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Derek Hynd
And The Free Friction Conspiracy
a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews
Foto: Emiliano Mazzoni e Antonio Muglia
Rivoluzionario, cinico, iconoclasta: i media hanno usato molti aggettivi per descrivere l’approccio alle onde di Derek Hynd e la sua radicale rilettura del surf post-contatto. Parole pesanti, termini che nascondono paura. Affermare che Tom Blake inventando la pinna abbia segnato il declino dello He’e Nalu, indirizzandolo verso l’attività uni-dimensionale e marchettara che conosciamo oggi come “surf”, è una teoria capace di minare il settore dalle fondamenta, specialmente se proferita da un ex top 10 del circuito mondiale, acclamato giornalista e storico dello sport. Prima di conoscerlo ero affascinato dalle sue teorie anti-establishment, ma non riuscivo a capire come potessero trovare applicazione nella vita quotidiana dei ”comuni mortali”, specialmente qui in Mediterraneo. Poi, a fine giugno Derek e la fidanzata Taylor Miller hanno fatto tappa in Italia per tre settimane. La scusa: un field-work per Taylor che si sta laureando all’Università di Sydney con una tesi di sociologia comparativa sul surf in Italia. E allora l’ho visto partire su una sinistra di Ansedonia, seguito dagli sguardi curiosi di David Pecchi (uno dei suoi adepti nel culto free-friction) e Ale Ponzanelli. La tavola di Derek, un vecchio fish senza pinne con i rail risagomati, ha disegnato linee che neppure pensavo possibili su onde come quelle. La traiettoria alta sul lip con l’immancabile power-slide alla Bertlemann, la velocità che riusciva a tenere su sezioni lente, hanno reso la sua prospettiva di colpo affascinante, accettabile anzi invidiabile. Derek si ispira alle planate dei gabbiani e delle sule, non ai trend del mercato. La sua teoria sull’assenza di attrito, la sua mania di “strappare” le pinne dalle tavole, non è solo una presa di posizione o, come dice lui, “un esercizio di economia politica” ma rappresenta un modo alternativo di cavalcare onde, siano quelle perfette di J-Bay o le elusive schiume del Mediterraneo.

Italia e Sud Africa: perchè due posti così diversi in un solo trip?
Derek: Ad una prima lettura, può sembrare strano passare da J-Bay all’Italia. La connessione sta nella ricerca: di onde a J-Bay e sul campo qui in Italia per la tesi di Taylor che focalizza proprio sulla nascita e la diffusione del surf qui da voi.
Taylor: In partenza il programma era di bilanciare le due cose, ma alla fine abbiamo surfato quasi tutti i giorni anche in Italia! E ci siamo abbuffati di cibo in entrambi i posti!

E come si inserisce la tua ricerca sulle tavole in tutto questo?
Beh, il parallelismo è immediato, perchè la maggior parte delle tavole che uso nascono proprio dall’esigenza di riciclare. Ho iniziato quattro o cinque anni fa, quando un amico ha regalato nove belly-board a mio figlio, tutti delle stesse dimensioni. Il proprietario aveva trovato la sua tavola ideale e desiderava sbarazzarsi di tutte le altre. Poi mio figlio è cresciuto e non le usava più. Quelle tavole sono state il punto zero del mio R&D sul surf senza pinne. Riciclare è il mio modo per capire cosa funziona e cosa non funziona.

Che metodo usi?
Beh, è stata una scelta facile quella di rimodellare tavole nuove che non funzionavano o tavole dismesse, specialmente quando arrivo in un posto e per qualche motivo non ho le mie tavole al seguito. Bisogna dire, però, che il surf free-friction non è per tutti, a molti non interessa per niente. Ma per i pochi curiosi posso dire che il modo migliore è quello di “tagliare” quello che non serve. Proprio come negli anni ’60, quando i ragazini segavano via nose e tail da un longboard per risparmiare soldi. In poche parole tolgo le pinne, taglio parte dal tail e lo assottilio, uso la stuoia per riresinarlo e creare bordi e channel taglienti che poi non carteggio. Giusto una passata. In tre ore, se tutto va bene, la tavola è pronta.

Quale è stata l’ultima tavola che hai riciclato?
Andrew Kidman aveva due repliche di tavole di Simmons. Una era perfetta ma l’altra faceva letteralmente schifo, così l’ha data a me. Questo la settimana scorsa (inizi agosto ’11, ndr). In Italia ho fatto lo stesso, grazie a Roberto Bacchereti, uno shaper di Bellaria, sulla costa est. Mi ha letteralmente salvato il mese scorso, visto che Lufthansa ha perso le nostre tavole, per la seconda volta! Roberto ha aperto per noi il suo laboratorio alle due di notte e anche se non ci eravamo mai incontrati prima, ha sacrificato la sua prima tavola, un fish largo 23” che quindi costituiva una sfida. Il giorno dopo stava già prendendo onde over-head in Sardegna! Riciclare tavole è perfetto nelle situazioni di emergenza, altre volte si tratta di un esercizio di economia politica: lasciarsi alle spalle le convenzioni e focalizzare sull’autosufficienza.

Cosa si nasconde, ideologicamente, dietro all’approccio fin-less. Cos’hai contro le pinne?!
In ultima analisi qualsiasi cosa ti dia emozioni, nel surf, va bene. Non c’è nulla di male nelle pinne, specialmente quando la tavola è costruita correttamente. Ma questa è la via più aggressiva, quella fatta di attacchi pianificati, manovre strutturate. Io non ce la facevo più a seguire questa strada. Non volevo più sapere dove stavo andando sull’onda. Negli ultimi due anni in molti si sono accorti che il surf è diventato un esercizio a senso unico, a causa del mercato e di tutto quello che comporta. La stessa cosa succede sia in acqua che nell’industria: omologazione totale.

E quindi pensi che il surf moderno sia qualcosa di monotono?!
Ti faccio un esempio pratico. Fabio Cioccari è stato, con il negozio H2O, uno dei primi a credere nel surf in Italia. Recentemente si è tolto completamente da quel business e ha iniziato una nuova carriera come ristoratore. Lo siamo andati a trovare nel suo ristorante poco fuori da Anzio. Ha dipinto un quadro assolutamente purista della situazione. Fabio è uscito dall’industria del surf perchè non ne poteva più delle stronzate che vedeva nella scena e di quello che i suoi clienti si aspettavano da lui: la stessa “moda” unidirezionale che attraversa tutta l’industria oggi, in mare come nei negozi. Io mi sono sentito come Fabio cinque, forse dieci anni fa, vedendo la rivoluzione delle tavole retro, in particolare il fish, prendere una direzione falsa, completamente bastardizzata. Nessuno stava capendo il messaggio di purezza dietro al ritorno del fish, come lo vedevano a San Diego. Si tratta di un lungo processo che prevede di lavorare alla chiglia, ottenere una tavola perfetta per il proprio rapporto peso/forza muscolare e usarla nel giorno giusto, con la marea giusta. La gente, sia i profani che i professionisti, invece hanno preso la via più facile, cambiando le linee d’acqua del fish e piantandoci tre o quattro pinne.

E questo è successo d’improvviso o è stato un processo lento?
È stato Rich Pavel, con un certa dose di ipocrisia, ad iniziare tutto. Rich è uno shaper brillante, formatosi sotto l’ala di Lis and Frye. E nel 2000 mi ha shapato alcune tavole splendide. La sua filosofia, però, è un po troppo arbitraria. Ha iniziato subito a collaborare con i pro del circuito e con gli shaper, sembrava dire: “ditemi come volete la tavola e io ve la costruirò”. In questo modo ha lasciato che la purezza del fish, raffinatosi attraverso varie generazioni, entrasse in contatto con i nuovi professionisti del soul surfing. E così quello che era nato come un concetto positivo si è omologato al surf reazionario e prevedibile. È questa mentalità che ha fatto abbandonare l’industria a gente come Fabio. Allora mi sono liberato delle pinne, come reazione al trend, per allontanarmi da tutta questa spazzatura.

E chi altro è responsabile per questa massificazione?
Nessuno in particolare, ma la storia del surf attraversa punti di svolta. La mentalità reazionaria, cioè la tendenza a rimanere ancorati a un sentiero basilare, è forse iniziata proprio con Tom Blake e la sua invenzione, la pinna. La pinna ha reso totalmente obsolete le tecniche della tradizione hawaiiana. Da allora il surf è diventato uno sport praticabile con una certa facilità, non più un viaggio spirituale, da percorrere a step successivi. Fu questo il primo passo verso la massificazione dello sport.

Le manovre che hai fatto oggi in mare mi sembrano molto simili a quelle degli alaia. Stai forse girando le spalle a 80 anni di evoluzione?!
Si, in apparenza ci sono similitudini tra i due stili ma in dettaglio si tratta di due cose diverse. Il surf free-friction è abbastanza lontano da quel mondo. Dal punto di vista dell’evoluzione, trovo similitudini con le ricerche portate avanti da Joe Quigg negli anni ’40 e ’50. Nei primi anni ’50 Quigg costruì un perfetto gun per Makaha: senza pinne! Purtroppo vide la sua idea marcire ancor prima di essere matura. L’uso della pinna aveva preso piede solo da due anni circa. E alle Hawaii in molti non concordavano con quanto inventato da questo “bravo” haole, cioè Tom Blake. Forse si trattava di un riflesso dell’America post-bellica, in cui tutto cominciava ad essere prefabbricato e facile, ma non necessariamente migliore. Joe aveva un profondo rispetto per Rabbit Kekai, come ha scopero Jack McCoy pochi anni fa, intervistandolo per il film A Deeper Shade Of Blue. Joe aveva visto Rabbit entrare ed uscire da un tubo enorme a Queens (Waikiki, Oahu), su una tavola senza pinne e disegnò a mano quella scena, un disegno chiarissimo che ha mostrato a Jack. Gran parte della rivoluzione di Malibù la dobbiamo proprio a Kekai. Joe Quigg si trasferì alle Hawaii e fu li che costruì il suo master gun. Ma era troppo tardi, la sua frustrazione era palpabile nell’intervista. Aveva capito che c’erano molte direzioni che potevano essere esplorate fino agli anni ’50 ma che l’affermarsi massiccio della pinna aveva cambiato tutto. Così uscì dal mondo del surf, divenendo un pioniere negli studi sulla velocità di catamarani e paddle-board.

Quindi, dove sarebbe arrivato il surf se la pinna non fosse mai stata inventata?
Un punto di partenza va cercato nei ragazzini che surfavano il Kuhio Wall (Waikiki, Hoahu). Larry Bertlemann è stato un’estensione di questa realtà, quella dei ragazzini cresciuti guardando Rabbit Kekai ai tempi di Blake. Il surf sarebbe diventato uno sport progressivo ben prima. Forse non in onde grosse, ma chi può dirlo? Pat Curren ha sempre detto che l’unica cosa a contare veramente nei giorni enormi a Waimea era il rail (non la pinna). Forse il rail sarebbe diventato il punto focale del design ed è su questo concetto che sto lavorando ora. Bertlemann, Mike Ho, Mark Liddell, Buttons, e Dane fino alla metà degli anni ’70 usavano tavole con pinne piccolissime, spostate molto avanti nella tavola, eppure il drive che ottenevano era incredibile. Le manovre erano spettacolari. I ragazzini impazzivano durante i surf-movie. Tutti amavano quello stile radicale, libero e divertente, simile allo skate. Ma cosa è successo a quella generazione? Ve lo siete chiesti? Sono stati tagliati furi dal surf competivo (allora era l’IPS Tour) perchè le loro manovre erano così diverse e dinamiche da lasciar sbalorditi i giudici. Nel ’78, per esempio, i giudici diedero solo cinque punti a Liddell per un loop carving, una manovra mai vista prima in competizione e che andava molto oltre le pose statiche del surf di allora. Il livello della loro performance costituisce la connessione con Kelly Slater. Loro facevano allora le stesse manovre che Slater avrebbe fatto dodici anni dopo. Dove sarebbe andato il surf? Sicuramente avremmo visto più manovre alla Kelly. Gli hawaiiani sono surfisti incredibili e non è facile immaginare dove sarebbero arrivati se la pinna non avesse preso così piede.

Che relazione c’è tra i pensatori “liberi” come te e l’industria di settore. Esiste qualche forma di comunicazione?
Beh prima di tutto io non sono un pensatore “libero” ma “razionale”. Comunque la comunicazione non esiste. Da una parte abbiamo Jordy Smith e Dane Reynolds che stanno facendo miracoli mostrando alla popolazione di internet quello che sanno fare. La copertura fornita dalla rete è eccellente. Quello che non capiscono è che potrebbero cambiare radicalmente il surf. Sono coinvolti in un sistema reazionario, chiuso e conservatore, immutato da quando la ASP è salita al potere nel 1982. Si tratta dello stesso sistema: aspetti un’onda, la prendi, aspetti che i giudici ti diano un voto e ricominci da capo. C’è poco spazio per esprimere talento.

Quindi sei completamente contro le gare? Capirai che suona strano detto da un ex professionsita come te.
Non sono contro le gare, sono contro a come sono strutturate le gare oggi. Jack McCoy ed io nel ’99 abbiamo studiato un formato di gara chiamato IS Tour. Kelly ed Andy erano coinvolti e come loro molti altri. Ma la crisi della borsa negli States bloccò tutto. Il nuovo tour avrebbe visto meno atleti coinvolti, un totale di otto per ogni evento, più quattro wild card e quattro locali. Il processo di qualificazione e retrocessione sarebbe stato costante. Una gara sbagliata sarebbe stata sufficiente ad esporre un atleta agli attacchi di chi è tra il 9° e il 16° posto. In poche parole un surfista talentuoso sarebbe potuto passare dal millesimo posto ai top 8 in un solo anno, creandosi una carriera velocissimamente.

Sei stato coinvolto nelle gare e nell’editoria di settore per tutti gli anni ’80 e parte dei ’90. Che differenza vedi tra i professionisti di allora e quelli della generazione post-Momentum?
La differenza è lampante. Una generazione voleva vincere, l’altra no. I pro di oggi sono solo interessati ai contratti con gli sponsor e alla qualità della vita che conducono. E questo li ha resi vulnerabili nei confronti di Kelly, l’unico con la testa sulle spalle e la voglia di vincere. Ci sono stati solo quattro atleti che hanno dato del filo da torcere a Kelly. Andando indietro nel tempo si tratta di Andy Irons, Shane Beschen, Tom Curren e Martin Potter. Gli ultimi due hanno conosciuto Kelly verso la fine della loro carriera quindi il risultato è stato prevedibile. Kelly sembra essere vulnerabile solo quando l’attitudine del suo avversario è negativa verso di lui. La sua strategia è stata veramente intelligente: ha fatto amicizia con tutti, una cosa che gli viene naturale, è difficile non voler bene a Kelly. Ed è per questo che si è affermata la Momentum Generation, perche lui ha raccolto tutti sotto la sua ala. Tornando alla domanda, devo dire che non sono soddisfatto nè dalle gare nè dal free-surfing. Entrambi mostrano una mentalità reazionaria che non esprime la forma pura del surf. Una vera seccatura.

Sei stato il promotore del progetto “The Search”, una campagna mediatica che ha consegnato dozzine di secret spot al surf di massa. Non ti senti un po’ in colpa?
Si, sono stato veicolo di crescita commerciale. L’industria ha preso alcune delle mie idee e le a sviluppate in molte direzioni. The Search, ad esempio, ha avuto la colpa di sfruttare le conoscenze di pochi surfisti navigati, distruggendo quelli che per i primi esploratori erano “rifugi sicuri”, posti in cui surfare onde perfette e non affollate. C’è molto di cui sentirsi in colpa ma l’idea originale non era quella di affittare una barca costosissima per far surfare Tom Curren. Il progetto è nato sottotono, poi l’industria lo ha fagocitato, creando orde di surfisti disposti a mettere assieme i loro soldi per affittare una barca e partire.

Come vedi questo trend ambientalista nel surf? Si tratta di qualcosa di buono o è solo green-washing fatto per vendere di più?
Dipende da varie cose, ad esempio dal prezzo delle materie prime sul mercato e dalla loro provenienza, dipende da quanti viaggi vengono fatti dal personale della ditta, e anche da se il capo surfa o meno. Limitare volutamente gli orizzonti commerciali della propria azienda in nome dell’ambientalismo è molto difficile. L’unica via sostenibile è quella di vivere di fronte ad un point, con grande abondanza di pesce e nessun bisogno di mezzi a motore. Penso che sarebbe difficile mettere in piedi un surf business con queste caratteristiche. In definitiva un surfer è tanto più “green” quanto meno è connesso con l’industria. In Italia ci sono vari posti in cui questa utopia potrebbe realizzarsi.

Parliamo della ricerca che state conducendo in Italia. Avete intervistato dozzine di surfisti dalle più disparate classi sociali, che idea vi siete fatti del surf qui da noi?
La tesi a cui sta lavorando Taylor è l’inizio di un progetto più grande. L’Italia mi ricorda molto le Outher Ebrides, in Scozia. Nel 2000 lassù iniziavano a vedersi i primi camper parcheggiati sullo spot e i locali già si lamentavano. Da quello che abbiamo visto in queste tre settimane, gli spot principali in Italia sono già affollati e l’attitudine è innocente ma primitiva. Sembra di stare in Australia all’inizio degli anni ’70 o tra i surfisti dei Grandi Laghi negli States, per certe cose. Il surf unisce, nel senso che tutti aspettano la mareggiata con uno spirito tribale. Ogni pomeriggio si spera che la brezza da mare produca qualche onda surfabile, è un’attesa romantica, che si protrae fino a buio a volte. Di contro mi preoccupano gli aspetti primitivi della vostra scena, in particolare la droga e la violenza in mare. Penso che qualcosa presto cambierà e che non sarà per nulla piacevole. Stamattina stavo per rinunciare ad entrare in mare ad Ansedonia. Le onde erano appena sufficienti per le sei persone già sul picco. E non puoi neppure aspettare che qualcuno esca dall’acqua, visto che le onde calano molto in fretta e altre persone potrebbero arrivare da un momento all’altro. Ma tutti sono incredibilmente aperti ed onesti circa quello che fanno, incluso fare una canna tra una session e l’altra.

Parlando di localismo. Com’è la situazione in Australia?
La maggior parte dei surfisti surfa a casa propria. L’unico problema è che alcune spiagge sono considerate pubbliche e universali, e questo fa infuriare i locali. Byron Bay è uno di questi posti e il localismo è veramente soft. Superbank è un’altra situazione simile: uno zoo totale! In spot come questi la gente arriva e si aspetta di prendere le onde che ha visto per anni sui giornali.

Parliamo della tua performance a J-Bay e delle tavole che usi su quell’onda.
Beh, c’è una cosa che non è mai cambiata a Jeffrey’s Bay da quando ho iniziato ad andarci nel ’79: la sula, quel bellissimo uccello marino con il becco giallo. Io mi fido ciecamente della sula e del gabbiano. La sula surfa le onde a velocità altissima, planando a pochi millimetri dall’acqua, completamente senza attrito. E tutti i surfisti, giovani e vecchi che siano, nella loro mente pensano: “Cazzo che linea! Incredibile!”. Io ho passato gli ultimi cinque anni tentando di surfare come le sule e negli ultimi tre anni ho trovato un modo per farlo: senza pinne. Si tratta di andare a tutta velocità, di alzarsi veso il lip e lasciarsi scivolare, perdendo aderenza. Un lungo rock&roll slide sulla parete dell’onda, dove solo una piccola parte della tavola tocca l’acqua. Il tempo sembra espandersi in questa situazione, un po’ come succede nel tubo (a detta di Shaun Tomson): ti sembra che quell’istante duri tantissimo anche se non è così.

La tua “teoria della sula” è applicabile anche su onde meno che perfette come quelle che hai trovato in Mediterraneo?
Derek: La cosa bella di riciclare sta nel fatto che puoi prendere una schifezza di tavola e trasformarla in un mezzo velocissimo che funziona anche in condizioni di mare pessime. Questo modo di surfare ti mette a contatto diretto con l’onda. Pensate a George Greenough che si è liberato fin da giovane delle tavole tradizionali per surfare basso, con un kneeboard o un materassino. Questo ti permette di percepire direttamente la forza dell’onda e, se vogliamo, dell’universo. Senza attrito non importa fare manovre, prendi un’onda e immediatamente pensi: “cazzo che figata!”. E magari chi ti guarda dalla spiaggia pensa “ma cosa fa quello scemo!?” ma intanto tu, sulla tavola, pensi di aver superato la barriera del suono! In verità non stai andando molto più veloce del normale ma il feeling è fantastico. In particolare sulle onde mediocri, ogni tavola può essere riciclata ed usata con successo.
David Pecchi: Derek ha ragione, le onde in Italia sono compresse, formate da sezioni corte; sono perfette per il free friction. Seguo le teorie di Derek dal 2005, alternando surfate tradizionali ad esperimenti free-friction. Senza pinne riesci ad anticipare le partenze e a immaginare traiettorie diverse. Ti costringe a usare tutto lo stile che hai dentro perchè la tavola è quasi ininfluente. Free friction è purezza totale.

Parlando di sostenibilità, come vedi il movimento alaia iniziato da Tom Wegener?
Tom aveva tutto il diritto di fare quello che ha fatto. Ha una famiglia da mandare avanti. La sua produzione di Alaia non gli ha fruttato un gran chè. Non si faceva pagare abbastanza e ha dato i propri design a tutti. Si è tagliato la gola da solo commercialmente. Così non gli è rimasto altro che vendersi più in fretta possibile, sfruttando le sue idee fin che erano fresche nella testa della gente. La sua versione di plastica dell’alaia è una contraddizione in termini, visto tutto il discorso fatto da Tom sul legno. Si è trasformato da Miles Davis ad una pop star in una notte! Inevitabilmente il mercato sfrutta situazioni come questa e grazie a lui ha inglobato nella stessa dimesione reazionaria anche il movimento alaia. E io sono testimone di tutto questo: tutte le cose che amo di più vengono distrutte e ridistrutte, come il fish con Rich Pavel. E la cosa che più mi tormenta è che in qualche modo dovrò iniziare a produrre tavole, ma vorrò farlo in modo “core”, per evitare che anche il surf free-friction si perda in qualche fabbrica asiatica.

Se stai pensando alla produzione non sei totalmente pessimista verso il mercato.
Vedo una possibilità nel lavoro di piccoli gruppi. Per esempio quello che sta facendo Andrew Kidman dopo Litmus: mantenere le cose ad una scala umana, circondarsi di persone fidate e non lasciar trapelare troppe cose fuori dal proprio gruppo. Sono un piccolo gruppo molto soul e per questo degno di gran rispetto. Io invece sono fuggito, e vorrei che altra gente fuggisse con me. E vedo David Pecchi che ci sta riuscendo, Roberto in costa est è sulla strada buona e anche i miei amici di Anglet hanno capito di cosa si tratta e si stanno ritagliando la loro nicchia. Poche persone, certo, ma spiritualmente motivate. Questa attitudine va preservata anche in Italia. Siccome siete indietro 30, forse 40 anni nel mondo del surf, l’industria ha saltato molti stadi importanti dell’evoluzione. E quindi sicuramente ci sono gruppi di persone che non hanno voglia, o non riescono, a relazionarsi con la realtà commerciale odierna. È anche un modo per mantenere le cose basilari, con valori etici saldi. Non credete alle favole raccontate dalle grosse ditte, il motto “made by surfer for surfers” nella maggior parte dei casi è una bugia. Ma può essere ancora applicabile a piccoli gruppi di persone.

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