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Madagascar Extreme
Certi viaggi nascono da una catarsi dolorosa, una sete di vuoto estinguibile solo con un’odissea
a cura di Grant Twiggy Baker Condividi SurfNews
Foto: Alan Van Gysen
Senza cibo nè acqua, accampati fuori da un villaggio di contrabbandieri malgasci, in attesa che un ciclone ci colpisca. Gli sguardi inquisitori dei miei compagni, sparpagliati attorno allo spartano accampamento parlano chiaro. Cercano risposte o almeno un piano di fuga. Dopo tutto sono stato io il promotore di questa spedizione per l’inferno, è stata mia l’idea di spingere la Blue Fin, una goffa barca da pesca, troppo a nord, dritto verso la tragedia. E non ho niente da dire a mia discolpa: questo trip potrebbe anche finire ora, senza aver neanche aver visto le onde.

Che non si trattasse di una spedizione facile lo sapevamo fin dall’inizio ed eravamo pronti al peggio. Due idee ricorrenti ci hanno accompagnato nelle ultime settimane. La prima, positiva, è che nessun surfista, finora, ha osato avventurarsi in Madagascar nordorientale in Marzo, a caccia di un ciclone. La seconda è meno piacevole. Quella che intendiamo surfare è una delle coste più “squalose” del pianeta, e le precipitazioni sono frequentissime in questo periodo, rendendo l’acqua scura e minacciosa. Il cyclone Bengiza si è abbattuto su questi stessi spot appena una settimana fa trascinando in mare tronchi grandi come case. La Blue Fin, carica e lenta, alle prime avvisaglie di mareggiata non ce l’ha fatta a tenere il mare e quindi ci siamo fatti lasciare su quest’isola, 100 miglia lontano dalla nostra meta, con l’innocente speranza di ottimizzare il poco tempo a nostra disposizione. Sisi, il capitano ha provato a dissuaderci ma il pensiero di sprecare il “miglior” ciclone della stagione non era neppure contemplabile a quello stadio del trip. Il punto zero di questa spedizione è stata la frattura del mio legamento crociato anteriore, seguita da un’operazione al ginocchio, (sei mesi fuori dall’acqua) e da molta noiosa riabilitazione. Dopo un inverno di mareggiate mancate e la morte di un caro amico (Noel Robinson annegato a Puerto Escondido, ndr) avevo bisogno di qualcosa di diverso. Volevo perdermi nell’oceano, in cerca di una world-class wave che nessuno avesse mai visto prima. Ed ero disposto a tutto. Ma un conto è rincorrere sogni su google earth, un conto è raggiungerli fisicamente. Il mio piano originale era di girare un documentario su come sia ancora possibile scoprire onde di qualità anche senza un budget milionario. Volevo provare che l’avventura dei tempi “romantici” non era ancora defunta. Che è ancora possibile accamparsi su un’isola deserta, aspettare la mareggiata giusta e trovare la perfezione surfistica, senza l’aiuto di elicotteri, jet sky e quant’altro. Il Madagascar sembrava la sfida giusta. Le strade asfaltate, qui, sono considerate un lusso e le infrastrutture, lungo la costa di nostro interesse, quasi inesistenti. Di sicuro non corriamo il rischio di rimaner invischiati tra hotel di lusso e spa! Un tratto fondamentale del Madagascar, inoltre, è la sua diversità culturale. Assomiglia molto di più all’India e all’Indonesia che al vicino Mozambico. Ci sono almeno 10 gruppi etnici diversi sull’isola, influenzati dalle migrazioni indonesiane, africane ed arabe che hanno interessato queste coste nei millenni. Nella capitale Antanarivo, da dove sto scrivendo, l’etnia Merina, con i suoi occhi a mandorla e la carnagione olivastra, richiama da vicino le popolazioni di Sumba. E le similitudini non si fermano ai tratti del viso. Nonostante la distanza, le due popolazioni hanno un bagaglio culturale comune, a partire dalla lingua, di ceppo austronesiano, molto simile a malay, bahasa, indonesiano e polinesiano! Non è un caso se “ciao” si dica “bula” sia in Madagascar che alle Fiji! Ma le similitudini più sconcertanti sono quelle legate ai riti funebri. Come a Sumba, i defunti vengono riesumati a 6-10 anni dalla morte, e in loro memoria, vengono erette tetre colonne funebri. Il villaggio di trafficanti (si occupano di legno di rosa abbiamo poi scoperto) ne ospita tre. Intanto la popolazione locale ci guarda in cagnesco. Impieghiamo poco a capire che non hanno nessuna intenzione di aiutarci a trovare onde o di offrirci un rifugio in caso il tempo si metta al peggio. In uno stato di semidisperazione ci chiudiamo nella nostra tenda, sperando che il ciclone non la distrugga. La pioggia smette di cadere solo verso la mattina e appena prima dell’alba una voce famigliare ci sveglia. Sisi, il capitano della Blue Fin ha deciso di venirci a prendere sfidando le intemperie. Il suo sorriso è un’apparizione miracolosa! La spedizione continua! Nel tempo che la mareggiata impiega ad arrivare, troviamo due set-up splendidi e molti altri reef promettenti. Il primo che surfiamo assomiglia in tutto e per tutto a Nias, prima che il terremoto alzasse il fondale. Mentre l’acqua passa da fangosa a trasparente, Laurie Towner e Greg Long sfogano i giorni di frustrazione demolendo le onde con manovre potenti sulle ripide destre. Even Fergal Smith, dopo cinque mesi in Irlanda ha faticato ad adattarsi al calore dei tropici ma ora trova la sua forma grazie alla frescura del vento da terra. Un tubo in partenza seguito da un paio di manovre futuristiche sono la normalità con atleti come loro. L’area si dimostra una vera miniera di onde e noi passiamo di spot in spot senza troppo preoccuparci del fattore squali. Al terzo giorno in paradiso incontriamo i primi esseri umani. Si tratta di alcuni pescatori malgasci, stupiti dal vederci entrare in mare con tanta confidenza. Secondo loro la costa qui pullula di Zambesi, gli squali più aggressivi. Il mese scorso ne hanno catturati più di cento con una sola calata di rete, alcuni lunghi oltre tre metri. In qualche modo ci scrolliamo di dosso questi cattivi pensieri e continuiamo a surfare e pescare per altri tre giorni, accampati su una laguna idilliaca. Tutto sembra procedere perfettamente fino a che un incidente ci riporta alla dura realtà. Durante una ricognizione, un set più grosso del normale mette paura al macchinista, Pierre, che spinge i motori avanti-tutta per togliersi d’impaccio. Il capitano Sisi non si accorge di nulla, l’onda esplode sulla barca, sbattendolo con la gamba sulla ringhiera. Quando torna la calma lo troviamo steso, con il ginocchio piegato a 90° verso l’esterno ed il femore visibilmente rotto. Riusciamo a bloccare l’emorragia e a steccare l’arto, mettendolo in sicurezza. Resta il problema di portarlo in un ospedale! Lo fissiamo ad un SUP e tentiamo di raggiungere il villaggio più vicino. Cala la notte mentre trasportiamo Sisi su questa barella improvvisata lungo la spiaggia fino ad un fiumiciattolo. Attraversandolo ci tornano in mente i racconti dei pescatori, che fino ad allora avevamo tranquillamente ignorato. Fortunatamente il villaggio si trova proprio sull’argine di fronte e raggiungiamo la riva senza problemi. Lo salutiamo mentre l’unica auto del villaggio lo trasporta verso un ospedale, chissà quante ore distante. La mattina successiva le onde sono calate ma ancora molto divertenti ed il clima sarebbe perfetto. Ma un senso di smarrimento pervade il nostro accampamento. Tutti vagano come fantasmi, pensando alle disavventure della notte prima. Di colpo ci sentiamo vulnerabili e cadiamo per la seconda volta vittime di legittime paranoie. L’idea di partire prima, di abbandonare questo progetto e tornare alla civiltà si insinua nel gruppo ed irrompe nelle discussioni, come un incendio improvviso. Abbiamo abbastanza materiale fotografico, no? Inizio a sentirmi tagliato fuori, vittima di un ammutinamento. Tutti sanno che non abbandonerei mai il campo senza aver completato il progetto, ma pensano di farmi cambiare idea, facendo fronte comune. Questa situazione da reality show crea ansia per due giorni poi alcune notizie positive dal villaggio riportano in su il morale: Sisi ce l’ha fatta, è arrivato sano e salvo ad Antanarivo ed è stato operato alla gamba! Ora sta bene. Il dottore si è complimentato per la steccatura fatta alla gamba. Conoscere le tecniche di primo soccorso è indispensabile in missioni come questa. Saperlo sano e salvo ci dona fiducia. Cominciamo a gustare il dolce sapore di una missione portata a termine al meglio, superando situazioni apparentemente invalicabili. Purtroppo la mareggiata generata dal ciclone sta sfumando ed i point appena scoperti si riducono a schiumette insurfabili. Smontiamo il campo base, carichiamo tutto sulla Blue Fin e puntiamo verso sud, mappando ogni insenatura e reef sulla nostra rotta. Le potenzialità di questa costa sono sorprendenti. Servirebbero 10 anni per renderle giustizia. Tra le tante onde sciegliamo un point sinistro distinguibile per il grosso relitto a lato del take-off. Ci accampiamo sulla spiaggia per due giorni, alternando pesca e surf, poi il maltempo ci raggiunge di nuovo forzandoci a riprendere il mare. Aspettiamo il ritorno di condizioni favorevoli in un sudicio hotel di Antanarivo. Io e Greg riordiniamo il materiale cartografico raccolto nel viaggio e identifichiamo una serie di point su sabbia, probabilmente raggiungibili via terra. La decisione di caricare un 4X4 e tornare nella giungla, dopo l’odissea appena conclusa, non è stata presa a cuor leggero. Siamo esausti, e non ci stupiamo se Fergal e Laurie decidono di lasciarci, assieme al fotografo Alan. Rimaniamo in tre, il filmer Jason Hearn, Greg ed io. Primo stop Maroantsetra, l’aeroporto più vicino alla costa nordest. Anche se la distanza tra aereoporto e mare è minima, le condizioni stradali rendono il viaggio estremo. Sono i nostri nuovi driver, Mr Skarf ed Emile a ricordarcelo mentre carichiamo la jeep. Ci mettiamo poco a capire che questa escursione overland, è ancora più impegnativa della prima via mare e che senza la conoscenza locale dei nostri nuovi amici non avremmo nessuna speranza. Senza la protezione della barca, siamo completamente in balia dell’ambiente esterno e dei suoi problemi di carenza igienica. Da subito prendiamo la dissenteria. Le recenti alluvioni, poi, hanno reso fangoso ogni accesso alla costa. Le nostre giornate di solito iniziano con alcune ore di fuori-strada estremo, continuano a bordo di motorette e terminano con una lunga camminata fino allo spot di turno. Alcune di queste “gite” risultano particolarmente estreme, con l’utilizzo di piroghe e portatori per traghettare le moto sulla sponda opposta di vari fiumi. In una settimana riusciamo a controllare solo due aree promettenti totalizzando un paio di session mediocri. Poi un giorno troviamo qualcosa di diverso: una baia, sormontata da una piccola isola. Man mano che ci avviciniamo alla cima del point le onde si fanno visibili. Lunghe destre che frangono vicino a riva su fondale di sabbia. Le previsioni parlavano di 6ft a soli 9secondi di periodo ma l’onda è lunga quasi un chilometro! Cosa inusuale per un periodo così breve. Potrà sembrare stupido e superficiale ma questi sono i momenti per cui vivo. Il più bel ricordo di questo viaggio sarà la prima onda in questo nuovo point. Sono emozioni che rimangono dentro per sempre. Ed è piacevole sapere che ci sono ancora posti come questo, in attesa di qualcuno con un sogno e un minimo di forza di volontà. “Come sarebbero le onde con una mareggiata da 12-15 o 20 secondi?”. In silenzio, sul line up, questa domanda rimbalza nel cervello di tutti. Solo un’altra odissea come questa potrebbe dargli risposta.

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