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CUMARO SURF

a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews

Alcuni giurano che questo monte sia un meteorite caduto sulla terra trentacinque milioni di anni fa, altri ci vedono l'ultimo resto dell'antica Adria, una sorta di Atlantide del mare interno che si estendeva sino alla Dalmazia. Di certo c'è che il monte Conero (Cùmaro lo chiamavano i Greci) è da millenni un punto di riferimento geografico. Questi 572 metri di 'emersione tettonica localizzata' appena a sud di Ancona, interrompono con un aspro paesaggio montano la monotona striscia sabbiosa che unisce le pendici del Carso allo sperone Garganico. E' un luogo climaticamente atipico. Chi viene da nord non smette di stupirsene neppure in anni di frequenza. Le sue pendici offrono riparo dai venti di Bora, risparmiando a questa piccola area quella tristezza nordeuropea, quelle alte pressioni nebbiose e quel colore limaccioso delle acque tipiche di tutta la costa a nord del Metauro. E' un paesaggio pittoresco e selvaggio dove borghi scolpiti sulla rupe si alternano a macchia mediterranea ed anfratti costieri difficilmente raggiungibili. Se avete assaggiato un bicchiere di buon Rosso Conero, i cui vitigni si intravedono da alcuni surf-spot del luogo, avrete riconosciuto nel suo carattere i tratti di quest'area. Il Rosso Conero è un vino di grande corpo e struttura: accoppia una boccata schietta ad intricanti retrogusti fruttati. Questo vino, apprezzato fin dai tempi di Plinio il Vecchio, tinge il bicchiere di un brillante rosso rubino ed è quasi timido al primo sorso. Se lo lasci ossigenare, però, ti accorgerai della dolcezza che nasconde dietro la facciata semplice. Tra le aspre pendici del Conero corbezzolo, ginestra, ulivo e pino marittimo creano un paesaggio olfattivo dolce ed aspro assieme che, da solo, varrebbe il viaggio. Il rovescio della medaglia? A quasi dieci anni dalla prima visita qui, il mio rapporto con questi venti chilometri di rocce è ancora fatto di alti e bassi: grandi amici e grandi nemici, grandi surfate e sonore delusioni. Il fatto è che per godere dei migliori break su roccia del nordest non basta parcheggiare l'auto, cambiarsi e dire ciao a chi incontri. Il freddo umido dei mesi invernali, la melma del monte, le strade tortuose ed una tradizione di localismo di tutto rispetto richiedono una determinazione che non tutti hanno.

Scirocco: Novembre 03

Arriviamo a Sirolo dopo tre giorni consecutivi di pioggia: il monte è letteralmente zuppo d'acqua e lo stradello che collega il cimitero alla spiaggetta odora di foglie in decomposizione e resina di pino. Lo Scirocco stempera con tiepida umidità le tinte scure di fine autunno. Lunghe strisce di acqua biancastra segnalano i punti in cui l'erosione è maggiore e proprio lungo una di queste strisce individuiamo le onde. In giorni come questi il paesaggio è malinconico, quasi decadente nei suoi toni di giallo ocra e verde intenso. Dal parcheggio alla secca del 'Sasso' ci sono circa due chilometri da coprire a piedi con tutta l'attrezzatura in spalla. Quelli che in estate sono polverosi sentieri tra la macchia ora sono rigagnoli di fango quasi impraticabili. Con lo sguardo fisso su onde pulite attorno al metro e mezzo neanche ci accorgiamo dei chili di melma attaccati alle scarpe. Lo spot è vuoto, quale miglior benvenuto! Stacco il telefono, saranno tutti a Portonovo, penso. Il vento ha appena smesso di soffiare e le onde, nel lato esposto del Conero, ancora stentano a regolarizzarsi. Nella mezz'ora di cammino fino allo spot il sole ha squarciato le nuvole. Il picco ora è illuminato perfettamente come in un teatro di posa. Mentre Emi piazza l'attrezzatura sopra ad una barchetta arenata ai piedi del monte io ed Alessandro raggiungiamo il picco con i capelli ancora asciutti. Il reef del Sasso ha un respiro tutto particolare. Il fondale di questa lunga baia rimane profondo fino a pochi metri da riva mantenendo inalterata la potenza delle onde. Le mareggiate frangono lungo una lingua di roccia triangolare posizionata a 90° rispetto al sudest. In condizioni di piccole scadute la secca di roccia amplifica l'altezza delle onde producendo un picco con destre e sinistre di buona qualità. La vista dall'acqua è mozzafiato! Le pendici erose del monte piombano a picco su un mare profondo e livido. Pini marittimi aggrappati alla roccia con robuste radici tentano di non soccombere allo sgretolarsi del monte. I parallelismi con altre terre ed altri continenti sorgono immediati. Terry Fitzgerald, (leggenda del surf negli anni '70) in visita ad Ancona alcuni hanni fa rimase estasiato da questo lato del Conero paragonandolo alla costa del New South Wales. In effetti le ampie vedute e l'aria cristallina dei giorni di maestrale ricordano i paesaggi dell'area a nord di Sidney. Dopo un paio di onde d'assaggio Ale comincia a capire le varie sezioni e ad adattare le manovre allo spot. Mentre risalgo dal canale della destra lo vedo partire in ritardo e precipitare assieme al lip proprio sulla grossa bolla d'acqua che indica il punto del take-off. Segretamente godo nel vedere un surfista esperto come lui venir centrifugato da un succhione della costa est! In verità non tutte le onde escono col tubo, anzi! Il Sasso è uno spot molto tecnico: avvicinandosi a riva, le onde subiscono l'effetto incrociato del fondale e del back-wash e rompono spostandosi lungo la secca. Quella che avvicinandosi sembra una destra può trasformarsi in sinistra o chiudere tutta assieme. Bisogna scegliere bene la posizione e non sbagliare il take-off se non si vuole finire sui ricci del fondale. La destra è più lavorabile ed ha almeno tre sezioni l'ultima delle quali rompe su pochi centimetri di acqua. La sinistra è più corta ma anche più intensa ed è su questo picco che Alessandro si accanisce, quasi a vendicarsi dello schiaffone ricevuto all'inizio. Ci alterniamo in acqua fino al pomeriggio in compagnia di alcuni ragazzi di Senigallia che come noi hanno evitato gli affollati spot a nord del monte. Alessandro è stupito della qualità della costa est e a nulla vale spiegare che ha visto solo una faccia della medaglia! Di sciroccate così da Agosto ad adesso ne ha fatte solo due e se non fosse un freddo giorno lavorativo di Novembre il piccolo line-up sarebbe affollatissimo.

Bora: Dicembre 03

In dieci, stipati attorno ad un fungo a gas nel piccolo bar di Portonovo tentiamo di riconquistare l'uso delle mani. La situazione da Novembre ad ora è cambiata non poco. Da una settimana la Bora ha assunto il controllo dell'alto Adriatico facendo precipitare le temperature sotto lo zero. Mentre Fabrizio, Franceschì e gli altri ragazzi di Ancona uniscono due tavoli, noi abbracciamo il termo per scaldarci più in fretta. Francesco (Palattella) e Davide (Lorenzin) sono alla loro prima esperienza con l'inverno in costa est, e dopo quattro ore di autostrada e due di surf con l'acqua a 8C° sono visibilmente provati. Questi 'viziati', come tutti i surfisti che vivono ad ovest degli Appennini, non hanno mai dovuto indossare guanti e cappuccio prima! Ai primi geli di Dicembre la differenza di temperatura tra est ed ovest è schiacciante e loro, versiliesi, se ne accorgono subito. Le voci che corrono dalle loro parti sul surf in Adriatico sono disarmanti: onde piccole, mareggiate brevi, vento da mare e fondali poco profondi scoraggiano la maggior parte dei nostri amici ad attraversare l'appennino. Loro però non surfano da un po' ed hanno accettato di buon grado questo appuntamento 'al buio' con la Bora. Il benvenuto riservato loro dalle onde è stato però caldo. La Bora a Trisete ha superato i 120 km/h la notte scorsa ed oggi le onde sono cresciute fino a raggiungere l'altezza della testa. Sia noi che i locali siamo soddisfatti delle onde prese. Persino Owen è entrato in acqua sfoggiando uno splendido ibrido e infilando un paio di reentry non male davanti al Trocadero. Amplificati dal vino, i racconti di onde e freddo assumono toni da narrazione biblica. I surfisti abituati al freddo serio amano terrorizzare gli amici di zone più calde con racconti di onde perfette e geli apocalittici. Scherzi a parte, il mese più freddo è Febbraio con punte fino a '10C°. Franceschì, uno dei locali più giovani racconta che spesso il laghetto di acqua salmastra situato dietro agli stabilimenti balneari di Portonovo ghiaccia per intero. Con l'abbassarsi della marea grosse lastre di ghiaccio restano sospese a 30cm dal pelo dell'acqua, sorrette dagli steli delle canne come sui trampoli. In un clima così rigido, la conoscenza dello spot è determinante quanto l'attrezzatura. Oggi, al quarto duck-dive consecutivo Francesco ha capito che con queste temperature non è consigliabile aspettare le onde piccole e ripide dell'inside. Con l'acqua sotto i 10C° anche una semplice schiuma in faccia provoca forti dolori alle tempie molto simili a quelli causati da un ghiacciolo mangiato troppo in fretta. Le onde che abbiamo surfato oggi non saranno belle come quelle che quest'area regala con Scirocco ma i miei contatti lungo la costa mi dicono che tutti gli spot da Sottomarina di Chioggia ad Ortona passando per Ravenna e Rimini mandavano solo schiume bianche insurfabili.


IL MOLO MUORE

Il barista, visto il colore delle nostre facce ed il tremore degli arti alza il termostato del fungo e porta altre due caraffe di Rosso Conero con un po' di affettato. L'atmosfera è rilassata ed il topico delle discussioni ora è la perdita dell'onda del Molo. Sono bastati otto metri di massi ad uccidere la lunga destra che fino al 2002 srotolava dal moletto sin dentro la baia di Portonovo. Ad ogni bicchiere di vino le onde passate diventano più lunghe e belle nei racconti. Chiunque abbia amato uno spot può immaginare come ci si senta alla sua morte: il Molo è stato il primo spot ad essere surfato nell'area di Ancona. Fin dai tardi anni settanta i windsurfisti, per tradizione numerosi nell'area, cominciarono a divertirsi sulle onde che seguivano le frequenti sventagliate da Bora. Uno spot come questo, il punto zero del surf anconetano, dove tre generazioni di surfisti sono cresciute, scomparendo si porta dietro le storie ed i sentimenti di chi lo ha amato, frequentato e strenuamente difeso. Parlando coi locali tento di minimizzare la perdita dello spot elencandone tutti i difetti. Ricordo a Franceschì e Fabrizio che le sezioni del vecchio Molo, nella maggior parte dei casi si ricorrevano alla rinfusa senza effettivamente focalizzare sulla secca. Le mareggiate dai quadranti nordorientali hanno un fetch molto limitato nel nord Adriatico. Nonostante quaranta nodi di vento possano generare onde fino a 2m di altezza, il periodo troppo corto non consente ai point-break, come il Molo voleva essere, di funzionare al meglio. Dopo una decina di minuti di soliloquio mi accorgo che a nulla valgono le spiegazioni tecniche quando il legame ad uno spot è affettivo. Il surf anconetano ha da sempre ruotato attorno a questo spot. E' proprio attorno al Molo che è cresciuta la loro identità di surfisti. Proprio al Molo nel 1994 avvenne il contatto tra la scena locale e la 'banda' di australiani capitanata da Owen che ancora vive e surfa nell'area. Fabrizio descrive così quel periodo: 'La metà degli anni '90 fu un periodo pieno di esaltazione surfistica ed allegria. A noi sembrava di stare dentro un video! Inutile dire che l'apporto di Owen e Ross è stato determinante e senza dubbio positivo per la scena locale. Erano tutti freak globetrotters specializzati nel lavorare epoxy per la nautica assoldati da qualche cantiere. Ad una mareggiata di Bora si presentarono a Portonovo con bottiglie di vino, fiato alcolico e mute estive a Novembre! Erano tanti, non si reggevano in piedi dalla sbornia molesta, erano simpatici e casinisti e vedendo noi sul molo si buttarono in mare, chi col surf chi con tavole da wind senza nemmeno una cima come leash. All'epoca eravamo veramente in pochi ed eravamo incazzatissimi con chiunque volesse entrare in acqua, specialmente se si trattava di windsurfisti che fino a ieri ci prendevano per il culo. Loro invece erano e sono timidi, discreti, pacifici poi tecnicamente erano anni luce avanti. Diventarono locali da subito a tutti gli effetti anche se qualcuno di noi all'inizio era andato nel panico! Owen era il surfer di spicco, ma c'era anche Ross, ora stabile in Australia, che faceva il panico sulla line up. In verità il fatto di avere australiani tra le nostre onde ci diede credito presso quelle persone che consideravano il surf da noi una cosa impossibile'. Mentre trangugio un ultimo bicchiere di vino provo ad immaginare come si siano sentiti quando, finiti i lavori, le onde hanno superato senza frangere il moletto andandosi a spegnere per la prima volta sulle secche della spiaggia interna. Tento anche di capire il perché tutta una generazione di surfisti abbia voltato le spalle al surf e inboccato strade diverse. Prima di lasciare il bar Fabrizio mi fornisce la chiave interpretativa: 'Nik, siamo una qualsiasi provincia italiana con il boom economico alle spalle e troppe televisioni in casa. I giovani di qui preferiscono altre cose. Il surf è stata solo una chimera di passaggio nella storia del sociale anconetano. Considera che ultimamente entro in mare e mi trovo con due, tre facce note e quindici ragazzetti di Ravenna, Cattolica, Rimini. Non c'è nulla di male per carità ma questo è il trend. Poi si parla di localismo ad Ancona. Il successo o l'insuccesso del localismo dipende dai locali; se ci estinguiamo ne discende che il localismo non ha funzionato'. Quando paghiamo il conto fuori è buio da un pezzo, sono solo le cinque ma sembra notte fonda. Lungo la strada che dalla rotonda risale il monte ripenso alle belle onde prese così vicino a casa e alle parole di Fabrizio. Ci fermiamo a scattare alcune foto della baia prima di prendere per l'autostrada. Dall'alto questo microclima rivela tutta la sua fragilità. Le luci del paese, le auto che abbandonano il parcheggio e persino le onde argentate sotto la luna sembrano lontane e piccole. Per un attimo sono preso da una certa tristezza poi una folata di vento mi riporta alla realtà. La Bora e lo Scirocco continueranno a soffiare per ancora qualche millennio attorno a questo monte. Per chi surfa e ama la costa est tutto il resto conta veramente poco.


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