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MENTAWAI

a cura di Roberto Montanari Condividi SurfNews

Ho vissuto di illusioni fino a vent'anni. Poi ho iniziato a fare surf. Da allora vivo di sogni. Più o meno è la stessa cosa, cambia il punto di vista, ma la differenza è a volte sostanziale. Spesso dopo determinate esperienze mi chiedo ancora se abbia finalmente vissuto il sogno o se si sia trattato solamente di un'illusione. Tornando dalle Mentawai provo esattamente questa sensazione. Le Mentawai sono un arcipelago di isole a circa 55 miglia al largo di Sumatra. Ne sentii parlare per la prima volta a Bali, quando due surfisti brasiliani cercarono di convincermi a seguirli in un Boat Safari in queste isole che allora credevo sperdute in chissà quale angolo dell'Indiano. Mi spiegarono che là le onde sono sempre più alte rispetto a quelle che colpiscono gli spot balinesi. Era giusto in arrivo una mareggiata consistente, ed essendo loro stanchi di surfare i soliti 3/4 piedi sarebbero partiti nelle ore successive. Il mio istinto incosciente mi fece immediatamente aderire, poi la ragione e il conto in banca mi dissuasero. Solo il tempo mi fece poi apprezzare la giusta scelta. Tutti gli spot di Bali furono infatti invasi da onde di 4/5 metri, qualcuno perse la vita, io rischiai di affogare e non oso immaginare cosa sarebbe successo se avessi seguito i due brasiliani. Questo era esattamente quello che pensavo mentre cinque donne tra i dodici e gli ottant'anni mi massaggiavano sulla spiaggia di Dreamland a Bali con ancora l'acqua nei polmoni. A parte questo, delle Mentawai non sapevo assolutamente niente se non quanto riportato dalla World Stormrider Guide. Lo stesso Wannasurf si limitava a menzionare solamente un paio di spot, mentre un vecchio articolo di Surfer Magazine mostrava alcune foto di un trip indonesiano, alcune delle quali scattate alle Mentawai, ma senza la possibilità di identificare gli spot. Sebastiano, il mio contatto a Sumatra, mi comunica che, essendo Marzo, sta per iniziare la stagione e i breaks cominciano a lavorare con onde non impegnative. Gli mando una quantità incalcolabile di mail con le domande più disparate riuscendo ad avere solo una manciata di risposte. L'unica cosa certa è che Sebastiano mi avrebbe atteso al mio arrivo all'aeroporto di Padang, capitale di Sumatra, per condurmi all'imbarco del Naga Laut, la barca che ci avrebbe ospitato per 11 giorni nei mari dell'arcipelago indonesiano. Arrivo a Padang con un volo interno da Singapore. L'aeroporto è dotato di un'unica piccola pista immersa nella giungla. Uno sgangherato autobus senza porte ci accompagna al ritiro bagagli dove una folla di inservienti sudati si accalca attorno al rullo porta bagagli. Sarebbe la perfetta location per un film di Salvatores: umidità a mille per cento, nugoli di zanzare ovunque e rabazzieri che si accalcano a caccia di mance. Dalla mischia spunta la mano svolazzante di Sebastiano che mi fa cenno di seguirlo all'esterno mentre due dei suoi scagnozzi afferrano i miei bagagli e si incamminano veloci. In una situazione del genere sei spiazzato, temi che siano le persone sbagliate e che ti rubino tutto quello che hai, ma poi capisci subito che anche in qual caos c'è un ordine, dove ognuno tiene d'occhio qualcuno che osserva qualcun altro e alla fine tutto fila liscio. Gli altri partecipanti alla spedizione, tutti australiani, ci aspettano in un ostello della capitale. Dall'aeroporto seguiamo le arterie principali fino a infilarci nei vicoli più torbidi di Padang per poi sbucare lungo un canale putrido sulle cui rive si trova l'ostello. Sull'altra riva una fitta vegetazione dove mi immagino si aggirino indisturbate tigri e serpenti velenosi. Non mi stupirei nemmeno di vedere sbucare un coccodrillo dalla fogna! L'ostello invece è tutto arredato in legno lavorato artigianalmente e non sfigurerebbe affatto in un fumetto di Corto Maltese. Gli australiani si stanno scolando dozzine di birre al fresco delle pale ventilatrici mentre una ragazzina mulatta fa la spola con bottiglie vuote e piene. Raccattiamo il gruppo e finalmente partiamo. Ho sempre pensato che se persone diverse, provenienti da paesi e culture differenti, a seguito di varie vicissitudini finiscono col ritrovarsi nello stesso luogo, deve necessariamente esserci un elemento che le accomuna. Le loro aspettative ed i loro sogni devono avere il medesimo DNA, o comunque non discostarsi di molto le une dalle altre. Questo pensiero, che talvolta mi torna alla mente quando esco dalla mia piccola realtà, si ripropone violentemente durante il tragitto verso il porto mentre dal finestrino del van osservo le strade e i sobborghi di Padang e penso allo strano gruppo di cui faccio parte. Padang City è certamente la città più zozza che abbia mai visto, il fango e le fogne a cielo aperto diffondono nell'aria odori ben diversi dall'incenso di Bali. Dal van guardo sfilare case di legno spaccate e fradicie, baracche di lamiera e tonnellate di immondizia sparpagliare lungo le vie. Cosa può indurre persone di culture differenti a mollare tutto ciò che fa parte del loro mondo più civilizzato per andare a vivere in una porcilaia del genere dove, statisticamente parlando ci sono meno onde di quante ne puoi trovare nel posto più sfigato del nord Adriatico? Inseguire i propri sogni ad ogni costo per alcuni è una necessità primaria ed è questo che probabilmente animava Tom quando decise di trasferirsi a Padang ed aprire un surf shop nel centro di una capitale dove surf se ne fa poco, ma surfisti ne passano tanti, tutti con il medesimo scopo. Tom è il tipico australiano asciutto e spigoloso ed è anche la nostra surf guide. È lui che accompagna tutti i charters del Naga Laut ed ora ci aspetta impaziente sulla banchina per darci il benvenuto. Anche per lui questo è il primo viaggio della stagione, sorride energicamente, ma i suoi occhi sono assorti e la sua mente è già 100 kilometri oltre la bocca del porto. Non mi meraviglia il fatto che appaia più eccitato di tutti noi, lui sa già cosa ci attende. Risolto (a suon di rupie) qualche problema con la mafietta locale per l'utilizzo del 'loro' molo, salutiamo Sebastiano, sistemiamo i bagagli e ci imbarchiamo per la traversata notturna con il resto dell'equipaggio indonesiano. L'indonesia è l'arcipelago più grande del mondo, con oltre 13.500 isole, custodisce migliaia di spot noti, meno noti o per nulla conosciuti, alcuni accessibili esclusivamente in barca. Le isole Mentawai occupano la regione a nord ovest dell'arcipelago indonesiano e rimangono tra le poche destinazioni dove è ancora possibile surfare con poche altre persone o addirittura nessuno in acqua, a seconda dei periodi. Lavorano al meglio con mareggiate da SW, le stesse che colpiscono il resto dell'Indonesia da Aprile a Settembre. Le mareggiate comunque si susseguono durante tutto l'arco dell'anno con l'unica differenza e rischio di trovare condizioni di vento e mare variabili durante la stagione dei monsoni, da dicembre a marzo. Dal punto di vista della surf-exploration le isole vennero scoperte agli inizi degli anni '90 e da allora si è avviato un costante e crescente pellegrinaggio di surfisti verso le loro onde perfette e incontaminate. Le Mentawai rimangono ancora oggi uno dei luoghi più selvaggi sulla faccia della terra e gran parte della popolazione, se si fa eccezione per pochissimi villaggi situati proprio in prossimità degli spot più famosi, vive a stretto contatto con la natura e senza subire eccessive influenze dal mondo esterno. Il governo indonesiano tentò di favorire il processo di modernizzazione delle isole e dei suoi abitanti costringendoli a cambiare abitudini di vita e ad indossare abiti. I locali accettarono malvolentieri queste imposizioni e si spostarono nelle zone più impervie dell'isola dove i controlli sono inesistenti e possono vivere nudi e nel rispetto delle loro tradizioni. Mi sveglio a Scarecrows ed il sogno è subito infranto. L'illusione di surfare onde perfette cade di fronte ad una sinistra rovinata dal vento di mare, un'onda che farebbe venire la bava alla bocca in qualsiasi spot italiano, ma che qui non è neanche considerata un'onda. Le onde alle Mentawai sono estremamente condizionate dai venti e dalle maree, Tom lo sa perfettamente ed è lì proprio per questo. Lui sa che dietro l'angolo c'è sempre uno spot con vento off shore. In men che non si dica ci trasferiamo a Nipussi Rights dove una destra relativamente corta per lo standard indonesiano pela il reef spazzata dal vento di terra. Surfiamo fino al tramonto quest'onda che a seconda della marea oscilla tra il metro e il metro e mezzo, con qualche serie più consistente. Tra una session e l'altra c'e' ben poco da fare otre a rilassarsi sul ponte e riacquistare energie ascoltando musica: bere birra, mangiare, dormire, leggere un libro. L'indomani le onde sono ancora intorno al metro. Tom ci informa che la mareggiata giunta prima del nostro arrivo va diminuendo ma ne è attesa un'altra di 4/6 piedi per i giorni successivi. Meglio che niente, penso. Anzi, meglio! Mi correggo considerando che 6 piedi australiani sono un bel over head abbondante, che alle Mentawai significa tuboni ignoranti sulla testa! Ne approfittiamo per dare un'occhiata agli spot meno famosi ma non meno divertenti. Ci fermiano in quello che per un paio di giorni è senza dubbio il migliore e che anche con onde in calo riesce ad avere una certa consistenza: Burger World. Un point con onda destra che srotola intorno ad una piccola isoletta percorrendola per i tre quarti della sua lunghezza, cioè per circa 100 metri fino a morire su di una piccola lingua di sabbia. Sullo sfondo solo palme e vegetazione tropicale, con uccelli azzurri che strillano a squarciagola. L'isola, Koroniki Island, incarna alla perfezione il concetto di isoletta sperduta nell'oceano dove immagini potresti vivere di cocco, pesca e ovviamente surf.

E surfare è proprio tutto ciò che abbiamo da fare e che faremo per i due giorni successivi. Tra le session riesco anche a fare qualche bella ripresa. Siamo solo al terzo giorno e mi sembra di essere qui da una settimana. Nel pomeriggio ci spostiamo in un point sinistro senza nome, poi via a sbrigare le formalità ed ottenere il visto che il governo delle isole richiede per poter circolare liberamente. Ancoriamo a Thunders, una sinistra sufficientemente lunga da permetterti di pensare cosa vuoi fare sulla prossima sezione, se hai i piedi messi bene, che ore sono, cosa avrà preparato Johnny per cena e quant'altro ti viene in mente. Le onde sono ancora piccole e, nonostante ciò, sempre veloci e tubanti. Durante il cambio da bassa ad alta marea la corrente che scorre nel channel contribuisce a generare belle pareti blu scuro superiori al metro. Surfiamo tutto il giorno centinaia di onde poi aspettiamo cena sgranocchiando noccioline e bevendo Bintang davanti alle mille calde sfumature del tramonto. Siamo a Thunders quando comincia ad entrare la swell. Sono ancora 'solamente' 2-4 piedi Australiani, cioè overhead. Scatta la disputa, voglio capire perché 4 piedi sono overhead e parto con l'interrogatorio a Gazza, il più giovane degli australiani. Quanto è un piede? 30,5 cm. Quanto sono 4 piedi? 1,20 mt. circa. Da dove misuri le onde? Dalla faccia! E allora? Perché 4 piedi = overhead ? Boh. Non lo sanno neanche loro. Sanno solo che quell'onda che è overhead è 4 piedi punto e basta. Finchè non si rischia la vita colgo l'occasione e faccio un po' di riprese dall'acqua, poi prendo la tavola e un bel set da 6 onde in faccia. Vengo sbattuto direttamente sulla spiaggia dell'isoletta passando, inevitabilmente, dal reef. Mi incammino sulla battigia per aggirare la barriera dalla zona dove non rompono più le onde e vengo raggiunto da un locale, un ragazzo che fino a poco prima osservava i surfisti stando seduto immobile su un tronco. Sorride. Provo a comunicare con quelle quattro parole di indonesiano che conosco ma non capisce perché qui il dialetto è un altro da Kuta. Da lontano suo padre sbuca dalla boscaglia con un macete da 70 cm urlandogli qualcosa e mostrando l'unico dente rimasto. Silenzio. Gli spiego a gesti che mi devo andare a curare il torcicollo e lo saluto avviandomi verso il bagnasciuga. Ripartiamo per Maccaroni's e durante il tragitto Natal, il tuttofare dell'equipaggio mi cura con un massaggio dopo avermi cosparso di olio mescolato a cipolla. Vengo emarginato dal gruppo fino al giorno dopo. Non guardo nemmeno il film della serata e mi fiondo a nanna. Maccaroni's o Macca's prende il nome dalla forma dell'onda che avvolge il reef e che, se vista da di lato, si incurva ad arco come un maccherone. E' leggermente più facile di Thunders, più lunga, più divertente, praticamente perfetta. Ogni maccherone è identico all'altro. In realtà, sentendo Tom, nessuna onda delle Mentawai è particolarmente impegnativa entro una certa misura. 'The secret is a strong paddling!' dice, ma lui parte con appena una bracciata'Di fronte al picco di Macca's ci sono due tronchi preistorici e spogli dai quali un'aquila pescatrice pattuglia la zona. Quando l'aquila arriva sul ramo è segno che la marea sta cambiando e arrivano le onde migliori. Se l'aquila vola via puoi anche tornare in barca. Prendo più sinistre qui che in tutta la mia vita. Nell'ultima mi tremano le gambe e torno in barca, è il settimo giorno di surf, la nostra è finora l'unica barca che circola nelle isole e non siamo mai più di 3/4 in acqua sui 7 surfisti bordo. Quella sera non sopravvivo alla cena. Mi riempio come un bufalo di pesce, pollo, frutta, riso, verdure e mi infilo nel letto con l'aria condizionata a palla. Jonny è una parte imprescindibile di questa esperienza. Sembra uscito da un fumetto di Lupin III e gira sempre con una bandana in testa. Non gli daresti una cicca, eppure se ti cucinasse una suola da scarpe la mangeresti senza fiatare e con i complimenti. Ci muoviamo verso il sud di Sipora Island. Manca solo qualche giorno al termine e Tom aveva in realtà calcolato tutto fin dall'inizio. Portarci gli ultimi giorni, in concomitanza del picco della mareggiata, nel suo spot preferito. Lance's Right è una destra killer e pericolosa con bassa marea. Il tubo è perfetto e capiente, molti dei video girati in Indonesia hanno sequenze di Lance's al suo top. Appena ancorati un'orda di ragazzini in canoa circonda la barca mettendo in bella mostra i prodotti di artigianato locale (souvenirs). Per la prima volta arriva anche una barca di giapponesi coi quali surfiamo i giorni che ci rimangono. Surfiamo intensamente alternando tre session al giorno di circa tre ore ciascuna. Di fronte allo spot si trova anche uno dei villaggi più civilizzati delle isole ed è possibile visitarlo cercando di rispettare la privacy della popolazione. Un abitante del luogo approfitta della presenza della barca per farsi curare un dito prossimo alla cancrena a seguito di ferita da reef. In due giorni prendiamo il meglio di Lance's. L'ultimo giorno nessuno ne vuole più uscire dall'acqua. Il ritorno a Padang si fa in notturna come l'andata ma senza chiudere occhio. Mi accompagna in aeroporto Maria, la moglie cinese di Sebastiano, mi parla accennando qualche parola d'italiano ma ormai non sento niente, ho solo visioni.

Il giornale sul volo per Singapore mi riporta bruscamente alla realtà. Apprendo che la Sars comincia a dilagare mietendo le prime vittime proprio scegliendo come crocevia il Changi Airport di Singapore, dove in attesa dell'intercontinentale mi rintano in un angolino appartato e respiro coprendomi il naso con la maglietta. Il mio aereo passa sopra Baghdad poche ore prima che comincino i bombardamenti ma io dormo con le ghiandole gonfie per le infezioni. Sono tempi duri per i cacciatori di sogni.

Per info:

surfcorner.it

www.mentawaiblue.com


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