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Come Hell or High Water
Il nuovo film di Keith Malloy sull’arte dimenticata del bodysurf
a cura di Joel Patterson Condividi SurfNews
Foto: Chris Burkard
La realazione tra noi surfisti e il bodysurf è simile a quella che le persone comuni hanno con il camminare. Un gesto semplice, che da piccoli ci ha dato emozioni, col tempo si è trasformato in qualcosa di scontato, quasi noioso. Un modo per andare, ad esempio, dalla macchina alla spiaggia o dal punto in cui abbiamo perso la tavola alla tavola stessa. Eppure quelle ore spese a scivolare nella risacca da bambini ci hanno aiutato ad esorcizzare la paura dell’oceano, spesso regalandoci la nostra prima visione del tubo.

Molti di noi, però, hanno girato le spalle a quel feeling, stanchi delle corse brevissime e della difficoltà di trovare onde adatte. Il fatto che il bodysurf sia uno degli sport estremi più trascurati dall’universo mediatico sicuramente ha contribuito a tener basso il numero dei praticanti. Sono queste le problematiche affrontate l’estate scorsa da Keith Malloy, durante la lavorazione del suo film, “Come Hell or High Water”, dedicato a quest’arte dimenticata. «Ho tentato di fare qualcosa di autentico, non un film di surfisti che fanno anche bodysurf», ha commentato Keith, fratello “mediano” nel triumvirato Malloy, «se avessi usato Dave Rastovich e Kelly Slater sicuramente avrei avuto più successo commerciale, ma non sarebbe stata la stessa cosa. Ho voluto fare qualcosa di cui la piccola comunità dei bodysurfer potesse andare fiera». Malloy si è avvicinato al bodysurf una decina di anni fa, per ritrovare un’intimità con l’oceano che il surf professionistico gli aveva fatto, in parte, perdere. Fu in quell’occasione che si accorse di quanto affascinante fosse la comunità dei praticanti. Lui con affetto li chiama “i disadattati”. «I bodysurfer hanno qualcosa di strano nel cervello!» commenta il regista grattandosi la folta barba, «ed è per questo che fanno cose diverse da tutti gli altri in mare». Che lo volesse o meno, Keith ha scoperto un filone culturale profondissimo. Secondo Ben Finney, sociologo, docente alla University of Hawaii, e autore di “Surfing: A History of the Hawaiian Sport”, la storia del bodysurfing è sovrapponibile a quella del surf con la tavola. Menzionato in testi orali antichissimi, osservato dagli ufficiali di James Cook nel 1778 e praticato massicciamente all’inizio del secolo scorso, il bodysurf ha avuto un picco di popolarità tra Hawaii e California negli anni ’50-‘70 con tanto di star come Buffalo Keulana, famoso per le sue prodezze a Makaha (Oahu) e Fred Simpson, tra i primi pazzi a sfidare The Wedge (Newport) negli anni ‘70. La storia del bodysurfing “contemporaneo”, però, è legata indissolubilmente ad un allampanato “haole” della South Shore di Oahu: Mark Cunningham. Cresciuto tra le violente risacche di Sandy Beach, Cunningham negli anni ’70 si innamorò così profondamente della North Shore e delle sue mareggiate invernali da devolvere la sua intera vita di lifeguard e surfista, ad una sola onda: Pipeline. «Mark non è stato il primo a surfare Pipeline senza tavola, ma nessuno lo ha mai fatto con il suo stile!» Racconta Bruce Jenkins, giornalista e finalista al Pipeline Bodysurfing Classic nel 2004 «è stato il primo a fare il take-off sul picco, a reggere all’accelerazione del drop e a intubarsi come i surfisti con la tavola». Mark ha segnato un punto di svolta per questo sport, vincendo molte gare e inventando la “croce di ferro” una tecnica di planata che consiste nell’estendere verso l’alto il braccio destro, utilizzando il fianco come carena. Oggi tutti nel mondo usano la sua “iron cross”. Nonostante i suoi 56 anni Mark ancora bodysurfa tantissimo a Pipe. L’ho visto l’inverno scorso sul reef esterno in un giorno enorme, aspettava quel set da ovest che apre fino all’inside!». Malloy ha dedicato gran parte del film proprio a Cunningham, definendolo il “Tom Curren” del bodysurf. Ma nonostante la sua grazia di waterman è difficile rendere fruibile il bodysurf al grande pubblico. «È quel tipo di sport che dà gratificazione immediata e personale» aggiunge Keith «ma che difficilmente emoziona i non addetti. È più facile impressionare il pubblico con un rodeo-flip sulla tavola che con un tubo a Pipe senza tavola!». Cunningham stesso era dubbioso all’inizio delle riprese «Pensavo fosse impossibile rendere in pellicola la purezza e la bellezza di questo sport, visto che le planate, di media, durano solo pochi secondi e la maggior parte del corpo è sommersa». Fortunatamente questi dubbi si sono dileguati già in fase di produzione. Il film, infatti, focalizza soprattutto sulle storie, sui clan, sugli spot e sulla gente che li frequenta. Il film parla di questi “disadattati”, un gruppo di persone che ha imparato a focalizzare sul feeling del surf, abbandonando tutti i fronzoli, a partire dalla tavola. Ma per chi volesse lo spettacolo a tutti i costi, Malloy ha un asso nella manica: il legendario bodyboarder Mike Stewart. «Se Mark è il Tom Curren del bodysurf, Mike è il Kelly Slater» commenta il regista. I successi di Stewart nelle gare di bodyboarding (nove titoli mondiali) e del bodysurf (tredici viottorie a Pipe dal 1991 ad oggi) lo hanno reso una leggenda tra i waterman contemporanei. Il suo contributo al bodysurf include manovre mutuate dal bodyboard come aerial, floater e tubi profondissimi. Il suo compito in questo film è stato quello di spettacolarizzare il surf senza tavola, affrontando le onde di Theaupoo (Thaiti): una pazzia che nessun bodysurfer aveva ancora tentato. Messo di fronte ai limiti mediatici del bodysurf, Stewart ha risposto seccato: «sinceramente non mi interessa se sia o meno spettacolare. Alcune delle surfate più belle che ho visto in vita mia erano fatte senza tavola. Sono convinto che il bodysurf sia la miglior interazione possibile tra uomo e oceano». Per ironia della sorte, proprio grazie a surfate come quelle dei due fuoriclasse, il film potrebbe risultare nocivo alla comunità dei bodysurfer. Cosa succederebbe se di colpo gli spot si riempissero di “disadattati” senza tavola? Uno scenario improbabile. Di sicuro “Come Hell or High Water” ridarà al bodysurfing il posto che merita nell’immaginario collettivo dei surfisti.

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