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GIORNI BIRMANI

a cura di Emi Mazzoni Condividi SurfNews

'Durante il periodo coloniale la chiamavano 'The Golden Land'. Nella notte di Rangoon le pagode riflettono oggi come allora i raggi di una luce ovattata, calda, che mette serenità ed abbraccia tutto in un invitante caleidoscopio di riflessi. A prima vista può sembrare il paradiso, un mondo di fiaba in cui gli uomini si vestono di veli e le donne fumano il sigaro. In realtà la Birmania, o Myanmar che dir si voglia, non è nulla di ciò che sembra: sotto questa luce da fiaba, cinquanta milioni di persone vivono quotidianamente nella paura'.

Rangoon, 9 Ottobre 03. Appunti dalla mia Mole-skin.

Un rullo meccanico scarica nella hall la nostra attrezzatura. Noi siamo ancora fermi all'immigration check ma un drappello di militari già circonda la montagna di tavole e materiale al seguito del gruppo. 'What you do with this sir?' chiede il capitano da sotto un elmetto che nasconde quasi totalmente gli occhi. Spiegare a cosa serve una tavola da surf non è semplice, specie se ne hai nove e se temi di essere riconosciuto ed arrestato come giornalista. Tra le parole tecniche ed i gesti fatti con le mani i miliziani rimangono a lungo in silenzio poi uno con l'aria saputella sbotta: 'Like kayak?!'. Nervosi per la tensione ci mettiamo tutti a ripetere 'Yes! Like kayak, like kayak!'. Le facce si distendono, le altre valige, tra cui il mio zaino con l'attrezzatura fotografica e settanta rullini di pellicola vergine non vengono controllate. Prima di attraversare la porta che ci separa dall'inizio di questo viaggio un altro brivido: il capo dei militari ci richiama e con un'espressione tra il paternalista e l'arrogante dice: 'And welcome to Rangoon!' Il benvenuto della città invece è a base di smog, traffico ed un triste sole pallido. Come molte capitali del terzo mondo, Rangoon raccoglie in sè quel poco di luccicante e moderno che una nazione povera può offrire. Auto lussuose, negozi alla moda, sedi di multinazionali e banche si trovano quasi esclusivamente qui. Tra chiassosi venditori ambulanti ed il luccicare dei templi ti dimentichi persino delle ingiustizie che dal 1962 insanguinano il paese. Da questo teatrino plastificato Ne Win e la corrotta classe dirigente controlla le sorti di una nazione con oltre 50 milioni di abitanti. Il terzo mondo però comincia fuori da qui ed è dal terzo mondo, che arrivano le migliaia di persone che affollano il mercato. Vengono dalle campagne a bordo di autobus, piroghe o carretti tentando di vendere ai pochi ricchi il frutto della terra coltivata dai poveri. Restiamo una notte in un hotel del centro e passiamo un giorno intero cercando scorci per le foto. Tra i tanti posti visitati uno in particolare ci lascia pensierosi. Nel tentativo di visitare un locale 'caratteristico' arriviamo in cima ad un palazzo fatiscente. In un attico con vista sul caotico mercato si trova un bar specializzato in carne di serpente e preparati della farmacopea cinese. Dietro al lurido bancone si trovano in bella vista sette vasi di vetro alti un metro pieni delle cose più ributtanti. Teste di rettile sanguinolente, piedi di orsetto mozzati, scorpioni neri ed altre delicatezze di cui non intuisco l'origine macerano placidamente in liquore di riso. Ma chi può desiderare un bicchiere di grappa alla testa di biscia? Secondo la medicina tradizionale cinese i rettili e tutti i prodotti da essi derivati hanno proprietà afrodisiache ed è proprio in locali come questo che si ritrovano, prima di una seratina al night-club i ricchi e corrotti affaristi cinesi. Dopo il blocco commerciale imposto dai paesi occidentali, la Cina è diventata il principale partner commerciale della Birmania. Sono i cinesi ed i birmani di etnia Wa, assieme ai generali di Ne Win, a nascondersi dietro i vetri fumè delle auto governative. Ostentano ricchezza frequentando gli eleganti ristoranti attorno alla centrale Sule Pagoda Road. I soldi che usano sono quanto di più sporco si possa trovare al mondo: la Triade cinese controlla l'eroina di Kengtung e le miniere di rubini dell'area di Mogok sfruttando le popolazioni locali con turni di 24 ore e stipendi da fame. In un paese col 70% di inflazione annua solo chi accetta di collaborare col regime militare può permettersi buon cibo e prostitute e non c'è da stupirsi dell'odio della povera gente verso questi sciacalli. Dall'imposizione della legge militare nel '62, le vie attorno al nostro hotel hanno assistito alla sistematica repressione della National League for Democracy da parte dell'illegittimo regime militare. Anche se l'atmosfera oggi pare quella di una qualsiasi città del terzo mondo, a noi tornano alla mente le immagini del rapimento di Aung San Suu Kyi (Maggio '03) e gli appelli delle associazioni umanitarie a boicottare questo regime antidemocratico e violento. La capitale dista 30km in linea d'aria dalla Baia del Bengala. E' collegata al mare dal fiume Rangoon che unisce con una limacciosa striscia d'acqua il centro urbano al Mare delle Andamane. Lo spettacolo degli stupa dorati riflessi sulle acque del fiume distoglie l'attenzione dalla triste processione di merci, uomini ed immondizia che defluisce a valle. Da quando nel 2000 l'Afghanistan ha cominciato a contrastare la coltivazione del papavero da oppio, la gran parte dell'eroina consumata in occidente viene prodotta in Birmania e sfila sotto gli occhi dei grandi Bubbha di Rangoon, assieme a cavoli, pollame e povera gente. A tarda mattina carichiamo il pulmino con nove tavole, viveri, zaini e tre chili di Kyat (moneta locale), ricavati dal cambio in nero di mille dollari. Non esistono banche fuori dalla capitale e le carte di credito internazionali da anni hanno chiuso le relazioni con la Birmania quindi ci troviamo tra le mani tre sacchi di banconote, la più grossa delle quali vale un euro. Per coprire via terra questi 30km noi impieghiamo sei ore di pulmino. Per intenderci, il nostro driver non inserisce mai la terza marcia viste le condizioni della strada. Appena fuori Rangoon, verso Pathein, la campagna è splendida: palmizi e colline verdissime coltivate a riso si estendono a perdita d'occhio. Il tempo nei villaggi sembra essersi fermato. I ritmi di vita sono scanditi dai cicli della terra, nelle campagne le donne raccolgono il riso in lunghe file ma si fermano al nostro passaggio e accennano un sorriso. La Birmaina è un paese da sempre agricolo e la campagna è tenuta come un giardino. Dormiamo a Pathein ed attraversiamo con uno scalcagnato ferry-boat il fiume più grande della Birmania (l'Irrawaddhi). Con 'solo' altre tre ore di auto copriamo i dieci chilometri che ci separano dal mare. La prima spiaggia che calchiamo è Chaungtha, una summer-resort per i ricchi della capitale. Finalmente arriviamo a vedere il mare. Le onde sono ben sotto la misura minima surfabile e una cappa di silenzio avvolge la comitiva. Presi dallo sconforto ci sparpagliamo lungo la spiaggia per tentare di digerire questo pacco. Ognuno tenta di affrontare come può la triste realtà: dopo mesi di organizzazione, dodici ore d'aereo, nove di pulmino e tanti soldi spesi l'oceano non collabora. La baia si estende a nord intervallata da spuntoni di roccia e baie più piccole, facciamo il bagno davanti all'hotel, l'acqua è caldissima e a malapena consola dai 38C° del Settembre birmano. Alla mattina ci dividiamo in due gruppi per checkare a piedi ed in bici i chilometri di spiaggia circostante. Attraversiamo boschetti di mangrovie, spingendo le bici sulla sabbia e oltre i cliff di nera roccia illusi dal miraggio di schiumette bianche. Emiliano Cataldi decide di esplorare a nuoto una piccola isola a tre chilometri da riva e parte sulla tavola per raggiungerla. Non fa in tempo a sparire dalla nostra vista che uno dei presenti comincia a fare domande e si dimostra preoccupato. La polizia segreta ha informatori ovunque, gli hotel sono spesso di proprietà del governo e comunque forniscono informazioni alle autorità sugli ospiti soprattutto stranieri. Oltre ad informare la polizia, i gestori delle resort sono direttamente responsabili della incolumità degli ospiti. Mentre Emi si riposa all'ombra di un grande albero sulla piccolissima isola di White Sand Island, l'albergatore rischia la galera per averlo lasciato andare. Proprio quando la situazione tra lui ed il poliziotto sembra precipitare, si avvicina a riva un peschereccio che scarica Emi incolume e ridente. 'Niente ragaz, mezzo metro anche là!', la calma si ristabilisce, noi non abbiamo rischiato nulla ma il povero albergatore ha sudato freddo. L'informatore si eclissa ma abbiamo capito di avere gli occhi della polizia addosso. Da Chaungtha proseguiamo a nord verso Gwa, lungo una strada chiusa ai turisti. La prima tappa è la cittadina di Nwesung, un villaggio di pescatori che il governo ha voluto trasformare in luogo di villeggiatura senza che ve ne fosse bisogno. Attorno alla strada principale gli hotel e le infrastrutture marciscono nell'umido clima monsonico. Ci sono quasi 40C° ed il 90% di umidità, di turisti neanche l'ombra. La ripresa economica legata al turismo internazionale, prospettata dal regime di Ne Win si è definitivamente arrestata nel '99 quando i 174 paesi membri dell'Organizzazione Mondiale del Lavoro (delle Nazioni Unite) hanno inasprito le sanzioni economiche verso la Birmania bloccando gli investimenti esteri in questo paese. Lungo la spiaggia di questa città fantasma surfiamo le nostre prime onde birmane. Sono solo un metro ma la forma perfetta e la voglia di sgranchire i muscoli ci tengono in acqua fino a buio. La mattina dopo, consultate le carte batimetriche della zona, decidiamo di esplorare una delle isole esposte alla mareggiata. Dopo ore ad aspettare il boat-man veniamo imbarcati su di una piroga barcollante che, per fortuna, ci accompagna fino ad un arrugginito peschereccio. L'isola è un vero paradiso naturale, un'area vergine con cui l'uomo non ha ancora interagito. Rimaniamo esterefatti per la bellezza del posto ma delusi dalle onde. Sono troppo piccole e anche nel lato esposto non riecono ad focalizzare sulla secca. Il potenziale surf è ai massimi livelli e sicuramente con mareggiate più grosse una destra accarezza il lato sudest dell'isola. Per intento però è piatto, piattanza seria, a migliaia di chilometri da casa. Torniamo a Nwesung delusi e riarsi dal sole. Ci riposiamo ancora una notte e ripartiamo in tarda mattinata sperando di trovare a nord spiagge più esposte. Arriviamo a Gwa a buio spostandoci ad una media di 10km orari. Le montagne Yoma isolano queste aree dalle pianure dell'Irrawaddy ma la lunga mano di informatori della capitale arriva anche qui. Troviamo una guest house ma dopo poco il nostro 'angelo custode' della polizia segreta compare intimandoci di lasciare subito la città. Siamo distrutti ma grazie alle suppliche dell'autista otteniamo il permesso di restare per la notte con la promessa di ripartire all'alba. Il mare è a soli cinquanta metri dal nostro alloggio ma siamo troppo spossati dal viaggio e anche impauriti dalle parole del militare. Mentre scarichiamo le tavole dall'auto mi accorgo di quanto lontano sia il surf da noi adesso. In giornate come queste, la cosa forse più cara che abbiamo, diventa qualcosa di remoto, quasi un peso. Per ore interminabili le tavole intralciano solo il già precario comfort del van: non riusciamo a stendere le gambe e dobbiamo scavalcarle decine di volte per uscire. All'alba scopriamo che il ponte che apre la strada verso il nord è crollato. Per facilitare la nostra partenza, i lavoratori approntano una traballante passarella galleggiante sulla quale l'autista sfreccia col pulmino. Il tratto da Gwa a Ngapali corre parallelo alla costa attraverso un paesaggio ovattato che pare uscito da un aquerello cinese. Ripide montagne avvolte in foreste di bambù si susseguono all'infinito sotto la pioggia scrosciante del monsone. Immagino sia questo il paesaggio incontrato da Marco Polo, primo europeo ad attraversare attorno al 1280 queste lande. Non so quali fossero le condizioni di viaggio allora ma noi, a tratti, trasportiamo letteralmente a braccia il furgone spingendolo di buca in buca lungo una strada di cui spesso perdiamo il tracciato. Da Gwa verso nord i volti della gente sfumano dall'orientaleggiante dell'etnia principale Bamar attraverso i tratti indiani dei Rakhaing, fino agli scavati volti dei Chin, di origine tibetano-birmana. La strada corre ad una decina di chilometri dalla costa senza mai avvicinarsi abbastanza da consentirne la vista. Nel pulmino regna il silenzio, a otto giorni dall'arrivo abbiamo esplorato molto ma surfato poco, la pioggia monsonica lava via le poche energie rimaste ed il morale è basso. E' un momento difficile ma proprio quando tutte le speranze sembrano essersi spente, da dietro un boschetto di palme un pennacchio di acqua bianca riporta il surf nella nostra realtà. Francesco si lancia fuori dall'auto ancora in corsa (sempre 10km/h) e mentre noi ci stiropicciamo gli occhi torna con un vittorioso: 'Oh raga, c'è un metro!'. Di fronte ad un agglomerato di dieci palafitte neppure segnato sulle mappe, rompono picchi puliti ed invitanti. Le onde sono piccole ma perfette e permettono molte manovre prima di spegnersi a riva. L'acqua è di una trasparenza cristallina ma prima di buttarci dobbiamo chiedere il permeso al capovillaggio. Il villaggio di Shwelay è una piccola comunità buddista di etnia Rakhaing che, a detta dell'autista, non ha mai incontrato persone occidentali prima. Sono stupiti ed impauriti ma appena entriamo in acqua si riuniscono sulla spiaggia e guardano divertiti. Il nostro contatto con loro è veramente minimo, hanno persino paura ad avvicinarsi! Ce ne andiamo al tramonto sorridendo a tutti e sperando che la loro vita semplice e perfetta non sia turbata da altri in futuro. In verità anche altri italiani sono passati da questa regione e la nostra prossima destinazione ne porta traccia. Ngapali Beach deve il suo nome ad un italiano che, soffrendo di nostalgia per la sua Napoli, trovò similitudini tra questa baia e i paesaggi mediterranei. In vero di pini marittimi ed ulivi qui non c'è neanche l'ombra. La gente vive di pesca e delle colture di cocco e riso. I pescatori recuperano le reti a tarda mattina organizzandosi il resto della giornata in rapporto alla cattura. Lungo i tre chilometri di spiaggia si trovano svariate guest house accoglienti e pulite. Dopo una settimana passata principalmente sotto la pioggia e nel fango ci godiamo l'aria condizionata ed il gustoso cibo locale, un misto di cucina cinese, thai e indiana. La mattina dopo l'arrivo ci svegliamo distinguendo chiaramente il rumore delle onde. Nel beachbreak del paese rompono picchi attorno al metro veramente divertenti. Surfiamo e scattiamo un paio di rullini, di colpo l'atmosfera torna quella vacanziera e rilassata. Le onde rompono su una serie di secche e ci sono molti più picchi di quanti ne riusciamo a surfare in due giorni. Il secondo giorno la swell finalmente cresce e a centro baia rompono destre lunghe e lavorabili. Sazi di onde cominciamo a guardarci attorno. Come d'abitudine percorriamo a piedi la lunga spiaggia controllando ogni punta di roccia che sembra schiumare ed è proprio ai piedi dell'ennesima collinetta che incontro uno strano gruppo di lavoratori. Dalla cima un paio di operai fanno rotolare grossi massi verso valle rischiando a più riprese di rimanere coinvolti nella frana. Alla base della collina altri uomini muniti di grossi martelli riducono le pietre (in verità abbastanza friabili) in sassi della dimensione di un pugno. L'ultimo anello di questa catena di demolizione è costituito da una trentina tra donne e bambini intenti a caricare le pietre sui camion. Ricordare i volti di queste persone mi mette ancora tristezza. Un misto tra rassegnazione e curiosità è quello che leggo negli occhi di chi solleva la testa dalle pietre per guardarmi. Per intenderci queste persone sono ai lavori forzati. Anche la popolazione di Ngapali, non escluse le donne ed i bambini, è infatti obbligata dal governo centrale a partecipare ai 'Lavori di Abbellimento Volontario'. Nonostante le rimostranze delle organizzazioni umanitarie, il lavoro coatto è una pratica diffusissima in Birmania utilizzata anche per allontanare dalle città i seguaci di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace. Ho la tavola sotto braccio ma ancora una volta il surf sparisce dalla mia mente. Qui c'è gente che soffre, mi sento nudo, mi sento lontano, smetto anche di controllare le onde e torno velocemente indietro. L'autista intanto, dopo oltre dieci giorni con noi, ha imparato a chiedere ai locali se hanno visto onde più grandi nei paraggi ed è proprio lui a scoprire l'onda migliore del viaggio. Secondo le indicazioni della receptionist dell'albergo che tutte le mattine percorre la strada in risciò, le onde sono sempre più grosse a nord del paese. Lungo la strada che collega Ngapali all'aeroporto di Thandwe la costa si fa scoscesa e le onde, a prima vista, sembrano più piccole. Di fianco al villaggetto di Gottaung rompono vari picchi uno dei quali, grazie alla fortunata secca di sabbia e rocce, produce onde ad altezza testa di rara bellezza. Le onde che, in molti spot, vengono rallentate da banchi di roccia al largo, qui giungono a riva senza aver perso un briciolo di potenza. Come le mareggiate che raggiungono l'Indonesia e la costa ovest australiana, questa swell ha avuto origine nei 'quaranta-ruggenti', quella parte di Oceano Indiano che separa l'Africa dal continente australiano. Per raggiungere le coste della Birmania la mareggiata ha percorso più chilometri di noi ed ora, nonostante la misura non superi la testa, viaggia con un periodo sui 14 Secondi. Cosa significa? Le onde sono spaziate tra loro, gonfie d'acqua e tutte uguali l'una all'altra. Arrivano in set regolarissimi e scatenano la loro rabbia su mezzo metro d'acqua. Non chiediamo altro, surfiamo questo break fino allo sfinimento e per la prima volta, alla sera, abbiamo male alle spalle e non al culo. I momenti di sconforto in verità non sono ancora finiti poiché decidiamo di abbandonare le sicure onde di Ngapali per raggiugere, o almeno tentare, Manaung e le isole a lei adiacenti. Il nostro piano è di prendere il ferry a Taunggok, cinque ore a nord di Ngapali. Arrivati all'imbarco impariamo che l'isola è vietata ai turisti e neppure dopo ore spese all'ufficio locale della polizia riusciamo a strappare un permesso. Questo detour ci costa due giorni e un'enorme frustrazione per non aver surfato in piena swell la destra scoperta da John Callahan nel suo viaggio del Maggio 2000 (The Surfer's Journal, Vol 10, N.1). Torniamo a Ngapali e ci sembra di essere a casa. La mareggiata è cresciuta, mancano pochi giorni alla partenza e vogliamo solo rilassarci. Per il ritorno sciegliamo la strada 'legale' che collega Taunggok alla capitale passando per Pyay, cittadina coloniale dagli splendidi templi. All'ultima session tentiamo di dare un nome a questa velocissima onda. Tra i tanti nomi suggeriti per battezzare lo spot, l'unico che piace a tutti è 'Children's'. I bambini sono stati il nostro pubblico più attento in tutti gli spot ed è ai bambini birmani ed al loro incerto futuro che dedichiamo i tubi presi allora e questo articolo scritto adesso.


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