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NIGERIA
Anarchy and A-Frames
a cura di Will Bendix Condividi SurfNews
Foto: Greg Ewing
“Aleee oooo! Good for me, good for you!”. L’urlo di Columbia sovrasta il suono delle onde che esplodono sulla spiaggia. I suoi pochi capelli sono raccolti in un contorto groviglio di dreadlocks. In una mano stringe una busta di potentissima skunk nigeriana. Poi si gira verso il mare, scosta gli occhiali da aviatore e guarda il nuovo set coprire il molo. “Le onde stanno diventando enormi!”, dice prima di collassare in preda agli effluvi dell’erba.

È un martedì mattina qualsiasi nella periferia di Lagos in Nigeria. Le tende del nostro accampamento svolazzano nel vento da terra e la spiaggia di Tarkwa è deserta. Alcuni pescatori sistemano le reti nell’angolo riparato della baia. Ricky Basnett è l’unica persona nell’acqua. La prima onda del set rimbalza sul molo indicandogli la posizione. “Ride ‘dem bru!” gli urla Columbia nel suo accento niger-jamaicano. Ricky parte dietro il picco, evita il primo lip poi si infila in un profondissimo tubo, che cresce di spessore mentre srotola verso riva. Esce apena in tempo per evitare il close-out a riva. L’onda esplodendo spara schiuma e rifiuti verso il cielo. “Rastafari!” commenta Columbia, alzando i pugni al cielo! Se vi sembra un commento strano, dovete sapere che questo colorito personaggio non surfa. Vive in una capanna poco dietro la spiaggia di Tarkwa e campa alla giornata, cercando lavoretti a Lagos e ascoltando reggae jamaicano. La sua attività preferita, però, è devastarsi e godersi la vista del “suo” mare. “Vivo sulla spiaggia di Tarkwa da quindici anni”, blattera con gli occhi iniettati di sangue, “e non ci sono mai stati problemi! Ma lagos è infernale: molto pericolosa. Io ci vado solo per lavorare poi torno qui, dalla mia gente. Lagos è una giungla di cemento, qui abbiamo la pace, la natura e il mare”. Mentre parla, Ricky parte su un’altra bomba e Columbia inala profonamente dal naso, come a voler assorbire l’energia di quest’attimo. “The sea is good for me!”, è il suo understatement. E come dargli torto! La nuova frontiera del surf in Africa è questa. Da quattro giorni il “suo” mare sta regalandoci onde perfette. L’A-frame di Tarkwa è una vera macchina da onde, un wedge consistentissimo e potente, su fondale di sabbia, capace di intimorire anche i più esperti. Ma non si tratta di una coincidenza. Abbiamo aspettato che una grossa mareggiata invernale spazzasse il Sud Africa prima di comprare i biglietti per Lagos. Mai ci saremmo apettati onde di questa qualità appena fuori dalla capitale. “La mareggiata sta entrando! Speriamo solo non ci siano troppi morti nel line-up!” sono queste le prime parole riservatici da John Micheletti, la nostra guida locale, appena scesi dall’aereo a Lagos. Ne parla con nonchalance, mentre ci aiuta a stipare le tavole nel retro del van. Puntiamo verso il centro attraversando il ponte più lungo in Africa. Lagos non è certo una surf destination ma una città umida, sporca e pericolosa. Droga, armi, rapimenti ed estorsioni sono parte della vita quotidiana. Molti surfisti invitati in questo trip hanno educatamente declinato. Nessuno viene in Nigeria senza un buon motivo, siano traffici loschi o affari governativi. ”Ogni volta che entra una grossa mareggiata succede una tragedia”, continua John, “per questo la costa è disseminata di relitti e di morti annegati”. Mareggiate come questa gettano nel panico le imbarcazioni che si vanno ad arenare nelle basse paludi adiacenti la capitale. Passiamo alcuni check-point militari e una infinita serie di ponti: la città alle nove di sera è congestionata di smog. Baraccopoli prive di elettricità si alternano a sfavillanti grattacieli. E sullo sfondo torreggiano le piattaforme off-shore per l’estrazione del petrolio, la materia prima che anima queste luci e queste ombre. Il mattino seguente compiamo il primo pellegrinaggio verso Tarkwa Bay. Il traffico ancora ingolfa i ponti ma noi lo guardiamo dal basso, attraversando il porto in motoscafo. Puntiamo dritti verso una striscia di sabbia all’orizzonte, zigzagando tra navi container e piattaforme estrattive. Lagos giace dietro di noi, disposta a semicerchio sulla laguna interna. Un ghigno asimmetrico i cui denti sono palazzi malconci e bidonville fumanti di rifiuti. “Quando qualcosa si rompe, nessuno si cura di aggiustarla, semplicemente ne costruiscono una nuova!”, urla John indicando una gigantesca tubatura dilaniata da una bomba. “I ribelli l’hanno fatta esplodere un paio d’anni fa ma subito il governo ne ha costruita un’altra identica”. Poco oltre, una nave cargo giace arenata su un fianco col ventre squarciato. Finito il saccheggio delle cisterne, i ribelli l’hanno semplicemente lasciata li, a marcire. Lagos è una gigantesca isola, attraversata dalla laguna che la connette al mare. Un impero fondato sull’acqua ma che dal petrolio trae la sua forza distruttrice. Cresce ad un ritmo vertigginoso, il più alto in Africa, e per farlo semplicemene rade al suolo e ricostruisce qualcosa di più grosso, più veloce, più nuovo. La nostra barca piega di 180° attorno ad un terrapieno e giriamo l’angolo di Tarkwa Bay: una stretta striscia di sabbia contorniata da palme e screziata da piccole barche. Tetti di lamiera spuntano tra le fronde. Nell’angolo opposto della baia un lungo terrapieno si protende verso l’oceano. “Eccola lì!”, dice la nostra guida indicando l’angolo più esposto della baia. Mike Hyndson e Robert August furono quasi sicuramente i primi a surfare in Nigeria, durante le riprese di Endless Summer (Bruce Brown ’66) nel 1965. Di sicuro, però, non surfarono questa baia visto che è stata costruita in tempi più recenti. Come tutta la città che la circonda è una creazione dell’uomo. La struttura è stata costruita per proteggere ed espandere il porto. Il suo angolo di 90°, però, la rende un vero e proprio magnete per le onde da sud. Le mareggiate dopo aver attraversato il Golfo di Guinea, colpiscono il terrapieno focalizzando al meglio nella piccola spiaggia e trasformandosi in slab mutanti di un cupo color marron. “Jah! Ogni volta che torno mi accorgo di quanto bello sia questo posto”, sbotta John con tono liberatorio mentre nuota verso il line up. La sua storia è peculiare: ha 29 anni, è nato in Italia, cresciuto in Nigeria e, a detta sua, è “locale di Tarkwa per tutta la vita”. Passa il suo tempo tra Lagos e Cape Town, in Sud Africa e per questo si è guadagnato il nikname di Wygie, acronimo di white nigerian! Il suo charme italiano ci ha fatto attraversare illesi anche le situazioni più estreme. Ma più importante di tutto il resto, Wygie è collegato alla spiaggia di Tarkwa come la luna alla marea. Come previsto la mareggiata cresce e attorno a mezzogiorno l’onda inizia a dare il meglio. È domenica e tutti i locali sono in acqua: cinque surfisti in tutto, in una città di oltre dieci milioni di abitanti! Godpower Tamarakuro Pekipuma è stato uno dei primi a Lagos a seguire le orme di John, iniziando a surfare. Come molti nigeriani, la sua stazza è imponente: quasi due metri di muscoli senza un filo di grasso. Il suo minilong da 7ft lo sorregge appena ma è sufficiente a procurargli la sua dose di tubi grabbati e partenze nel vuoto. Surfiamo con lui un paio d’ore, godendo di questa swell eccezionale finchè la marea, crescendo troppo, la rende insurfabile. Nonostante tre wipe-out veramente estremi, Ricky è il primo a ricevere una birra Star appena raggiunta la spiaggia. La Nigeria per un momento, non sembra così male, ma dopo un minuto scarso di religiosa pace, sulla spiaggia si scatena l’inferno. Uno scambio di opinioni, nato quasi per caso, si trasforma in un rumoroso alterco tra un militare in uniforme ed un muscoloso ragazzino locale. Si urlano insulti ad un centimetro l’uno dall’altro, mentre la spiaggia si riempie di curiosi. Il militare si gira e abbandona il ring. Chiediamo a John cosa sia successo. “Il militare è musulmano, e ha chiesto al ragazzino di spegnere la musica reggae durante il momento della preghiera. Ma in questo villaggio nessuno si è mai sognato di farlo. Cristiani, Musulmani, tutti pregano con la musica qui e nessuno si è mai lamentato. Dev’essere pazzo!”. Questa scaramuccia è sintomatica di un rancore più profondo che sta attraversando il paese. L’intolleranza tra cristiani e musulmani è stata all’origine del genocidio in Biafra e ha generato decenni di regime militare. La Nigeria è stata governata da una serie di leader che hanno gestito le risorse petrolifere come fossero private. Il peggiore di questi, il Generale Sani Abacha, pare avesse messo da parte 10 miliardi di dollari quando, a 54 anni, tirò le quoia, tra le braccia di due prostitute. Il suo cuore non sostenne il ritmo della “dolce vita” Nigeriana, e il paese si trovò, di colpo, in regime democratico. Democratico almeno in apparenza visto che l’esercito, pur avendo in teoria restituito il potere, gestisce di fatto ampi settori della società, inclusa la spiaggia. Il militare, infatti, torna verso la folla, questa volta accompagnato da un Kalashnikov. Ricky ed io appoggiamo la birra e accenniamo una fuga. “Non scappate. Adesso vi mostriamo come si gestiscono queste cose!”, ci avverte John. Il militare cerca il ragazzino agitando il fucile “Dov’è quel figlio di un cane? Gli voglio sparare in testa!”. La folla gli risponde con insulti. Il ragazzino intanto è già al sicuro in una capanna. La tensione raggiunge il climax quando anche i locali di Tarkwa cominciano ad estrarre le armi. Circondato da tutto il villaggio, il militare abbassa il fucile e indietreggia. Io finalmente tiro un respiro e ordino altre birre. “La gente farebbe qualsiasi cosa pur di evitare lo scontro fisico”, mi spiegerà un businesman Nigeriano di successo durante un detour in capitale, “ovviamente tutti tentano di fare la voce grossa ma alla fine nessuno vuole veramente fare a botte. Eppure tutti sono aggressivi. Questo è il modo di relazionarsi qui. Abbastanza demenziale!”. Al terzo giorno la mareggiata tocca il suo apice: le onde sono troppo grosse per focalizzare sulla secca, coprono il molo e scivolano via, senza lasciarsi cavalcare. Mentre ci rilassiamo sulla spiaggia, Columbia ci raggiunge e indicando la parte esposta della spiaggia dice: “Un’altra nave si è incagliata sotto il faro!”. “E questo è solo l’inizio” commenta John “alla fine della mareggiata non ci sarà più spazio neanche per camminare su quella spiaggia!”. Vista la situazione meteo, passiamo la sera in capitale. Partecipiamo ad un party esclusivo di espatriati ricchi, che si tiene in un palazzo controllato da guardie armate. I facoltosi amici di John ci foraggiano di drink e salatini piccantissimi. Un sudafricano racconta di come abbia fatto i soldi trafficando petrolio nel delta del Niger, vivendo per anni in una capanna di fronde. Chiacchiero con un investitore di Londra e imparo che il padrone di casa è un magnate delle costruzioni famosissimo in città. Tutti fanno i soldi, nessuno surfa, ma a noi non importa. Per una sera siamo gangstar ricchi, in giro per Lagos su un hummer nero con ancora i board shorts bagnati dalle onde di Tarkwa. La mattina successiva decidiamo di controllare la spiaggia di fronte al villaggio, oltre il terrapieno. Musica pop esce dalle capanne mentre i bambini giocano a calcio tra le pozzanghere. Alcune donne si pettinano i capelli sulla soglia. Oltre la chiesa si trovano il night club ed il bar, gli unici esercizi a possedere un frigorifero funzionante. Seguiamo le rotaie di una ferrovia, la stessa usata per costruire il terrapieno ed il faro, poi dismessa. Sull’altro lato, a detta di John, rompe una sinistra di ottima qualità. Ma oggi non sta funzionando visto il vento direttamente onshore. Contempliamo da lontano il cimitero delle navi arenate e gli sbuffi delle onde sulle fiancate arrugginite. Poi torniamo verso Tarkwa. “Ci sono molte tribù diverse in questo territorio” mi spiega John mentre prende una scorciatoia nella giungla “ma i primi ad abitarlo sono stati gli Yoruba, la tribù più antica in Nigeria”. Ci immergiamo nel folto della boscaglia, di colpo perdo l’orientamento, quasi soffocato dall’umidità e dalla cortina verde delle mangrovie. Il villaggio, la spiaggia e persino il suono delle onde è stato completamente fagocitato dalla giungla. Così doveva essere la Nigeria prima del boom petrolifero. Il paradiso o l’anarchia più totale. A seconda dei punti di vista.

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