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VIETATO SURFARE
Un'inchiesta di Antonio Muglia sul localismo in Italia
a cura di Antonio Muglia Condividi SurfNews
Foto: Mazzoni, Palmerini, Franzina, Giaccone, Zagari, Trevisiol
I capelli che ciondolavano allegri sulla fronte e quella linea dura della mascella lo facevano desiderare alle ragazze hawaiane. Era un principe. In acqua per una competizione, perse il controllo della tavola e andò a sbattere contro un altro surfista. Il sangue blu che gli scorreva nelle vene non lo salvò dalla giustizia del mare: venne portato su una pietra e sventrato davanti a tutti. Non è stato il solo a morire per un errore a causa delle onde. Un surfista che osò cavalcare lo stesso frangente del capo tribù, a Waikiki, non è stato apostrofato con un “vai fuori”, o qualche sonoro cazzotto. È stato ucciso.

Queste leggende sono rimbalzate nei secoli, tramandando quella legge non scritta che regola (quasi) tutti gli spot del mondo. O almeno dovrebbe. “Un uomo, un’onda”, in alcuni casi è soltanto utopia, in altri è la prassi, pena severi castighi. Sono state riportate da Matt Warshaw nella Enciclopedia del surf, alla voce localismo. Il fenomeno è allo stesso tempo il più discusso e meno compreso dell’universo surfistico. Bieca violenza? Egoismo? Xenofobia? O necessità? Ogni surfista la pensa a suo modo e i nostri ottomila chilometri di costa sono frammentati anche in questo: ciò che segue è il risultato di un’analisi empirica sul territorialismo italiano. Con una certezza: ci sono luoghi dove la giustizia del mare è ferrea almeno quanto quella delle Hawaii, praticata qualche centinaio di anni fa.

DOVE NON PASSA LO STRANIERO
Nella Penisola i luoghi altamente localizzati si contano su una mano, forse due. Sardegna, Liguria e Toscana hanno ciascuna almeno uno spot “riservato”. Ma c’è una regione che non ha eguali. È la Puglia. Distante qualche centinaio di chilometri da Roma e sufficientemente fuori portata a causa dei collegamenti carenti, nel tacco d’Italia vive una delle comunità più chiuse, quella del Salento. Surfare i picchi dell’ultima punta è un privilegio per pochi. Neanche i cugini di Brindisi o Taranto, spesso e volentieri, riescono a metterci piede, figuriamoci gli stranieri senza una raccomandazione. Sì, perché, gira e rigira, anche nel surf serve una buona parola, e se qualcuno assicura il gruppo sulla reputazione di un surfista qualche onda in santa pace la prendi anche nei posti blindati. Altrimenti è meglio non tirare fuori dal cofano la muta, perché i ragazzi, alla lettera, non te la farebbero neanche mettere. Prima arriva un invito verbale, poi si va oltre. Per gli interni e gli ospiti fortunati si aggiunge un vademecum prezioso: niente foto, niente nomi, niente racconti. «Prima il fenomeno era anche più forte» racconta il local Angelo Verzini «tra il 2002 e il 2004 la possibilità di una discussione verbale neanche c’era, poi si è attenuato negli ultimi anni e in tanti posti non c’è più quel localismo sfrenato». La chiusura degli spot è stata un’esigenza: onde belle e numero di praticanti in crescita hanno fatto decidere per questa politica. Estrema. «Se ci dicevano che da altre parti c’era qualcuno, noi prendevamo la macchina e andavamo» ricorda Angelo, «quando le risorse sono poche è ovvio che chi c’è da più tempo tende a preservarle. È una cosa che farebbe chiunque, non vuol dire che sia bella ma è positiva sotto un certo punto di vista. Se le onde ci fossero tutti i giorni e gli spot avessero una conformazione differente sarei il primo a non comportarmi in questo modo».

Poco più a sud, dice Roberto Romancino, di Palermo: «Ci sono due accezioni del termine localismo, una brutale e una più pura. La prima è quando i locali non ti fanno surfare a prescindere dal rispetto delle regole e verso di loro e se serve ti buttano fuori a calci o ti bucano le gomme. La seconda è quando chi frequenta uno spot da una vita pretende giustamente educazione e si incazza quando lo straniero di turno non osserva l’abc. Ecco, in Sicilia il localismo del primo tipo è quasi inesistente: siamo pochi e non ci sono reef o point che favorirebbero l’affollamento».

In Toscana, invece, surfare con un manipolo di amici è un miraggio. A meno che non si frequenti il Sale, forse l’unico spot presidiato in tutta la regione. «Ha la nomea del localismo, ma non come si può intendere – racconta Sole Rosi, che qui nel ’85 fece le prime planate – è sano, selettivo, fatto dall’onda stessa e non è mai successo niente di particolare, altrove ho assistito a zuffe o offese, il nostro localismo è genuino e comunque la finiamo sempre a tarallucci e vino».

Sacche violente di territorialismo si trovano in Sardegna. La costa nord-ovest e i tavolati di roccia vicino a Porto Ferro sono custoditi gelosamente anche se lontani dai centri abitati. In passato è stato scambiato qualche cazzotto ma negli ultimi tempi i locali spiegano verbalmente le ragioni della chiusura agli stranieri. Il longboarder Marco Pistidda condanna ogni tipo di aggressione o i comportamenti codardi, come i cacciavite nei copertoni o le feci depositate sul cofano (è accaduto recentemente): «Siamo come gli arbitri nei campi di calcio, i forestieri devono avere un occhio di riguardo e quando non ce l’hanno bisogna fargli capire le regole senza sbraitare».

E anche la costa adriatica ha avuto e ha i suoi punti caldi: lo spot Adria, poco a nord di Ravenna e gli spot attorno a Portonovo, a sud di Ancona, hanno registrato episodi di violenza, verbale e fisica negli ultimi 10-15 anni. “In entrambi i casi” spiega Nicola Zanella, editor di SurfNews e locale di Adria “si è trattata di una reazione al boom demografico del surf in costa est. Entrambe le comunità hanno visto gli spot passare da deserti a invivibili in pochi anni e hanno deciso di tutelare la qualità delle proprie surfate limitando l’accesso ad uno (solo) di essi o comunque non tollerando comportamenti meno che rispettosi in mare”.

Trovare un punto d’incontro per tutte queste voci è quasi impossibile, ancora più arduo è puntellare la coerenza o la sostenibilità di certe condotte. Per esempio, quanti locals hanno cacciato persone dai loro spot e poi viaggiano tranquillamente in giro per il mondo? O quanti hanno osteggiato le gare o vietato la promozione della pratica del surf e poi sono i primi a iscriversi ai circuiti agonistici o ad aprire rivendite di materiale tecnico? Nessuno è senza peccato. I puri, quelli lontani dalle logiche di mercato, dagli sponsor e da quel circo delle pulci che sta diventando il surf in Italia e che fanno del buon senso la loro fede, sono rimasti in pochi. A volte, per questo motivo, si sfiora il ridicolo. In un famoso spot italiano recentemente è successo che un surfista con almeno vent’anni d’esperienza è stato sgridato da un neofita smemorato perché stava entrando nel suo “giardino”. Il beginner aveva dimenticato che dieci anni prima, con l’attrezzatura da pesca tra le mani, gli domandò a cosa servisse quella tavola.

QUESTIONE DI EGOISMO O DI REGOLE?
«Non voglio che il surf cresca e diventi uno sport, voglio che rimanga una passione per pochi», dice un ragazzo. Ecco il punto di partenza e arrivo del localismo: surfare in santa pace. Più che le dichiarazioni di guerra agli irrispettosi è l’affollamento lo spauracchio che muove gli animi dei locals. «I surfisti che non vogliono altre persone in acqua mi hanno sempre fatto ridere – spiega il giornalista australiano Nick Carroll, – dopo tutto sono stati anche loro dei principianti. È un comportamento infantile, lo sport è stato condiviso dai pionieri, primi fra tutti gli hawaiani con Duke Kahanamoku. E adesso vogliono mantenere il segreto? Non è un loro segreto. Ho visto tanti cambiare mentalità, accettare i neofiti e condividere con loro abilità e saggezza: quando succede i principianti tenderanno a commettere meno errori».

Le sviste, nel Bel Paese, capitano però anche ai praticanti di lunga data, che magari hanno maturato esperienza “temporale” ma che ancora non hanno capito come si sta in acqua. E se le onde pompano e il mare fa paura li ritrovi in mezzo nel classico Varazze con cinquanta persone: «In Italia il livello è basso, è una scena di poser», racconta Federico Piccinaglia, «nessuno rispetta le precedenze e i forestieri non lasciano le onde ai locali, sono queste le norme base». E poi: «Ci saranno dei grossi problemi in futuro con il sup – prosegue Federico, uno dei primi praticanti in Italia di stand up, – non possono e non devono prendere tutte le onde e, soprattutto, devono essere sempre concentrati per evitare la gente sotto: a Varazze la metà delle onde io le mollo. E poi si può andare dove sono più brutte, quindi se arrivano in cinque bisogna cacciarli via, così come i pericolosi: non devono stare sul picco, altrimenti finisce l’armonia».

L’ECONOMIA CONTRATTA
Il territorialismo può essere affrontato anche da un punto di vista economico. Localismo e affari non vanno d’accordo. Nei luoghi più poveri la teoria “locals only” attecchisce meglio e al contempo dove non c’è aumenta il business. «Incide sulle vendite – ammette Marco Urtis, surfista e distributore di articoli da surf – l’evoluzione del surf è stata maggiore in Toscana, dove ci sono almeno 15 scuole e nel Lazio dove c’è un bacino di utenza molto grande come Roma. Mentre in Sardegna va forte Cagliari e al contrario nel Nord c’è un mercato molto sporadico». Anche Andrea Bonfili, di Anzio, è del parere che il surf sia una risorsa: «Se sei intelligente giri il coltello dalla parte del manico e apri un’attività, per l’affollamento basta vivere la passione in modo differente: io mi sveglio alle quattro per surfare Banzai con poche persone».

Ma quanto può crescere ancora la scena italiana? Cioè, è sostenibile un aumento costante dei praticanti (stimato oggi tra i 30 e i 50 mila) con una risorsa-onde così scarsa? Il problema se lo pongono anche all’estero. Dave Kalama dice che c’è spazio ancora per tanti e Nick Carroll pensa che l’over crowded in Australia sia un fenomeno di pochi spot. «Tra i praticanti c’è un ricambio, soltanto un dieci percento dei beginner continua, poi bisogna pensare alle persone che abbandonano il surf per i più svariati motivi», spiega Carroll. Già, in Australia! L’Italia però non ha onde a sufficienza e il pensiero comune è che abbiamo già raggiunto il punto di saturazione. Almeno in certi periodi, come nell’affollata Versilia di Urtis: «L’estate per fortuna dura quattro mesi, in inverno rimaniamo in pochi». Pensare che tutto questo non c’entri con il localismo è un errore, perché in diversi casi la scintilla del territorialismo è proprio la paura dell’invasione, della rottura dell’armonia, della fine del sogno di surfare soltanto con gli amici. E il proibizionismo cozza con il mercato. In economia le onde sono definite come risorsa collettiva: sono cioè come i beni pubblici, non escludibili, quindi disponibili gratuitamente per chiunque le voglia sfruttare, ma sono rivali: il loro uso da parte di un surfista condiziona la capacità di goderne di altri individui e lo sfruttamento eccessivo dei frangenti può limitarne l’utilizzo stesso. Al momento, però, sembra non esserci nessuna soluzione sostenibile tra quelle individuate dagli economisti, come introdurre una regolamentazione statale o una tassa. L’unica alternativa sembra il localismo. Che ripulito dalle sfaccettature più becere, potrebbe essere l’autogoverno delle comunità.

L’AMORE CHE NON C’È
Quanto appena raccontato contrasta con il credo di Duke Kahanamoku. «Lo sport dei re che Duke promuoveva si basava sul concetto di “aloha”» ricorda Jerry Lopez, «Duke diceva: haloha significa amore e alle Hawaii accogliamo gli amici, gli amati o gli stranieri con aloha». Nel surf il rispetto non deve essere dato semplicemente ai surfisti più abili ma a tutti, afferma Lopez. «Cosa è successo» si domanda «surfiamo perché ci piace? O è perché vogliamo stare in acqua il più spesso possibile e siamo disposti a tutto pur di farlo?». Nella storia del surf italiano il rispetto è mancato tante volte. Dalle scazzottate alla merda sul cofano, alle ruote bucate, alle parolacce sempre e comunque. Ha ragione Jerry Lopez a domandarsi dove sia finito l’amore o la coscienza di praticare uno sport nobile. Possiamo dirlo: grazie ad un’atavica carenza di onde, le preghiere di Duke in Italia non sono mai arrivate.

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