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ALBERTO GALLETTI

a cura di Michele Maldini Condividi SurfNews

Ho intervistato Alberto Galletti, nella sua shaping room ad Anglet. Ho potuto studiarlo e fotografarlo tra nubi di foam e pile di tavole. In questo ambiente a metà tra una bottega di liutaio ed un'officina moderna, Alberto sta vivendo e realizzando un sogno. Forte dell'amore per le onde, ha creduto nella sua passione anche in anni in cui le prospettive per uno shaper italiano all'estero sembravano nulle. Oggi il suo marchio RT è inserito nel mercato francese ed Alberto ha trovato quella sicurezza che gli permette di portare avanti il suo sogno e la sua ricerca.

Alberto Galletti, chi è costui? E chi era prima di oggi?

Ho 36 anni, sono nato a Bologna, ho un passato da 'windsurfer' che mi ha permesso di viaggiare e conoscere un sacco di posti. Da circa tre anni lavoro a Anglet in Francia, dove ho fondato la mia marca di tavole da surf da onda,
RT Surfboards.

Come si decide di diventare shaper?

Le prime tavole le ho shapate nell'83 o '84. Non avevamo la minima idea di come si facesse: a quattro mani ci siamo fatti una tavola da windsurf e una da onda. Il gusto era riuscire a farle, non mi ricordo neanche che attrezzi abbiamo usato. In seguito ho avuto l'occasione di surfare su tavole di svariate marche ma ho sempre continuato a shapare per il piacere di realizzare un'idea mia e metterla in acqua. E' a partire dal 96 che ho cominciato a fare tavole commercialmente. Dal 2001 ho la mia brand ad Anglet. Per quel che mi riguarda creare una tavola è veramente una passione ed il fatto che sia diventato un lavoro ne è la conferma. Un seguito quasi logico alle esperienze che ho accumulato in questo campo

Hai un maestro, un mentore a cui ti sei ispirato, magari che ti ha guidato nel tuo shaping?

Nel corso degli anni ho avuto la fortuna di conoscere vari shaper ma in realtà non c'è stato nessuno che mi abbia insegnato una tecnica per shapare o mi abbia spiegato i suoi trucchi del mestiere. Col tempo, osservando e provando, ho trovato un sistema con cui sono a mio agio. In compenso il mio guru, quello che mi ha veramente ispirato è Renzo Fregni, uno shaper che negli anni 80 produceva delle opere d'arte. Quante volte ci siamo fermati davanti alle vetrine del negozio per guardare le tavole! Mi ricordo che non riuscivo a immaginarmi come fosse possibile realizzare delle tavole così perfette. In seguito ho avuto la fortuna di farmi fare varie tavole da lui e di assistere alla shapatura. E per la prima volta ho vissuto l'atmosfera magica della shaping room, con i neon bassi, la polvere di clarkfoam e la forma della tavola che piano piano appare. E' stato un monento magico! Sono sicuro sia merito di Renzo e di quelle prime volte se sono arrivato ad amare tanto questo lavoro.


Qual è il momento che apprezzi di più del tuo lavoro, a parte vedere ultimata la tua tavola?

A dire il vero, quello che preferisco è il processo di ideazione-realizzazione-prova. Avere un'idea nuova, elaborare un concetto, poi trasferirlo in una tavola e infine provarla o farla provare, per sapere come reagisce, se funziona, se è un progresso. Il tutto è per me veramente eccitante.

Cosa pensi quando lavori ad una tavola?

Penso all'onda e all'energia mistica dell' oceano' Scherzo! Forse deluderò qualcuno ma in realtà, mentre realizzo uno shape, i miei pensieri sono molto concreti: omogeneità delle curve, simmetria e misure. Nel mio modo di lavorare la concezione della tavola e la realizzazione sono ben distinte: prima c'è una fase in cui sviluppo un'idea, poi registro i dati che mi permetteranno di tradurre l'idea in una tavola. Infine realizzo lo shape applicando tali dati. Il processo che porta dall'idea alla tavola finita è molto individuale e cambia di shaper in shaper. Per me è naturale lavorare così.


Esiste una tavola ideale che ti piacerebbe shapare e soprattutto può esistere una tavola unica?

La tavola che preferisco shapare è sempre l'ultimo prototipo, quello in cui ho inserito le ultime idee nella speranza che rendano la tavola migliore. Invece la tavola unica o ideale, non può esistere, per il semplice fatto che le onde e le persone cambiano continuamente. Una tavola ideale per certe condizioni o per certi surfisti, non è per niente ideale in altre situazioni.

Quali sono i tuoi assi nella manica per il futuro? Stai elaborando nuovi design?

Per il momento non ho nel cilindro un'idea rivoluzionaria anche perchè le possibilità di combinare superficie, volumi, curve e concavità sono quasi infinite. In verità sto sviluppando un cocktail di curve e concavità che ho chiamato C21, un design che rendere le tavole da onde medio/piccole veramente veloci. Per tutta la primavera l'abbiamo messo a punto con il team qui in Francia e visto che i risultati sono molto positivi ho deciso di iniziare la produzione.

Cosa pensi del surf italiano e del suo mercato?

Contrariamente a quello che molti italiani credono, il mondo del surf in Italia non è affatto male. Ci sono un sacco di surfisti su tutte le coste, un bel giro di produttori, dei bei negozi, delle riviste e il livello dei surfisti è abbastanza buono.

Cosa ti ha spinto allora ad aprire la tua brand in Francia?

Generalizzando, nel mondo del surf ci sono tre o quattro 'centri di gravità'. Uno è negli States, in California, un altro nell'Est dell'Australia, uno nel Sud della Francia ed eventualmente un quarto in Brasile. In questi luoghi chiave ci sono onde, surfisti, ditte, fornitori, e molta concorrenza. Non è un caso che in generale i prodotti all'avanguardia provengano da una di queste regioni. Partendo da questi presupposti, quando ho deciso di fare le cose seriamente mi è sembrato logico scegliere come base la più vicina di queste località. La Francia per una serie di ragioni pratiche è stata una scelta obbligata e le onde non sono niente male.

Raccontaci che cosa vuole dire essere shaper italiano all'estero?

La prima difficoltà è stata guadagnarmi credibilità: potete immaginare cosa significasse allora essere italiano in un mondo dominato in generale da anglosassoni. La concorrenza è notevole: solo nella mia zona in un raggio di due chilometri ci sono sette shaper!

Infine, soprattutto ai primi tempi, non potevo contare su una clientela di amici e conoscenti per far partire la produzione. In realtà ero ben consapevole delle difficoltà a cui andavo incontro ma ho tentato di trasformarle in una motivazione supplementare a produrre buone tavole e a crearmi una reputazione.


Cosa pensi dell'introduzione della tecnologia moderna nell'arte di shapare? Ti reputi un artigiano old-style oppure uno shaper di nuova generazione?

Diciamo che per il momento sono un mix dei due: la mia produzione attuale non giustifica l'uso della macchina per preshapare le tavole, in compenso ho una struttura di lavoro moderna in cui i compiti sono ben divisi: io mi occupo dello shape, poi c'è un decoratore, e due laminatori indipendenti. Con questo sistema possiamo produrre una quarantina di tavole al mese senza fare ricorso alla macchina.

Hai un tuo team? Ti reputi un manager o un coach, nei loro confronti?

Ho un piccolo team con cui svolgo un vero lavoro di sviluppo delle tavole, ma in generale non mi immischio nella gestione delle loro 'carriere'. Mi accade di svolgere delle funzioni manageriali quando si tratta di organizzare delle session di test o di foto. Allora devo riuscire a mettere insieme le varie persone nel momento giusto, nel posto giusto, con le tavole giuste. Gestire un gruppo di surfers è sempre abbastanza difficile!

Quali prospettive per il tuo futuro prossimo?

Creare tavole sempre più veloci e performanti, fare progredire la ditta, forse un soggiorno in Australia e/o in California per vedere cosa fanno di nuovo ed interessante laggiù, insomma fare il possibile per acquisire più esperienza e migliorare sempre.


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