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MOZAMBICO

a cura di Stuart Butler Condividi SurfNews

Nonostante avesse ammesso che il mio invito in Africa fosse la proposta più romantica che le fosse mai stata fatta, dai suoi occhi adesso traspaiono altre cose. Da pochi secondi la macchina si è fermata esalando un ultimo singulto misto a fumo di fronte ad un cartello rosso con un teschio e la scritta: Pericolo, Campo Minato. Nei suoi occhi appare la scritta 'Cosa ci faccio qui...!' e di colpo divento la prima voce nel suo libro nero. Tento di sdrammatizzare raccontandole che questa è la seconda volta in quattro mesi che mi capita di rimanere a piedi tra le mine ma invece di suscitare una risposta tipo: 'Stuart, non mi interessa dove siamo, mi fido di tè' se ne esce con un secco:
'Tu ora spingi...', poi si mette gli occhiali da sole e accende la radio. Ovviamente avevo un po' di dubbi riguardo la presenza di Katy in Mozambico. I litigi peggiori tra noi sono sempre causati dal surf e forse avrei dovuto evitare di invitarla ma l'Africa è sempre stato il suo amore segreto e forse, prorio questa terra, riuscirà a consolidare il nostro rapporto. Ho sempre pensato che fosse stupido portare una fidanzata non surfista in un surf-trip. Personalmente non la porto neanche al mare se so che ci sono onde! Odio farle fretta mentre il vento rischia di girare, oppure spiegarle perchè è necessario vedere decine di spiagge prima di scegliere quella giusta (che dal suo punto di vista, è esattamente uguale alle altre). L'Africa però era il suo sogno e la mia speranza mi faceva immginare un mondo perfetto con onde, spiagge ed una splendida storia d'amore. Quanti di voi saprebbero localizzare il Mozambico su di una cartina senza nomi? Sicuramente pochi... e non c'è da stupirsi: la sua storia è particolarmente cupa ed assomiglia molto ad un capitolo dell'Antico Testamento. Secoli di assedi, alluvioni, incendi e guerra hanno partorito un mondo così lontano dal nostro da giustificare parzialmente la nostra ignoranza. Eppure la colpa è proprio nostra. Prima che l'occidente arrivasse a saccheggiarne le risorse naturali ed umane, il Mozambico se la cavava benissimo grazie anche ad un fiorente commercio marittimo coi paesi dell'Arabia. Nel 1498 però Vasco de Gama doppia il Capo di Buona Speranza dando inizio alla carneficina. Il Mozambico, fino ad allora risparmiato per via della lontananza dall'Europa schiavista, diviene la nuova frontiera per i mercanti di uomini. In poco tempo oltre un milione di persone vengono strappate alle famiglie e deportate. Ad un certo punto l'Europa capì che forse la tratta degli schiavi andava contro ad un paio di principi morali e il business della deportazione finì. Lo smembramento del paese continuò ad opera dei latifondisti Portoghesi fino al 1960 quando la popolazione locale impugnò le armi per la propria libertà. La guerra durò quasi trent'anni. L'indipendenza dal Portogallo arrivò dopo undici anni di combattimenti ma la guerra di liberazione si trasformò subito in una guerra civile che coinvolse anche gli stati confinanti. Lo ANC aprì basi militari in Mozambico per combattere il regime razzista Sudafricano. Il regime Sudafricano reagì creando RENAMO, una organizzazione militare con base in Mozambico il cui malcelato scopo era la distruzione del paese. Tante furono le atrocità commesse da RENAMO e dalle milizie governative: esecuzioni capitali, distruzione di scuole e ospedali poi, come se non bastasse, fame, siccità e calamità naturali si presero cura di ciò che era rimasto. Durante questi trent'anni di inferno la gente si è fatta coraggio e non ha smesso di sorridere. Con la fine del regime bianco in Sudafrica all'inizio degli anni '90, il Mozambico si è asciugato le lacrime ed è entrato in una nuova era.
Le cose vanno meglio adesso e molti portano questo paese come esempio agli altri in via di sviluppo. Anche se questa è l'impressione che ho dalla gente e dai suoi sorrisi, mi accorgo che questo mondo non è assolutamente perfetto. Le statistiche parlano chiaro: è uno dei paesi più poveri al mondo, la malaria uccide migliaia di persone all'anno mentre inondazioni e cicloni devastano le coste e spostano col fango milioni di mine antiuomo inesplose. Le previsioni per il futuro non sono certo rosee: gli esperti prevedono che l'epidemia dell'Aids ucciderà 71 milioni di persone in Africa nei prossimi dieci anni. Il Mozambico dovrà farsi forza ancora per qualche tempo.

Ci eravamo separati dal resto del gruppo il giorno prima nella capitale Maputo. Nessuno di loro si sarebbe mai spostato da lì ma certo non sapevo che sarei rimasto senza benzina sulla strada per il Sudafrica.

I Sudafricani Ian Kruger e Vijay Maharaj, gli americani Brandon Foster e Ralph Sanchez, Emi Mazzoni dall'Italia e Ben Wallis da l'Inghilterra non ne volevano proprio sapere di tornare al mondo vero ed abbandonare le spiagge, le palme e le onde perfette dell'oceano indiano. Anche se all'inizio le nostre aspettative erano altre, il Mozambico è un posto divertente per un surfista. I Sudafricani sanno che ha onde splendide ma raramente affrontano il lungo viaggio verso nord. Le informazioni raccolte prima di partire non erano molte. Sapevamo dell'onda surfata da Tom Curren in un video 'the Search' di tanti anni fa e di un point molto a sud, una di quelle onde magiche che lavorano solo in certe condizioni e che richiedono tempo e pazienza. La nostra attenzione guardando la mappa della costa, viene catturata dagli oltre duemila chilometri di baie, spiagge ed isole che si estendono a nord di Maputo. Lasciamo la città la mattina presto con l'aria ancora fresca e cominciamo la ricerca. Le mappe in nostro possesso e le indicazioni dateci ci avevano portato ad immaginare la costa come un susseguirsi di villaggi collegati al resto del mondo da normali strade. Mai avremmo pensato che centinaia di chilometri di costa fossero completamente inaccessibili via terra. La fitta vegetazione impedisce di avanzare anche ai fuori strada e, nella prima mattina di esplorazione, non riusciamo neppure a vedere l'oceano. Riusciamo ad arrivare solo ai bordi di una laguna salata dove i ricchi della capitale si divertono coi jet-ski. Ci infiliamo in un caffè ed ordiniamo birra fredda e sardine marinate mentre una chitarra suona un giro di Fado. Tra l'architettura coloniale ed il triste blues Portoghese mi sembra di essere altrove, forse in Europa meridionale: questo non è quello che cercavo. I giorni immediatamente seguenti furono altrettanto infruttuosi: seguiamo fangosi sentieri rossi che si inerpicano tra verdi colline attorno alla fitta macchia africana. Tutti finiscono di fronte ad un agglomerato di capanne in fango disposte attorno ad un cortile comune, nessuno arriva al mare. Distrutti giungiamo a Xai-Xai, una città il cui nome evoca luoghi esotici ma la cui realtà è ben diversa. Le immagini di questa città hanno raggiunto le TV di tutto il mondo all'inizio del 2000. Famiglie sui tetti delle case o arrampicate sugli alberi, nell'alluvione di quell'anno Xai-Xai venne rasa al suolo da acqua e fango con ingentissime perdite umane. Avvicinandoti in auto ti accorgi che non molto è rimasto a ricordare la tragedia: un ponte ed una strada che portano verso il microscopico centro urbano, un paesaggio africano come tanti altri. A Xai-Xai raggiungiamo finalmente la spiaggia ma la strada per il surf non è ancora finita. Su un reef asciuttissimo rompono onde alte alla testa ma insurfabili. Sempre più sconsolati prendiamo casa al Motel Concha (molto movimentato dopo il tramonto...) e anneghiamo in alcool i nostri dispiaceri. Dopo molti sentieri ciechi e infiniti close-out su corallo, la nostra sorte prese una nuova direzione. Larghe strade e palazzi fatiscenti sono le prime cose che ti colpiscono di Inhambane. Una rilassata cittadina congelata da anni in un letargico sonno tropicale. Oggetto simbolo di questo centro urbano è l'orologio della cattedrale. E' fermo da anni ed il palazzo che lo ospita si sta sgretolando come tutto il resto della cittadina coloniale. L'angolo più pittoresco è il porticciolo dove, accanto a relitti di navi cargo troviamo alcuni Dhow di legno. E' grazie a queste antiche ed efficaci barche che vengono ancora condotte le poche pratiche commerciali. Questi legni si spingono fino al grande mercato Swahili di Ilha de Moçambique e, navigando con la luna piena, arrivano anche a Zanzibar. Sono sempre stato attratto da questo tipo di città e anche se non sempre vi ho trovato buone onde, non ho perso la speranza. A una sola mezz'ora da Inhambane infatti troviamo una splendida e velocissima destra che accarezza una bassa collina erbosa. A parte Emi il gruppo è composto solo da body-boarders e questi tubi violenti che esplodono su pochi centimetri di acqua sono perfetti. Ovviamente ci sono anche altre onde nella zona: esplorando un paio di penisole troviamo l'equivalente sinistro della prima onda. Più avanti di qui l'accesso si fa impossibile ma le baie e le punte di roccia continuano senza lasciarci la possibilità di esplorare. La costa che stiamo surfando è stata visitata da un ciclone poco prima del nostro arrivo e molti degli abitanti hanno abbandonato le case per posti più sicuri. Le conseguenze del ciclone le constatiamo in acqua. Una sera, dopo aver surfato, incontriamo un signore sudafricano che viene qui ogni anno.

Apparentemente il ciclone ha spostato le secche di sabbia scoprendo più del normale il reef. Secondo lui, le onde di solito sono molto migliori di così. Ci racconta anche di un'altro spot che ha tratto vantaggio dallo sconvolgimento dei fondali. La mattina dopo molto presto partiamo alla caccia di quest'onda e non fatichiamo a trovarla. Il sudafricano non aveva mentito: lungo una spiaggia che sembra caraibica rompe un'onda che da sola giustifica tutto il sudore e la fatica di arrivarci. Mentre noi ci saziamo di acqua blu e tubi perfetti la mia ragazza gioca con le mante e gli squali balena nella laguna. Per poche ore questo sembra il mio mondo perfetto. Ma perchè andare in Mozambico? Anche io sono colpevole di aver rincorso motivazioni personali in Mozambico e di aver usato questo paese come sfondo per le mie vicissitudini. Ma in fondo chi mai vorrebbe venire qui? Ognuno ha le sue ragioni, alcuni hanno cercato soldi, altri, come noi, situazioni e luoghi pristini. Il Mozambico è abituato ad essere il magazzino, o meglio, l'immondezzaio dei desideri dell'occidente. In questi anni però, per la prima volta nella sua storia recente, questo paese guarda al futuro e cerca di crearsi una propria strada con coraggio. Nonostante le atrocità subite nel passato e l'epidemia di HIV che lo dilania, ogni aiuto dell'occidente viene ricambiato con un calore sorprendente.

A due chilometri dal confine abbandono l'idea di spingere ed aspettiamo un passaggio per la frontiera dove spero di trovare un distributore. Ovviamente il distributore è dall'altra parte del confine ed io ho un visto valido solo per un accesso. Tento goffamente di imbastire un discorso in Portoghese e di spiegare che la colpa è della mia ragazza che non si è accorta della spia accesa e non sapeva che era quella della benzina. Naturalmente alla frontiera se la ridono e gentilmente mi lasciano passare senza timbrarmi il passaporto. Quando mi presento al ritorno, con una bottiglia di plastica colma di benzina, mi accolgono ridendo e mi consigliano di non lasciare guidare mai più una ragazza! Attraversiamo il confine salutandoli ed entriamo in Sudafrica, un mondo completamente diverso, forse è la volta buona. Capita a volte nella vita che le fondamenta su cui hai costruito il tuo mondo comincino a vacillare e a sgretolarsi. E' capitato a tutti e adesso tocca a me. E allora? Chi se ne frega, il Mozambico si è sgretolato più volte di quante io ne possa immaginare eppure è ancora qui, sorridente e forte. Amori, popoli, ricchezze, nulla dura in eterno. E' questo il mondo perfetto. Facciamoci coraggio.


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