa di tutti cresce e con lei la tensione. La ricerca infatti procede 'a vista' e ci mettiamo cinque ore a trovare un'onda surfabile. Dalle mappe il punto migliore sembra essere la grande baia a nord del monte Pangeo. Antony è confidente in questo tratto di costa ed infatti, passata la prima punta della baia subito troviamo una destra lunga e pulita che rompe su di un reef basso e tagliente. Attracchiamo e ci fiondiamo in acqua mentre Alan e John preparano l'attrezzatura fotografica. Le onde sono più insidiose e veloci di quello che sembra dalla barca. Nonostante la misura sia più che abbordabile questo spot non è per tutti. Nel take-off l'acqua è profonda circa 1,5m per poi divenire ancora più bassa nel velocissimo inside. Eugene chiude la manovra del giorno, un off-the-lip che spara acqua almeno tre metri oltre la verticale. Antony Paillassar prende un bel tubo su un'onda di set che letteralmente scopre il corallo. Nella mia prima session fatico ad abituarmi alla velocità di questa destra. Il corallo è veramente insidioso e le classiche 'manine' spuntano qua e là davanti alla tavola. Alan, che ha preso la prima onda decide di chiamare lo spot 'Clove Reef'. Probabilmente nessun occidentale ha mai calcato questa spiaggia corallina che a bassa marea sembra uscita dalla preistoria. Dall'acqua la nostra barca si staglia bianca sullo sfondo verdissimo delle alte montagne. Anche qui alcuni bambini spuntati da chissà dove provano a raggiungerci in acqua nuotando sdraiati sui bilanceri cavi delle canoe. Fortunatamente per loro, vista la pericolosità dello spot, non raggiungono la line-up. Il fondale qui è veramente 'estremo'. Bernardo Gomes de Brito, naufragato da queste parti nel 1561 sembra avere gli stessi problemi nostri

'Durante la bassa marea si può raggiungere a piedi un altro isolotto con l'acqua al ginocchio o poco sopra camminando su pietre o coralli più taglienti di rasoi aguzzi. E' questa l'afflizione maggiore del nostro soggiorno, quella di avere sempre i piedi tagliati da mille coltellate che arrivano alla carne viva. Ed è assai pericoloso passare di là e si può rischiare la vita a causa dell'impeto e della furia con cui spazzano il corallo le onde folli ed inquiete.

Lontano da dove?

19 Gennaio. Pioggia insistente e freddina ed un'alba ovattata da densa nebbia. Mentre tutti ancora dormono vado con Eugene a controllare le onde più su nella baia. Due sinistre ed un beach-break, spuntano dalla nebbia. Nel controllare la sinistra più vicina all'approdo veniamo colti di sorpresa da un set in quello che crediamo essere il canale profondo. Scappando a tutta canna verso il largo evitiamo per un pelo di venir schiantati sul reef! Sarà stato un tributo da pagare: quasi un kilometro più a Nord, sull'angolo più occidentale della baia troviamo la migliore onda di tutto il viaggio. Bagnati fradici nel gommone pieno d'acqua ammiriamo la prima serie sbattere sulla punta e frangere veloce verso di noi. La mareggiata è incalzante, almeno dieci secondi di periodo con serie di quattro e cinque onde a prima vista sui due metri. La forma del reef pare disegnata apposta per amplificare la misura delle onde. A differenza della destra, pericolosa per il fondale, qui è la massa d'acqua ad impaurire. Io e Eugene siamo pietrificati. Torniamo alla barca in silenzio per annunciare a tutti la lieta novella! Il villaggio di fronte all'onda è il punto più settentrionale e lontano della nostra missione. Ma cosa significa 'lontano'? La distanza in km non è assolutamente indicativa in questa situazione. L'unica strada percorribile a Morotai è lunga 7km e unisce Dehegila a Damang lasciando il 90% dei villaggi scollegati via terra. Mentre a Sangowo e Damang una barca a motore (spesso messa a disposizione dalla Croce Rossa) ed un telefono satellitare (alimentato a gasolio) garantiscono agli abitanti la connessione col resto del mondo, qui non esistono comfort di alcun tipo. Quanto tempo impiegheremmo a raggiungere un ospedale attrezzato in caso di bisogno? Di qui a Sulawesi ci sono almeno 50 ore di navigazione e non voglio neanche indagare su cosa contenga quella rugginosa scatola del pronto soccorso appesa in cabina macchine. Nessuno ne parla apertamente ma un incidente accaduto qui, anche un solo stupido taglio da punti od una frattura scomposta o anche un'avaria della barca può trasformarsi in tragedia.

Cuore di Tenebra

20 Gennaio. Intanto la sinistra si rivela essere molto divertente! La vita del gruppo prende una sana piega lavorativa coordinata da John. Quando la luce è migliore (di solito alba e tramonto) tutti hanno il proprio ruolo: i rider salutano da dentro il tubo, John scatta col tele dal gommone, Antony riprende da riva con la telecamera, Alan (fotografo di ZigZag South Africa) fotografa dall'acqua ed io a documento 'on field' la scoperta scappando da lip assassini! La mareggiata è un po calata da ieri ma ancora molto divertente. Durante la surfata mattutina scorgiamo uno squalo poco fuori dal picco. Sarà un paio di metri ma si eclissa senza dare segni di aggressività. Raggiungo per la prima volta la riva e mi faccio lasciare a lato del beach-break. Sulla spiaggia nera, all'ombra di enormi mangrovie, alcuni locali riparano le canoe col macete. Passo di fianco a loro sorridendo e abbassando la spalla destra in segno di rispetto. Sorridono, il loro abbigliamento consiste in un semplice straccio di cotone legato attorno al bacino e ripassato ad arte tra le gambe a mo' di pantaloni. La costa è ripida, l'oceano e la giungla sono separati solo da una striscia di rocce nere scaraventate verso il monte dalle onde fino a divenire sferiche. Paguri eremiti e cipree colorate scricchiolano sotto i piedi ad ogni passo. Le creature non hanno lasciato vuota nessuna nicchia biologica qui. Dalle pozze fra i sassi ai ruscelli che sfociano in mare, tutto brulica di vita. Tento di seguire un sentiero che si inerpica lungo le pendici del monte Pangeo ma poco dentro, raggiunta una piccola radura, la giungla diviene impenetrabile ed il sentiero si estingue. Questa stessa vegetazione ha bloccato per giorni anche l'esercito americano nel dicembre del '44. 'Durante la battaglia di Morotai' ricorda il veterano William Endicott del 136° Fanteria 'i nostri uomini dovettero aprirsi la strada in una giungla tanto fitta da non lasciar passare nemmeno la luce del sole. Procedevamo abbattendo la vegetazione palmo a palmo riuscendo a coprire meno di mille metri al giorno.' Mi torna in mente la strana vicenda di Nakamura Teruo, il soldato taiwanese-giapponese che proprio lungo queste pendici ha aspettato per trent'anni la fine della guerra. Il mare da qui non si vede. Mi siedo sotto un grosso tronco bruciato da un fulmine per ripararmi dalla pioggia. Tutta questa vita emette un suono greve e onnipresente simile a quello delle cicale. All'interno del tronco una vivace comunità di ragni forma una palla dalle dimensioni di un pugno, ai miei piedi formiche lunghe quanto una falange tentano di infilarsi tra i sandali, nel fitto degli alberi un animale che neppure intravedo inizia un lungo latrato tipo scimmia urlatrice. Anche se attorno non c'è nessuno questo posto è troppo affollato per me. Il solo pensiero di dover interagire con questa giungla di notte mi mette i brividi. Gli indigeni stessi preferiscono aver a che fare con l'Oceano Pacifico piuttosto che sfidare questo 'cuore di tenebra'. Sono questi i tristi tropici che descriveva l'antropologo Levy Strauss e come lui mi chiedo se sia giusto considerare attraenti luoghi così, se sia lecito apprezzare 'da turisti' un ambiente che i locali stessi faticano a dominare.

La storia del fantasma soldato

18 Dicembre 1974. Dalle poche radure del monte Pangeo il Pacifico sembra eterno. Di fianco ad un grosso masso nero Nakamura taglia legna per il fuoco tenendo un'occhio all'ampia baia sottostante ed uno al filo della lama. Sono passati trent'anni da quando, in quella stessa vallata, i mortai americani hanno smesso di urlare. La giungla ha impiegato pochissimo a rimarginare le proprie ferite inglobando vecchi appostamenti, rottami di aereo ed i corpi dei compagni più fortunati di lui onorevolmnte caduti in combattimento e subito trasformati in materia organica, umus, giungla, vita. E lui? Resistere? Aspettare il ritorno del Giappone vincitore? Suicidarsi? La giungla che opprime, la giungla piena di cibo e pericoli lo ha perseguitato e protetto per quasi trent'anni sotterrando nel verde anche i suoi incubi. Da dentro la giungla l'oceano neppure si sente, lo sguardo non spazia e la mente non ha tempo di evadere. D'inverno però il monsone spinge il rombo del mare fin nella radura ed allora immagini e ricordi attraversano il suo campo visivo assieme alle linee delle onde. I lanciafiamme di quella notte di Dicembre '44, i primi mesi di terrore, la caccia spietata fattagli dei miliziani e le offerte dei locali, come fosse un fantasma. E poi cose piacevoli, il gusto dolciastro della carne di pipistrello, scene dalla sua infanzia a Hualian, e le immagini seppiate dei filmetti di propaganda nipponici. Quando l'esercito Indonesiano (sotto insistenze del governo giapponese) raggiunse la radura suonando il vecchio inno imperiale, Nakamura pensò fosse un'altra delle sue allucinazioni e si nascose. Seminudo, di fronte ad un nemico che neppure riconosceva consegnò un fucile perfettamente funzionante, un elmetto ammaccato, diciotto caricatori di proiettili, una scodella di alluminio ed il coltello che stava usando. Al suo ritorno a Taiwan, Nakamura era realmente un fantasma, la sua terra natale era stata regalata alla Cina Nazionalista e sua moglie si era risposata credendolo disperso. Persino il suo nome (ironicamente traducibile in 'Discepolo della Montagna') dovette essere traslitterato in cinese per i registri dell'anagrafe. Era rinato ma stava morendo e a nulla valsero gli amici, la curiosità dei media e le associazioni per reduci. Gli incubi che la giungla di Morotai aveva tenuto sopiti nel verde, si riimpossessarono di lui con la violenza di quelle onde invernali. Nakamura si spense in meno di tre anni ma tra i pescatori di Morotai e Hualian, due posti separati da 2000km di oceano, la storia del fantasma soldato rimasto trent'anni nella giungla ancora viene raccontata la sera, di fianco ai mucchi delle reti.

Stringere gli occhi

22 Gennaio. Si torna! Questa sinistra è stato il punto più settentrionale e lontano della nostra esplorazione e comincia oggi la fine del viaggio. Niente di lento o tranquillo comunque: da qui a casa ci sono 11.950 Km, oltre 50 ore di navigazione, 20 Ore di volo, 4 Ore di treno, 1 ora di auto e scali a Manado, Kota Kinabalu, Kuala e Roma. Per intenderci, Pigafetta impiegò nove mesi per tornare a Siviglia da qui e quando ci arrivò i due terzi dell'equipaggio era morto di scorbuto! La luce oggi è forse la migliore che abbiamo trovato finora. John ferma la barca di fronte ad una spiaggia intonsa e scatta un po di life style. Nel primo pomeriggio scopriamo un altro gioiellino di reef su Halmahera che Emiliano (dopo averne surfato la prima onda) battezza 'Mirrors'. Una destra ed una sinistra speculari frangono ai due lati di un lungo sperone di roccia. I set sono altezza spalla, puliti e lunghi come l'acqua sulla quale rompono. Nell'avvicinarci al reef due mante emergono a pochi metri da noi mostrando il lato nero e quello bianco. Sulla parete delle onde le immagini azzurre, gialle e rosa del corallo vengono distorte dalla rifrazione come in una lente curva. Questa è la nostra ricompensa per le fatiche di oggi. Partiamo contenti alla volta di Waterfalls dove ancoriamo poco prima del tramonto. Quasi ogni sera io ed Emi caliamo la lenza e peschiamo. Ci sono voluti vari giorni per capire la tecnica dei locali ma ora andimo alla grande. La logica è quella di 'risalire' la catena biologica partendo dal basso. Prima con la fiocina si arpiona una sardina abbagliata dalla luce, poi la si infila per il dorso in un grosso amo e la si lascia fluttuare viva e sanguinolenta nella corrente. Questa sera la sorte è con noi e catturiamo due barracuda di circa un chilo che, assieme ad un grosso sarago preso alla traina, costituiranno il nostro pranzo di domani. Se trovate tutto questo 'cruento' sappiate che le nostre scorte alimentari surgelate sono state scongelate e ricongelate varie volte grazie alle continue rotture del generatore. Nessuno si scandalizza quando Opo stringe gli occhi del barracuda tra indice e pollice spegnendogli in un attimo la vita.

23-24 Gennaio

La mattina le onde della destra sono a malapena longboardabili e la pittoresca cascata completamente scomparsa. Surfiamo a turno con i long di Sam. Nonostante la misura veramente piccola le corse superano il minuto di lunghezza e permettono decine di cut-back prima di spegnersi sul basso fondale corallino. Nel pomeriggio scopriamo un'altra cascata nascosta da una piccola baia. Manado è a 24 ore di navigazione e le scorte di acqua potabile stanno per finire. John decide di non fermarsi neppure a Mayu. 'Let's get the hell out of this boat' è la sua benedizione per una missione portata a termine in maniera magistrale. Dopo aver visto i villaggi delle isole, Manado sembra Milano! E' il compleanno di Emi e lo passiamo in un locale alla moda dove suona un gruppo rock di Jakarta. Nel tentativo di imitare Elvis il cantante ubriaco scaraventa la cantante al suolo facendole sbattere violentemente la testa. Laciamo la sala mentre la poveretta sanguina a terra consolata da Eugene.

Na Mo Guan Shi Yin Pu Sha

24 Gennaio. Gli addii sono molto più indolore nell'epoca della tecnologia. Tutti viaggiano troppo per potersi affezzionare a qualcuno o sentire la mancanza di qualcosa. I ragazzi impegnati nel WQS hanno un calendario di gare e photo-trip fittissimo, ci si riincontrerà prima o poi in acqua o in rete. Il pomeriggio controlliamo la barca minore della flotta per un eventuale secondo trip in stagione di tifoni. Dal porto di Manado, dove salutiamo per l'ultima volta l'equipaggio impieghiamo circa due ore per tornare alla resort, un bagno di folla che rimarrà uno dei ricordi più toccanti del trip. Nel quartiere multietnico di Manado il traffico è allegramente congestionato. Dai sudati sedili dei Bemo, i classici pulmini blu, ragazze incuriosite agitano le mani per salutarci. 'Gong Xi Fa Cai': sui muri ancora si vedono le lanterne rosse del capodanno lunare, adottato l'anno scorso come festa nazionale anche dallo stato indonesiano. Sui marciapiedi, umidi per gli scarichi dei condizionatori, brulicano bancarelle stracolme di qualsiasi cosa. Siamo gli unici occidentali per strada e non passiamo certo inosservati: un signore gentilissimo che gestisce uno stand di zaini e ciabatte ci sorride mostrando le gengive arrossate dal Betel. Si chiama Franz e parla inglese quanto basta a farsi capire. Ci racconta che a Manado tutti sono benvenuti. Mussulmani, Cristiani e Buddhisti convivono pacificamente. Spiega questo concetto con poche parole: 'Muslims, catholics and buddhists want the same things here, peace,' poi incrocia gli indici imitando gli anelli di una catena. Su alcune bancarelle gli adesivi di Cristo, della Mecca, del Buddha in meditazione vengono venduti assieme a quelli della Juventus, e del Manchester United. Ci fermiamo di fronte ad uno di tanti templi dedicati a Guan Yin (Avalokiteshvara), l'efebica divinità dei mari del sud venerata in tutta l'asia. All'interno del tempio il frastuono delle strade si spegne nel classico odore di sandalo. Il tempio è vuoto. Un modesto mangianastri gracchia il nome del Buddha ripetendo in un loop il mantra più classico del Buddhismo Mahayana. 'Na Mo Guan Shi Yin Pu Sha': basta pronunciarlo una sola volta per essere salvi e questo facciamo accendendo tre incensi di ringraziamento.

Ricerca SurfNews
Articoli
TURCHIA

Che ci crediate o no, sparpagliati tra le terre emerse esistono sul nostro ...
THE M-PLAN

"['] ed era assai pericoloso passare di Là e si poteva rischiare ...
IL TESORO DELL ISOLA

Durante i mesi di preparazione, Dustin Humprey, staff photographer di Transworld ...
MAROCCO


FEDERICO VANNO

Nome: Federico Vanno

Data di Nascita: 01/12/1978

Home Spot: ...
Archivio magazine »
Scarica gratis Surfnews Magazine