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GUJARAT STORM
L’isola di Diu e gli avamposti del surf in India Nordoccidentale
a cura di Sam Bleakley/SurfExplore Condividi SurfNews
Foto: John Callahan/Tropicalpix
Come la maschera di Giano nelle commedie latine, l’India ha due facce distinte. Da una parte quella ridente, fatta di colori, vitalità e convivenza pacifica, dall’altra quella triste, caratterizzata da miseria, corruzione e diseguaglianza sociale. Se, dopo gli ultimi articoli apparsi sulle riviste specializzate, avete deciso di intraprendere un surf trip da queste parti, siate pronti a confrontarvi con questi due estremi. Le foto che state guardando sono state scattate a Diu, un’isola ovale dai contorni frastagliati, incastonata nell’angolo nordoccidentale dell’India. La penisola del Gujarat ha 1.600km di costa che guardano dritti verso il Mare Arabico. Da Dwarka fino a Diu si alternano molte spiagge, buone nella stagione pre-monsonica (attorno a maggio), ed alcuni point di qualità, come quello che frange a lato del tempio di Sri Krishna a Dwarka. L’angolo meridionale di questa costa, pur essendo promettente sia per fondali che per esposizione, è stato però ignorato dalla surf exploration.

A differenza di altre zone dell’India, Diu non porta traccia del colonialismo inglese. A dettare il mood, qui, è stata la presenza dei Portoghesi, percepibile nell’architettura e nella vita culturale dell’isola. Al loro arrivo nel sedicesimo secolo trovarono un sostrato sociale multietnico abituato agli scambi, commerciali e culturali. I locali da secoli avevano relazioni con Persiani, Egiziani e popolazioni del Mar Rosso e molti stranieri si erano tranquillamente mischiati con le popolazioni hindu della zona. I portoghesi non erano qui per conquistare e sfruttare ma per aprire rotte commerciali. Il contatto paritario tra lingue diverse favorì la nascita di un idioma peculiare ed un complicato linguaggio fatto di gesti codificati e strette di mano, usato per il baratto. È da questo contesto linguistico che deriva la parola “surf”, coniata proprio dai portoghesi in India usando la radice sanscrita “suffe”, linea di costa. Uno nel quale i dogmi culturali vengono abbandonati, riimmaginati e reinventati in nome dello scambio e del commercio.

Il nostro viaggio verso questa costa inizia ad Ahmedabad, capitale giuridica della regione, dove il team SurfExplore (Baybay Niu da Taiwan, Erwan Simon dalla Francia, Emi Cataldi e Valentina D’Azzeo da Australia e Italia) si è dato appuntamento. Ahmedabad è l’epicentro dell’industria tessile indiana. Compressa tra le piane alluvionali a nord ed il sud ricco di perle e spezie, è da sempre una città claustrofobica e bollente. Secoli di commercio sono stati affiancati da una frenesia industriale, completamente incurante dell’impatto sull’ambiente. Il fumo dei motori diesel tinge i colletti bianchi degli autisti di rickshaw. In questa cortina grigiastra che avvolge tutto, spiccano i capelli tinti di henna e i colori sgargianti dei mezzi di trasporto. A lato della strada, nei laboratori a cielo aperto, una selva di mani confeziona chilometri di stoffa. Si tratta di broccati e ricami destinati all’esportazione. I tessuti più preziosi vengono, però, dal Rann of Kutch, un’area poco lontana famosa per i sui precisissimi ricami, così minuti e dettagliati da causare la parziale cecità nelle lavoratrici. Inevitabilmente (e orribilmente) molte popolazioni soccombono di fronte all’impietoso ciclo del commercio. Qui predestinazione e libero arbitrio si scontrano ad ogni angolo di strada. Ci immergiamo nel compattissimo traffico del centro affidandoci agli spericolati rickshaw. Lo schema urbanistico è basilare. Tagliata in due dal fiume Sabarmati, Ahmedabad presenta una parte antica, ad est, caratterizzata da un mix di architettura islamica e hinduista, ed un nuovo distretto dedicato al commercio e all’industria, ad ovest del fiume. Il distretto occidentale è ordinatamente diviso per aree di pertinenza: rivenditori di carbone, commercianti di sari, manifatture del cotone, decoratori di stoffa. La vita materiale e spirituale dell’India è messa in scena, anche qui, grazie ad una una guerra di simboli. Mucche sacre, divinità induiste, buddhiste, jainiste e icone del consumismo industriale: tutti hanno una voce in questo caos semantico. Ma l’ascolto è selettivo. La temperatura di oltre 40° non ci dà scampo e neppure le scroscianti piogge monsoniche sedano l’atavica sete di questa zona. Grazie a Gandhi, originario proprio del Gujarat, e al suo insegnamento, l’intera regione è interessata da un divieto verso l’alcool. Ma, come dappertutto, esistono modi per aggirare il divieto. In India, gli ostacoli sono di natura prettamente burocratica. John si informa per ottenere un permesso speciale. La procedura è lunghissima e richiede di compilare un modulo da presentare assieme a marche da bollo e passaporto. Dopo aver aspettato per ore in un ufficio stipato di alcolici, capiamo che nessuno dei presenti ha l’autorità di emettere il permesso e rinunciamo. Fortunatamente le strade del mercato offrono un rimedio a noi alcolisti post coloniali: John ferma un paio di loschi figuri. Di li a poco abbiamo una cassa di birra Hayward da riportare in hotel! La mattina successiva tentiamo di coprire i 400km che separano Ahmedabad dall’isola di Diu. Bastano una manciata di curve per farci capire la situazione: il nostro autista è ubriaco e si addormenta al volante. Per tenerlo sveglio alziamo al massimo il volume della radio, che gracchia i ritmi sincopati della musica Bhojpuri. Il paesaggio fuori è riarso dal sole e privo di alberi: un monotono color ambra si estende a perdita d’occhio. Ma il traffico in questo deserto è lo stesso frenetico. In un sottofondo costante di clacson e campanelli, i rickshaw si destreggiano ancheggiando tra vecchie Ambassador (un’auto invariata dal 1948 e regina delle strade indiane), sgangherati trattori ed enormi camion con tanto di adesivo “horn please”. Avvicinandoci al Sasan Gir Forest National Park questa landa giallastra lascia spazio a boschetti di buganville. Il verde degli alberi di banyan soppianta le tinte riarse del deserto. Arriviamo a Diu che il sole è già tramontato, contenti di aver attraversato indenni la catena di morte e reincarnazione del traffico indiano. La mattina dopo raggiungiamo la spiaggia di Gomti, disseminata di palme spinose chiamate hoka, l’unica pianta in India ad avere origini africane. Una processione di trattori accompagna verso i campi decine di lavoratrici. Vanno verso il villaggio di Vanakbara e ci salutano con ammiccanti “namastè”. Sulla spiaggia gli unici colori accesi sono quelli di alcuni tempietti, eretti a memoria di 100 pescatori, annegati durante un ciclone. La baia non è certo pittoresca ma le onde, oltre la linea di battigia, sono di buona qualità. È il nostro primo giorno di surf a Diu ed ha il potere di lavar via il cupore ed il senso di stanchezza insinuatosi nel nostro gruppo. La vera attrazzione dell’isola, però, è la spiaggia di Nagoa, una baia di sabbia beige e fango, a forma di ferro di cavallo che attira frotte di turisti della middle class indiana. Li vediamo godersi la frescura sguazzando, vestiti di tutto punto, tra le risacche. Sono famiglie “bene” di Ahmedabad, Bombay o Delhi, che usufruiscono dei voli low-cost per passare qui le ferie. Ma c’è anche un’altra ragione per la loro presenza. Diu e la città di Daman, più a sud, fanno parte del cosidetto “Union Territory”, un’area a statuto speciale governata direttamente da Delhi. Qui l’alcol è legale ed i turisti, soprattutto dal Gujarat, fioccano tra Settembre e Maggio. Fuoristrada pieni di uomini sudaticci ed ubriachi ci affiancano per strada, chiedendo di scattare foto assieme a noi. Sono ospitali ma la guida Lonely Planet parla chiaro: questa non è una zona in cui una donna possa tranquillamente viaggiare sola. Per fortuna, anche sulla spiaggia, l’atmosfera è rilassata e l’alcol sembra rendere tutti pacifici.

La luce del mezzogiorno è dura lungo questa costa. Il bagliore è raddoppiato dalla rifrazione delle rocce carsiche. Pennellate di giallo denotano l’occasionale spiaggia. L’isola è lunga 11km e larga tre, separata dalla terraferma da uno stretto canale. La costa settentrionale, che guarda verso il Gujarat, è costituita da saline e valli salmastre. La parte meridionale invece, alterna lunghe spiaggie a piantagioni di hoka e cliff scoscesi. Troviamo set-up promettenti tra Chakratirth e Jallandhar ma la mareggiata non è sufficiente per attivare questi reef. Anche se il paesaggio attorno a Diu è stato pesantemente modificato la città ha uno skyline di edifici bassi, interrotto solo dal gigantesco castello e da tre chiese barocche. Capiamo da subito che il suo fascino non risiede in questi impressivi palazzi, ma nelle case in stile portoghese attorno a Vaniya e Panchwat street. Ci perdiamo immediatamente in un reticolo urbano fatto di viuzze e cortili. ‘Fala Português?’ chiede John a due eleganti signori troppo chiari di pelle per essere indiani. In effetti molti anziani qui parlano ancora una lingua franca, chiamata “língua dos velhos”, un misto di portoghese e dialetto del Gujarat. Questi palazzi però appartengono ad un’era ormai tramontata. Quando i portoghesi se ne andarono nel 1961, la maggior parte dei possidenti partì per Lisbona o per il Mozambico. La popolazione locale, musulmana ed hindu, ora ha preso possesso della zona ma molti palazzi sono coperti di multe e di bollette non pagate. Su molte facciate un cartello avverte dello stato pericolante dell’edificio. Pur avendo potenzialità turistiche altissime, il centro storico sta letteralmente collassando su se stesso, vittima del tipico decadimento post coloniale. Torniamo verso la centrale Fort Road dove ci accoglie un insistente ritmo di tabla. Si tratta di un matrimonio. Lo sposo, assieme ad amici e famigliari, si reca in processione verso la casa della sposa, coperto di fiori, gioielli e insignito di una spada. I nostri giorni ruotano attorno ad una ritualità più semplice: surfiamo principalmente a Gomti Beach e ci spostiamo spesso fuori città per controllare altri reef e point. Tutto procede per il meglio finchè il manager dell’hotel ci dice che il nostro atteggiamento ha destato i sospetti delle autorità locali. Il sistema di registrazione negli hotel indiani è tedioso e altamente burocraticizzato. Gli estremi di ogni passaporto, dopo il check-in, vengono comunicati al commissariato del posto. Le varie nazionalità del nostro team, e la voce che siamo qui per “surfare”, ha portato le autorità a pensare che siamo un gruppo di hacker, intenti a surfare la rete! Emiliano e Valentina, che hanno passaporto italiano, destano i sospetti più seri. Il primo ministro indiano è nato in Italia e loro potrebbero essere spie straniere in missione! L’India notoriamente non si fida di fotografi e giornalisti, ottenere un visto “media” è praticamente impossibile. Fortunatamente il direttore dell’hotel ci supporta, testimoniando che siamo turisti e che non facciamo altro che entrare e uscire dall’acqua con tavole da surf sotto il braccio. Per assurdo qui non esiste nessuna connessione internet. Ai margini esterni del villaggio globale i nostri lap top accumulano polvere, spenti in camera. In un paio di giorni il vento premonsoinico da sudovest aumenta e la spiaggia di Gomti si tinge di blu. Migliaia di meduse del genere caravella portoghese affollano la baia. Sono tra le più pericolose e la loro presenza massiccia ci costringe a cambiare aria. Ne approfittiamo per esplorare altri tratti di costa. Vicino a Kodidhar troviamo un surreale baobab aggrappato ad un precipizio a picco sul mare. Fa parte di un set cinematografico. Ovviamente l’accesso al set è vietato, ma di domenica nessuno sta filmando e noi riusciamo a raggiungere la spiaggia da dietro, attraversando la foresta di palme. Restiamo allibiti da questo finto villaggio: gli unici due elementi reali sembrano essere una chiesa ed un faro in cima alla penisola. Ma da vicino ci accorgiamo che anche questi fanno parte della scenografia. Umberto Eco è stato tra i primi ad accorgersi della nascita di spazi “iper reali”, luoghi che vogliono essere più eccitanti, belli o terrificanti rispetto alla vita quoitidiana. Fanno parte di questi spazi le piscine con onde artificiali, i parchi tematici, gli irish pub e anche i set cinematografici “bolliwoodiani” come questo. Eppure non c’è un posto migliore per prendere contatto con il mondo reale. Sono la miseria, la malattia e i matrimoni combinati il motore primo dell’induistria cinematografica indiana; un universo onirico in cui lo spettatore dimentica la vita reale. I locali ci confermano che questo film sarà in pieno stile “hindi masala”: un melodramma “speziato” (questo significa masala) da musica, balletti, scazzottate e canzoni sdolcinate in cui l’eroe di turno sfida la giustizia e, contro tutto e tutti, sposa la ragazza dei suoi sogni. Fortunatamente questa controversa spiaggia si rivela sterile di onde, così guidiamo fino a Kodda Madhwad e da li raggiungiamo il faro di Diu, dove troviamo un discreto point destro con due sezioni perfettamente illuminate ed una potenza inusitata. Il mio longboard viene addirittura spezzato in due dalla risacca! Nei giorni che seguono focalizziamo sulla costa orientale, tra Ghoghla Beach e Simbor. Scopriamo però che il break migliore si trova proprio sotto il nostro naso, tra il tempio di Gangeshwar e la cittadina di Fudham. Un potente slab destro, infatti, produce ripide e tubose destre che rompono su un basso fondale di corallo. Questo spot è impegnativo e mi sbatte varie volte sul fondale appena dopo il take off. Emiliano è il più in forma di tutti, ed infila una serie di tubi e manovre critice. Anche Baybay e Valentina se la cavano con stile, portando a casa onde indimenticabili. Per tre mattine consecutive ci godiamo quello che sembra essere lo spot migliore di Diu. Al pomeriggio invece gironzoliamo per il quartiere portoghese dove John sazia la sua fame “fotografica” di porte e finestre. Il tetto della chiesa di San Tommaso (ora museo civico) è stato trasformato in un’accogliente guest-house, emblematicamente chiamata São Tomé Retiro. Questo è l’unico posto in città dove puoi trovare qualche turista caucasico. Al tramonto, la vista su Diu è splendida. Il cielo diventa bluastro, poi grigio. Il vociare dei bambini, il cinguettio degli uccelli e le preghiere del muezzin salgono al cielo oltre i tetti. Una processione di donne, vestite di rosa e verde acceso avanza per strada, accompagnata dall’immancabile tabla. Ma dietro i ritmi dei tamburi, la musica è palesemente stonata, stupendamente scoordinata come l’India stessa. Troviamo come al solito gli autisti di rickshaw fuori dal bar Tepee, il posto migliore per bersi una birra gelata. Di sera nessuno di loro è sobrio ma riusciamo lo stesso a raggiungere in sicurezza il nostro hotel. Il mattino successivo, torniamo verso Ahmedabad. Il terreno nell’interno è secco e sembra volersi spaccare da un momento all’altro. A volte si rompe veramente, come nel 2001 quando un terremoto uccise 25 mila persone nella regione del Kutch. I venti, ora, sono caldi e carichi di sale. La terra aspetta solo le alluvioni stagionali. Mentre sfrecciamo verso l’aeroporto, le nuvole all’orizzonte annunciano l’arrivo del monsone. Almeno in questo schema climatico l’India sembra seguire un ordine stabilito di sole e pioggia, ma anche qui è il panico a regnare incontrastato. I pescatori mettono al sicuro le barche. La città si prepara freneticamente alla stagione delle piogge. Ce ne andiamo contenti di aver trovato la nostra dimensione all’interno di questa paradossale tempesta.

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