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Indian Surprise
Un viaggio tra le stranezze surfistiche di Kerala e Tamil Nadu
a cura di Todd Prodanovich Condividi SurfNews
Foto: Chris Burkard
Il van è appiccicoso e scomodo. Il nostro driver guarda nervosamente fuori dal finestrino sgranando due profondi occhi neri. Gli sono bastati pochi chilometri per guadagnarsi la nostra fiducia: in meno di un’ora ha schivato orde di mendicanti, barricate di spazzatura e decine di vacche sacre, destreggiandosi in almeno cinque dialetti diversi. Ed è per questo che sentirlo urlare: “Questo non è un buon posto per fermersi!” mette tutto il gruppo sull’allerta. Cinque uomini stranamente agghindati ci vengono incontro. In mano tengono bicchieri di carta colmi di “whisky del diavolo” un distillato locale dal colore scuro capace di demolire le tue cellule celebrali. In testa al gruppo sta un macho muscoloso con lunghi baffi neri ed una maglia a rete capace di far arrossire Freddy Mercury. “Dobbiamo andarcene subito!” sbotta l’autista tenendosi forte al volante, “questi sono dei subnormali!”. Ma Chris Burkard, il fotografo, è ancora per strada e i cosidetti subnormali accerchiano il van, offrendoci i loro drink attraverso il finestrino. Parlano con voce acuta e hanno movenze femminili ma non sono offensivi. Dopo qualche minuto Chris entra nel van dalla porta posteriore. L’autista è in apprensione, parte a tutto gas e ricopre i travestiti di polvere nera. Ci sono posti sulla terra in cui sei sicuro di cacciarti in situazioni anomale e Thiruvananthapuram è uno di questi. Il nome della città (praticamente impronunciabile) è di per sè foriero di shock culturale. L’India è spesso associata all’idea di mistero. Alla base di questo preconcetto sta la nostra ignoranza. I parametri di giudizio occidentali semplicemente non funzionano qui. Sono bastati pochi minuti nel traffico cittadino per sbatterci in faccia la dura realtà: tutto quello che l’americano medio conosce dell’India, la più grande democrazia del mondo con una storia plurimillenaria, viene dai menù dei curry-takeaway e dai film di Bollywood!

BAGNO DI FOLLA
Le porte del nostro hotel si spalancano poco prima dell’alba. È il nostro primo contatto con la folla e con la costa. Lo stato del Kerala è uno dei più popolosi in India e subito ci troviamo di fronte ad una selva umana. Gli sguardi penetranti, l’odore pungente di sudore ed i suoni assordanti della città mi confondono. Noi occidentali siamo abituati a ritagliarci uno spazio personale nei luoghi pubblici, una sfera ideale che ha per raggio la lunghezza del nostro braccio. Questa regola in India viene completamente stravolta. Il contatto fisico tra estranei è perfettamente accettabile, come anche fissare lo sguardo su una persona considerata strana. Nei trenta metri che separano l’hotel dalla spiaggia veniamo toccati e scrutati da centinaia di locali. La sorpresa è reciproca, visto che Warren Smith, Dillon Perillo, Chadd Konig, Jay Grant, il fotografo Chris Burkard ed io rimaniamo a bocca aperta di fronte alle onde: un picco sinistro che sembra perfetto per le manovre aeree. Io e Warren entriamo subito in mare, Craig Anderson si unisce subito a noi. Craig è in India da due settimane, impegnato in un altro progetto esplorativo. La prima domanda che mi viene in mente riguarda il cibo: “Come sta andando con il curry?!”. “Bene, anche se dopo un po’ non ne puoi più di tutte quelle spezie!” risponde. Non voglio sentire altro: l’amore per la cucina indiana è un tratto comune nel nostro gruppo e appena usciti dall’acqua ci tuffiamo nei sapori forti senza curarci dei possibili effetti collaterali. Il pungente sapore del peperoncino ci accompagna dalla colazione a base di poori e masala e dosa, fino alla cena costituita da thali, parathas, chappati e curry servito su foglie di banano. Terminiamo ogni pasto con le lacrime agli occhi visto che il gusto piccante sovrasta tutto il resto. Dopo un paio di pranzi extra-hot ci abituiamo e in poco tempo diventiamo dipendenti dal paneer masala, un piatto a base di formaggio fritto che ordiniamo in ogni ristorante. Capire cosa realmente contengano le pietanze è praticamente impossibile ma ci abbandoniamo a questo stile alimentare provando anche le ricette più insolite. E alla domanda dei camerieri: “Do you want it spicy?” iniziamo a rispondere “not spicy, we want it nuclear!”. L’unico ingrediente che ralmente manca alla nostra dieta è la carne, praticamente bandita per motivi religiosi. In un paese a maggioranza induista, che cioè crede nella reincarnazione, uccidere altre forme di vita è un tabù. Un precetto particolarmente adatto ai tempi attuali, in cui le risorse alimentari stanno riducendosi anche a causa della dieta ricca di proteine animali adottata dall’occidente.

KOVALAM
Nonostante tutti ci avessero avvertiti dell’inconsistenza dei break indiani la mareggiata non dà segni di calare e noi entriamo in contatto con Jay, un missionario laico del North Carolina che vive da anni in Kerala. È lui ad indicarci la spiaggia di Kovalam e la sua sinistra, risparmiandoci giorni di esplorazione. La storia di Jay è strana. Spesso interrompe il suo “imperialismo religioso” per infilarsi in caverne d’acqua. Il river-mouth di Kovalam, infatti, produce sinistre mutanti ed impegnative. L’onda aumenta di misura durante la corsa, il lip diventa sempre più spesso prima di esplodere fragorosamente a riva. Capiamo subito che la fortuna aiuta gli audaci: l’unico modo per uscire dal tubo è stringere i denti e crederci fino in fondo. Craig inizia a sparare air altissimi che si concludono quasi sempre con un coreografico wipe-out. Stranamente, il tubo più profondo lo prende Craig su un alaia! Warren atterra un bel alley-oop rischiando di spaccarsi le caviglie nell’impatto. La maggior parte delle onde, infatti, finiscono direttamente sulla sabbia. Ammaliati dalle onde e dalla tranquillità di Kovalam, rimaniamo tre giorni alternando sortite culinarie nei mercati della zona a piacevoli session tra le onde. Una scena rimarrà impressa nella nostra memoria per sempre. Un pomeriggio vediamo centinaia di pescatori impegnati a tirare un’enorme rete da pesca. Sembra il set di un film mitologico: scandiscono i loro sforzi cantando all’unisono e quando la rete è issata a riva, si dividono equamente il pescato: un perfetto esempio di solidarietà sociale. Puoi prenotare una visita al Taj Mahal, curare il tuo programma di viaggio nei minimi dettagli ma non potrai mai pianificare un incontro magico come questo!

KANYAKUMARI
Kovalam fin dagli anni ’70 è una delle destinazioni più gettonate nel subcontinente ed ha una spiccata vena turistica ma Kanyakumari, in Tamil Nadu, è molto diversa, un posto perfetto per entrare in contatto con il volto più vero dell’India. La relazione di questa città con l’Oceano è immediatamente percepibile. Il tempio di Swami Vivekananda, il palazzo più rappresentativo in città, è stato costruito su un’enorme roccia a qualche centinaio di metri da riva. La leggenda vuole che Swami, un mistico attivo nel XIX secolo, abbia raggiunto l’illuminazione proprio su questa roccia che costituisce lo spartiacque tra Oceano Indiano e Baia del Bengala. La sua visione sincretica, tesa ad integrare l’induismo con tratti della cultura occidentale, calza perfettamente con Kanyakumari. Due universi culturali diversissimi qui entrano in contatto: da una parte il background tradizionale, dall’altra le luccicanti tentazioni della modernità e dell’occidente. Le sorprese aumentano appena girata la punta meridionale del subconinente. Andando verso est, la città sfuma in una serie di villaggi sparpagliati lungo una striscia di sabbia bianca. L’erosione deve aver causato non pochi problemi a quest’area, vista la continua presenza di moletti. Ed è a lato di queste costruzioni che troviamo una serie di divertenti sinistre. Fin dalla prima session i ragazzini del villaggio escono dalle case incuriositi. Li vediamo arrampicarsi in cima alle staccionate per contemplare quello che, forse, non hanno mai visto prima. Sembrano folletti della giungla, agilissimi e fragili al tempo stesso e vanno pazzi per Craig! Probabilmente affascinati dalla sua chioma leonina, o dal suo sorriso tranquillo, lo circondano e tentano di attirare l’attenzione attaccandosi alla sua camicia: “Sono simpaticissimi!” commenta Craig “e non sono per nulla viziati. Basta rivolgergli la parola per farli contenti!”. Ogni volta che camminiamo sulla spiaggia i bambini vogliono trasportare le nostre tavole, gli asciugamani o l’attrezzatura fotografica, senza chiedere nulla in cambio. Abbiamo la prova dell’onestà di questa gente quando Dillon dimentica il portafogli in un mercato, con tanto di danaro e passaporto. Mezz’ora dopo stava ancora sul banco delle merci. Centinaia di persone erano entrate ma nessuno lo aveva toccato! “Credo abbia a che fare con il concetto di karma” commenta Dillon “l’induismo punta molto sulla pacifica convivenza e sulla fiducia reciproca”. “In molti posti sarebbe stata una tragedia!” aggiunge Warren “prova a fare lo stesso in Messico; in dieci minuti sparisce tutto! In India è diverso, non serve preoccuparsi. Nessuno ruba e nessuno è violento!”. In quest’atmosfera surreale surfiamo le sinistre di Kanyakumari, all’ombra di enormi templi, lasciando sulla spiaggia vestiti, soldi e gadget elettronici di qualsiasi tipo.

MISTICISMO CONTRADDITTORIO
Nell’unico giorno senza onde ci spingiamo qualche ora ad est nella speranza di surfare un promettente point destro, che però si rivela troppo piccolo. Spendiamo il giorno bighellonando in van per i villaggi raccogliendo materiale fotografico, fino a che non incontriamo una processione religiosa, accompagnata da tamburi e strumenti a fiato. La seguiamo a piedi tra le vie strettissime di un mercato. Le bancarelle sono agghindate a festa, con pendenti di perle, drappi colorati e mazzi di fiori che diventano il bersaglio delle mucche sacre. Una donna mi si avvicina, sorride e mi dipinge la fronte di bianco in onore del dio Shiva. Poi la processione arriva ad un enorme tempio di pietra. Fuori dalla porta le scarpe dei fedeli formano una montagnola alta oltre un metro! Lasciamo qui anche le nostre e ci avventuriamo all’interno. Appena varcata la soglia un enorme elefante in tenuta da parata ci viene incontro. È complenamente dipinto di bianco ed è governato da un signore piccolissimo, seduto tra le sue scapole. La folla gli porge monete abbassando lo sguardo al suo passaggio. La bestia raccoglie le offerte e tocca la fronte del donatore con la proboscide in segno di benedizione. Ipnotizzati dalla musica, dall’incenso e dall’atmosfera mistica notiamo a malapena le pesanti catene che legano le gambe del povero animale. L’atteggiamento del conducente sembra ben poco induista: frusta la bestia ad ogni movimento anomalo, raccoglie il danaro e non sembra per nulla interessato al rito. Questo rapporto conflittuale tra uomo e animali si ripropone poco dopo, quando un venditore del mercato mi offre un pettine in avorio. Dopo due giorni di esplorazione torniamo a Kanyakumari per sfruttare la terza mareggiata dal nostro arrivo. Il tratto di costa più promettente sembra essere quello attorno alla foce del fiume Pazhayar, dove una serie di picchi destri e sinistri producono onde perfette per i nostri ultimi giorni in India. Warren e Craig si tuffano immediatamente ma Dillon esita. Sembra pallido, la sua fronte è sudaticcia. L’ultimo paneer masala “nucleare” ha avuto la meglio su di lui. Si accuccia sulla sabbia in posizione fetale e si addormenta al sole. Dall’acqua vediamo decine di persone sbucare dalla giungla, scavare un buco, chinarsi e seppellire qualcosa nella sabbia. Ci accorgiamo che questa spiaggia è praticamente una latrina a cielo aperto. Quando torniamo a riva Dillon ha forti attacchi di diarrea e, in assenza di toilet, ha imparato ad arrangiarsi. Il nostro scopo era quello di vivere come i locali. Proprio nell’ultimo giorno del trip Dillon ha centrato l’obiettivo!

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