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MEXICAN TRIP

a cura di Edoardo Bachi Condividi SurfNews

Chi crede ai segni, appena arrivato a destinazione avrebbe subito ripreso un aereo per tornare indietro. Primo segno: black-out su scala nazionale che incasina le operazioni d'imbarco alla partenza da Bologna. Secondo segno: dopo mezzora di fila per rifare il check-in all'aeroporto di Francoforte, quando praticamente toccava a noi, allarme bomba con tanto di autoblindo in mezzo alla strada, reparti speciali armati fino ai denti, cani etc... Tutto da rifare. Terzo segno: all'arrivo a Città del Messico un gentile impiegato della compagnia aerea ci avvisa che i nostri bagagli sono ancora a Bologna. Il pensiero di ognuno và ovviamente alle cose più care. Io, Marco e Jacopo rivolgiamo subito preghiere al famoso Santo delle tavole disperse. Paolo Cesari (videomaker) ridacchia sollevato mentre stringe al petto il bagaglio a mano contenente la sua preziosa telecamera. Cesare Cantagalli (capo spedizione) é perso dietro all'impiegato nel tentativo di ricevere rassicurazioni sui colli perduti. Cerchiamo di consolarci con un paio di hamburgers pagati a peso d'oro. Nel frangente ci riuniamo ai francesi della comitiva in arrivo da Biarritz. Romain Maurin, Timothée Creignou e Sylvain Cazenave, il fotografo. Ci aspetta ancora l'ultima tratta, la stanchezza serpeggia ed il pensiero và a Beau Young che dovrebbe essere già arrivato e ci sta aspettando comodamente spaparanzato in albergo. Con l'arrivo di Chris Griffiths la sera seguente la formazione sarà fatta, Team Bear al gran completo! Un'ora e mezzo di volo ancora e finalmente siamo a destinazione. Purto Vallarta, Messico centrale a cavallo tra gli stati di Jalisco e Nayarit. Niente a che vedere con lo stereotipo cactus e deserti a cui ci hanno abituato i video con location Baja. Clima e vegetazione sono decisamente tropicali ed al calare della sera i veri protagonisti diventano i mosquitos. Fuori dell'aeroporto jeans e scarpe manifestano incompatibilità col caldo umido. Le venti e passa ore di viaggio, traversie comprese, ci consentono di apprezzare ancora di più i comforts del resort che ci ospita ed il mancato arrivo dei bagagli ci concede un giorno pieno per organizzarsi con i mezzi, trovare una guida locale e smaltire il fuso. Il risveglio è lento e dopo una lauta colazione a base di ogni ben di Dio, siamo pronti per il rituale: quel paio d'ore dedicate allo spacchettamento delle tavole e reciproca richiesta di apprezzamenti su shape, bordi, grafiche, con gara finale a chi tira fuori l'ibrido più strambo. Io poi, che affronto sempre queste occasioni dal punto di vista didattico-formativo, alla fine del trip ho provato talmente tante tavole di qualsiasi forma e dimensione che soffro di devastanti crisi d'identità riguardo la mia natura di longboarder classico. Purtroppo mancano ancora all'appello le mie e quelle di Marco e Jacopo, ma l'occasione è buona per iniziare i test. In una piccola session pomeridiana, infatti, mi faccio prestare un long da Beau. Dopo cena con Cesare dobbiamo andare a recuperare Chris ed i nostri bagagli all'aeroporto. Claudio, un italiano responsabile del resort, ci avvisa dei rischi che comporta il guidare sulle strade massicane: di notte attenzione ai molti ubriachi alla guida; in generale, con una macchina a noleggio, attenzione alla polizia che non aspetta altro che fermare turisti sprovveduti rei di una qualsiasi infrazione al codice della strada. Unico antidoto conosciuto, non tentare di parlare spagnolo, anzi, fare finta di non capire assolutamente niente! Le raccomandazioni ricevute assumono carattere di premonizione quando, sulla via del ritorno, recuperati Chris e bagagli, veniamo blindati dagli sbirri per un presunto eccesso di velocità. Seguendo alla lettera le istruzioni, Cesare attua così bene la supercazzola che il poliziotto abbandona l'idea di arrestarci e stressato ci lascia andare senza alcuna sanzione. Ci complimentiamo con noi stessi per la velocità di apprendimento! Il nostro resort si trova sulla punta a nord del profondo golfo di Puerto Vallarta, è esposto a sud e non è facile capire l'effettiva consistenza e provenienza delle swell. Per questo i nostri due meteorologi, Cesare e Sylvain, si incollano subito ad internet per cercare di capire dove avremo migliori chances di onde. I primi giorni li dedichiamo a girare gli spot della zona, quelli sui quali ci eravamo documentati. Purtroppo la misura è scarsa e nel gioco delle maree riusciamo a buttarci solo per un paio di ore al giorno, più per voglia che per effettiva qualità delle onde. Al quarto giorno decidiamo di tentare la sorte verso sud. Sylvain ha individuato una grossa swell sul Perù i cui influssi dovrebbero garantirci un po' di misura. Carichiamo macchina e furgone e partiamo. Dopo pochi chilometri, la prima sosta. Ci fermiamo in una specie di motel-residence a prendere la nostra guida, Odin, un surfista messicano che ha appena finito la stagione nel resort. Il posto farebbe la felicità di Quentin Tarantino: costruzione bassa a due piani abbastanza decadente, un paio di pittbull su un terrazzino che abbaiano inferociti e quattro o cinque ceffi in canottiera con anelli e catene dorate al collo che ci guardano in cagnesco. Odin in compenso più che un surfista sembra il capo di una gang ispanica di south-central L.A. Fisico tirato, canottiera, tatuaggi, catena d'oro, testa rasata e profilo da pugile. E' dal saluto, con un cenno del capo, ai ceffi del cortile, stile 'è tutto a posto', che capisco di essere in buone mani. Ci aspettano circa trecento km di strada fino alla prima destinazione, Barra De Navidad. Facile se imbocchi una qualsiasi autostrada, imprevedibile se percorri El Camino Real direzione sud. Dopo appena una trentina di chilometri infatti perdiamo contatto con gli altri. Una ventina di minuti di attesa spesi a formulare le ipotesi più disparate, da quelle ridicole fino alle più tragiche mano mano che il tempo passa. Alla fine l'ansia viene sciolta dall'avvistamento della WV Pointer. Un sudato e scosso Cesare ci spiega che per evitare una macchina, che aveva allargato troppo una curva, ha dovuto prendere in pieno una delle innumerevoli e profondissime buche che costellano l'asfalto. Morale: ruota scoppiata, due cerchi piegati ed un notevole spavento. Il viaggio riprende con cautela. I centri abitati diventano sempre più radi. In un paesino sperduto di montagna troviamo un gommista e ci fermiamo a riparare la gomma danneggiata. Il gommista in questione è un paffuto ragazzino di circa dodici anni che con fare adulto e professionale ci risolve il problema nella decina di minuti che noi impieghiamo a rifocillarci nel piccolo market locale. Il vetro anteriore del furgone pare un televisore mentre il paesaggio cambia continuamente intorno a noi dandoci l'impressione di stare in un documentario del National Geographic o in un film di Soderbergh. Capita di affrontare un tornante e ritrovarsi davanti alla vista mozzafiato di una vallata coperta di palme a perdita d'occhio. Oppure scorgi in lontananza, alla fine di un lungo rettilineo, gli avvoltoi che in circolo volteggiano sopra un punto non ben definito scoprendo poi che stanno aspettando il momento propizio per scendere sulla carcassa di un animale al bordo della strada. E poi checkpoint militari, di controllo contro terrorismo e narcotraffico, che sanno tanto di Nicaragua o Colombia, dove soldati armati di tutto punto ti scrutano con aria severa per poi, fortunatamente, lasciarti passare oltre. Finalmente dopo sei ore di viaggio e soli 250 km percorsi, senza peraltro vedere mai il mare, Odin ci indica di svoltare all'indicazione Arroyo Seco. Qualche km di strada sterrata evitando mucche e maiali in pascolo libero ed arriviamo al tipico paesino. Una quindicina di case basse si affacciano sulla strada fangosa dove bambini scalzi giocano sotto lo sguardo di giovanissime mamme che tengono in braccio figli ancor più piccoli. Più avanti, sotto un portico, una vecchia intreccia foglie di palma e poco oltre, l'insegna dell'immancabile market marchiata coca-cola indica che il mercato globale è arrivato anche qui. Manca poco al mare ma la sorte ci è avversa. Un guado troppo fangoso ci impedisce di andare oltre, se non a piedi. L'onda che scorgiamo in lontananza sembra consistente. Decidiamo di andare a controllare un altro spot, quantomeno sollevati dall'aver constatato la consistenza della swell. Lo spot successivo si rivela a sua volta non facile da raggiungere. Un sentiero non segnalato, di pochi cm più largo del furgone, attraversa un tunnel di vegetazione, molti guadi e pendenze al limite della percorribilità fino ad un piccolo spiazzo che si affaccia su una baia. Delimitata dai monti a picco, l'onda che troviamo rompe tra una punta di terra ed un roccione in mezzo al mare. Il posto è più riparato del precedente e la misura decisamente inferiore ma stressati dal viaggio e incalzati dal calare del sole ci buttiamo per una session purificatrice. Come sempre succede, le tensioni, dovute alla scelta della musica o alla lotta per il comodo sedile anteriore, finiscono a tarallucci e vino davanti ad un metro e mezzo liscio srotolante a destra. E' la nostra prima serata fuori dal resort e Odin ci porta alla scoperta della sua cittadina natale, Barra de Navidad. Non so quante volte vi sia capitato di mangiare in un ristorante dove al posto del classico acquario ci sia un recinto con tre coccodrilli: i tavoli si affacciano su una laguna popolata di pesci palla che vengono a mangiare le briciole buttate in acqua dai clienti. E poi pare che ci abbia mangiato anche Mick Jagger! Dopo cena, baretto sulla spiaggia di proprietà del babbo di Odin che con fierezza ci presenta tutta la famiglia. Non so se fossero gli effetti del miglior Margarita che abbia mai bevuto, ma ricordo il contesto molto simile a quello del film 'Dal tramonto all'alba'. Una bella giornata di sole allieta il risveglio. Ritentiamo con Arroyo Seco. Stavolta ci fermiamo al market a chiedere in prestito una pala. Dopo mezz'ora di tentativi, a spalare terra e a disporre rami, decidiamo di lasciare i mezzi e superare l'ostacolo fangoso a piedi. In fila sul sentiero in mezzo all'erba alta, attraverso un palmeto carichi di zaini e tavole, massacrati dai mosquitos, ho la visione: questa volta siamo in 'Full metal jacket'. Per fortuna arriviamo alla spiaggia senza che i Vietkong si accorgano di noi ed il gioco vale assolutamente la candela. Un chilometro e mezzo di spiaggia assolutamente deserta chiusa dalle parti da monti di roccia scura punteggiata dal verde dei cactus. Alle spalle le palme da cocco e davanti a noi diversi picchi dove onde di un paio di metri rompono a destra e a sinistra. Il tutto coronato da sole e acqua cristallina. Paolo e Sylvain si mettono in posizione con le loro attrezzature, mentre noi andiamo in acqua a più riprese. Raggiungere la line-up non si rivela tanto semplice, le serie sono ravvicinate e necessitano braccia ben allenate. Ognuno sceglie il picco a lui congeniale anche se la forma migliore la hanno le destre. Ci raggiungono anche dei locals amici di Odin. La mattinata scorre via liscia tranne un paio di piccoli incidenti che vedono coinvolti Beau, che in una caduta sulla chiusura di un re-entry rompe gomito e bordo della tavola, e Timothée, che in un tentativo di tubo dettato dall'irruenza dei suoi diciassette anni, tronca in due il beneamato long. Alla fine entra vento di mare e allora tutti a riva per godersi il meritato riposo. Gli amici di Odin sfoderano i machete, si arrampicano sulle palme e tirano giù cocco fresco per tutti. Niente di meglio per concludere una bella mattinata di surf. Dopo lo spuntino il mare sembra decisamente in calo. Un breve consulto tra di noi e prendiamo la decisione di muovere ancora più verso sud. Ad un paio di ore di viaggio c'è Pascuales, che ha la fama di essere simile a Puerto Escondido. Malgrado Odin ci rassicuri sulle distanze ed i tempi di percorrenza, siamo ancora turbati dall'esperienza del giorno precedente e l'idea di rimettersi in viaggio incide negativamente sul morale di tutti. Riattraversando Barra de Navidad ci fermiamo a cercare del disinfettante per il gomito di Beau. E' ora di pranzo e sfidando il nostro stesso istinto di autoconservazione, ci affidiamo a delle specie di bancarelle dove solerti messicani cucinano, su piastre più o meno improvvisate, ogni sorta di piatto tipico. Siamo alla stazione degli autobus a lunga percorrenza. Alla faccia dell'Ufficio d'igiene, in mezzo alla strada, con alle spalle, la ventola di un autobus in moto, consumiamo tanti tacos e quesadillas da consentire all'allibita signora di chiudere il negozio per il resto della settimana. Dopo un gelato comprato alla farmacia, merceria, alimentari, cartoleria, souvenir, tabaccheria siamo di nuovo on the road. Le montagne qui iniziano a discostarsi un po' dal mare lasciando spazio ad un ampio tratto pianeggiante, ciò significa per noi strade diritte e maggiore velocità di percorrenza. Attraversando decine di piccoli paesi o meglio filari di baracche sorte ai due bordi della strada, si capisce che siamo ben lontani da zone turistiche. Finalmente imbocchiamo un'autostrada. Il paesaggio diventa monotono. Filari di palme a perdita d'occhio. Siamo entrati nello stato di Colima e ben presto alla nostra sinistra appare la prima vera città in 400 km, Manzanillo. Ancora poco e saremo arrivati. L'uscita è Tecoman, passata la città, di nuovo piantagioni fino al mare. Da vicino possiamo notare come al disotto degli altissimi alberi di palma da cocco, sfruttandone l'ombra, vengano coltivati banani e lime. Improvvisamente il mare compare davanti a noi. Pascuales è praticamente come Coccia de Morto a Fiumicino ma senza le dighe di sassi. Qualche costruzione malmessa a ridosso della strada ed un lunghissimo e tetro spiaggione di sabbia nera che ben si addice a questo beach-break infernale dove onde di tre metri rompono a ghigliottina con un fragore assordante. E' tardi per pensare ad un eventuale entrata in mare quindi cerchiamo ricovero per la notte. Cesare, efficientissimo, sta già contrattando con il proprietario di un curioso ricovero davanti allo spot; una via di mezzo tra un campeggio e un motel con tanto di laboratorio riparazioni annesso. Timothée e Marco affidano subito le tavole danneggiate alle cure del tipo. La curiosità mi spinge a seguirli nel laboratorio. Il numero di tavole troncate in riparazione è ragguardevole. Senza distrarsi dalla loro occupazione, i due ragazzi intenti a rimettere insieme brandelli di surf, ci raccontano che in una giornata 'buona' vengono troncate una quindicina di tavole, cosa che, vista positivamente, li rende tra i numeri uno del mondo in fatto di riaggiuntamenti. In poco meno di 24 ore Tim riavrà indietro il suo long pronto all'uso. Il pronostico per l'indomani è di una giornata impegnativa quindi, giusto il tempo di cenare, e dopo aver assistito al rarissimo e difficile accoppiamento di due gechi a testa all'ingiù sul soffitto, tutti a letto presto. La sveglia all'alba viene premiata da un timido raggio di sole che illumina tre bei metri di onda liscia e consistente. La ricerca, alla fine, ha portato i suoi frutti. A sera abbiamo in tasca il tipo di materiale foto e video che volevamo, oltre ad una buona dose di adrenalina ancora in circolo. Purtroppo il giorno seguente, il mare in calo e le previsioni meteo non favorevoli, ci suggeriscono di prendere velocemente la via del ritorno. Facciamo un ultimo ulteriore tentativo in un posto sperduto una cinquantina di km più a sud. Il solito sterrato e la pioggia battente ci consigliano di desistere, di fronte al rischio di rimanere bloccati, magari per giorni, alla foce di un fiume dove l'unico ricovero è costituito da una tettoia di foglie di palma. Più di seicento km tutti di un fiato e a sera, stremati, siamo nel confortante abbraccio del Viva Vallarta. Nei giorni che mancano alla partenza il tempo si accanisce contro di noi. Tre piccoli uragani ruotano sulla zona con tutto il loro bagaglio di pioggia e vento, concedendo solo pochi attimi di tregua. Quanto basta, comunque, per approfittare di un paio di pomeriggi di puro divertimento a Sayulita, un piccolo villaggio a una mezzora dal resort, che ribattezzeremo Piccola Malibu, a causa della perfezione della piccola ma lunghissima onda che la caratterizza. Inevitabilmente, però, il tempo è scaduto. E' arrivato il giorno del rientro. Come sempre, alla fine, quello che rimane è il rammarico per tutti i posti che non hai fatto in tempo a vedere, la nostalgia per le belle surfate fatte, la consapevolezza che stai tornando verso un inverno lungo e freddo, il ricordo di quindici giorni di divertimento, lavoro, scherzi, offese, chiacchere. Vabbeh! All'anno prossimo. Intanto quello che ho messo in valigia è un'altra bella esperienza e un'altra bandierina da piantare sul mappamondo che ho in camera!

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