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JAZZIN’ SÀI GÒN

a cura di Sam Bleakley/SurfExplore Condividi SurfNews
Foto: John Callahan/Tropicalpix
SWING MONSONICO, TRAFFICO SINCOPATO E ASSOLI ORGANOLETTICI. DISSERTAZIONI ESPLORATIVE SUL VIETNAM ORIENTALE.
Attraversare la strada a Sài Gòn è, di per sé, un test di sopravvivenza. Lo skyline della centralissima Pham Ngu Lao rapisce lo sguardo solo per pochi secondi, prima di consegnarti in pasto ad un fiume rombante di moto e scooter. Ronzano e sciamano come insetti, avvolgendo di fumo grigio i marciapiedi e le bancarelle di castagne e seppie arrostite che li affollano. A Sài Gòn otto milioni di abitanti sfrecciano su quattro milioni di motorette: una seconda forma di vita da cui dipende la prima. I vietnamiti fanno di tutto al volante di una vespa. Intere famiglie chiacchierano stipate tra sella e manubrio, le coppiette si scambiano effusioni, e tutti inviano sms ed email incuranti del girone dantesco in cui sono inseriti. Non esistono segnali stradali, attraversamenti pedonali o pause nel flusso: puoi solo affrontarlo di petto, presumendo che ti lasci entrare e che ti risputi dall’altra parte della strada incolume. Un locale divertito dalla mia titubanza mi suggerisce di attraversare la strada leggendo un giornale: «mostra sicurezza, vedrai che tutto andrà bene». Forte delle sue teorie, mi immergo nella bolgia. Finchè mantengo la calma, mi lasciano passare, schivandomi con facilità, poi perdo il ritmo e vengo sopraffatto dai flutti metallici rischiando la vita. Mi giro verso Callahan e gli ricordo che mio zio perse una gamba in un incidente di moto a 17 anni. «L’unica cosa su cui i miei genitori concordavano era che non avrei mai dovuto viaggiare in moto!» mi risponde col terrore negli occhi. Il pedone, a Sài Gòn è letteralmente l’ultima ruota del carro!

Dopo esserci ricaricati con un caffè ghiacciato (ca phe sua dá), Baybay Niu (campionessa taiwanese di longboard), Callahan ed io, filosofeggiamo sulle meccaniche del traffico. A prima vista assomiglia ad un beach-break con vento da mare: per uscire basta schivare i set più grossi. Questa teoria, però, si dimostra sbagliata da subito. Non c’è nessuno spazio tra una “honda” e l’altra, solo un flusso ininterrotto di Suzuki e Vespa. Tento un altro approccio confidando sul mio background musicale: nel jazz il maestro dei tempi “anomali” era Dave Brubeck. In canzoni come “Take Five” (nell’album “Red Hot and Cool”) riusciva ad incastrare cinque note in un tempo di quattro quarti. Una volta che capisci le strane sincopi di questo ritmo, riesci a muoverti agilmente tra le note, o tra le moto, come per magia. «È come cammianare verso il nose in un’onda sporcata da un chop laterale!» esclamo appena raggiunto il marciapiede opposto. Nessuno sembra convinto da questa definizione ma la tecnica più efficace è questa: impara le tempistiche dell’onda e muoviti di conseguenza. Brubeck, spesso bollato come “leggero” dagli integralisti del hard-bop, è un jazzista interessante con molto da insegnare. Presto scopriamo che anche il cibo, delicato e robusto assieme, assomiglia ai suoi ritmi anomali. Il traffico, il cibo: se sei pronto ad ascoltarle, queste ritmiche contorte ti fanno entrare direttamente a contatto con la cultura locale, senza passare attraverso la lingua. Le ricette vietnamite, ad esempio, hanno una tensione interna che ti lascia senza parole: accoppiano il dolce al fresco e al piccante in fraseggi organolettici paradossali. Nelle cucine di Sài Gòn le verdure saltate in padella e i pesanti stufati, tipici del nord, si mescolano ai frutti di mare del sud, scottati sulla brace. Questa sinergia è visibile, e gustabile, nelle tagliatelle in brodo (pho bò in vietnamita), un piatto imperdibile, piccante e rinfrescante allo stesso tempo. E come il jazz di Brubeck, anche la cucina nazionale si basa sulla magia del numero cinque: cinque spezie curano cinque organi attraverso i cinque sensi. La mia prima ciotola di pho bò mi colpisce allo stomaco con una raffica di gusti leggeri e complessi allo stesso tempo. Le cipolle abbrustolite ed il brodo di coda di bue veicolano le fragranze di finocchio, chiodi di garofano, anice stellata, ginger arrostito e cardamomo nero. Le spezie si depositano nelle fette di carne e nelle tagliatelle di riso esaltando i toni freschi della menta e dei germogli di soia. Pungenti assoli di peperoncino ammorbiditi dal succo del lime sono i tratti più espliciti di questa contaminazione “red hot and cool”. Al di là della passione per il cibo, i vietnamiti sono una popolazione giovane e incredibilmente operosa, che sta letteralmente ridisegnando lo stile dell’economia comunista. Ma ci sono anche lati oscuri. Proprio mentre le cicatrici del colonialismo stanno sparendo dal corpo sociale, nuove ferite si aprono. L’inquinamento causato dalla pesante industializzazione e la cronica dipendenza dal turismo sono le più evidenti. Fortunatamente il Vietnam offre buone possibilità anche ai surfisti. La costa attorno a Nha Trang, 450Km a nord di Sài Gòn è caratterizzata da onde ottime e praticamente deserte durante la stagione dei tifoni (da aprile ad ottobre). La maggior parte dei 3.260Km di litorale, però, non è ancora mappata. Per approfittare di questo enorme potenziale surfistico, John, Baybay ed io abbiamo puntato su una serie di point sinistri tra Vung Tàu e Ke Ga, una costa interessata dalle onde ma risparmiata dagli eccessi eolici del monsone di nordest, lo stesso che attiva i lunghi point di Hainan e della Malesia Orientale. Finalmente ci lasciamo il traffico di Sài Gòn alle spalle e raggiungiamo la costa: un paio d’ore ad est della capitale. Vung Tàu è una penisola a forma di aquilone. Offre una spiaggia color bronzo (Bãi Sau) lunga 10Km ed una baia ad arco, costellata di piccole barche rotonde, cariche di nasse per i granchi. Sullo sfondo di enormi piattaforme estrattive rompe il point sinistro che John ha notato durante il meticoloso lavoro di mappatura. Ma proprio al nostro arrivo il potente monsone di nordest, dopo aver soffiato non-stop da novembre a marzo, si è ridotto ad una brezza, producendo onde appena sufficienti per il beach break. Nella splendida luce del tramonto Baybay surfa quel poco che passa la mareggiata. Entro in acqua assieme a lei e accarezzo le divertenti schiume di Bãi Sau con morbidi rollercoaster e cutback. Il mare si tinge di un verde mostarda e noi ci godiamo questa abbuffata eat-all-you-can improvvisando sui reciproci ritmi. Ma non siamo soli. La spiaggia di Bãi Sau, infatti, rappresenta un’irresistibile attrattiva per i vietnamiti in fuga dal caos delle metropoli. Mentre la luna sorge, centinaia di locali raggiungono la costa e montano bancarelle. I più vendono granchi e seppie grigliate, addolcite con una salsa all’erba cipollina. Piccole cucine mobili sfornano ciotole di lau, una zuppa agro-dolce con verdure, frutti di mare e spezie. Bãi Sau non è proprio un posto “mordi e fuggi”: ha un temperamento focoso ma intensamente poetico. E a bassa marea il point sinistro, sulla punta esterna di Bãi Truoc è da acquolina alla bocca. Lo surfiamo il giorno dopo, e le nostre teorie su questa veloce sinistra vengono subito confermate: gustiamo questi succosi picchi finchè la marea non rende infruibili le onde, coprendo anche le rocce dove i pescatori riparano le reti e ammucchiano le ostriche raccolte. Continuiamo la nostra esplorazione verso Long Hai, dove surfiamo le tre sezioni di un point, sovrastati da templi buddhisti e dall’occasionale albero di tamarindo. Più a nord, una serie di lunghe sinistre si aprono alla vista come una mano di poker particolarmente fortunata. Io e Baybay giochiamo le nostre carte e ci dividiamo la posta in palio. A riva, le donne di Long Hai guardano incuriosite le nostre mosse ma sono disposte a tutto pur di non abbronzarsi. Coprono faccia, braccia e mani con sgargianti drappi di seta. Gli uomini, invece, giocano a chang chi (gli scacchi cinesi) su grossi tavoli di pietra, bevendo caffè ghiacciato all’ombra di frondosi alberi. Dai rami sopra le loro teste pendono strani frutti circolari: sono copertoni di moto in vendita, avvolti in carta luccicante per attirare avventori. Il nostro autista è un fervente patriota: mentre guida verso Ke Ga, più a nord, ci descrive entusiasta la zona che stiamo per raggiungere, famosa per i complessi alberghieri e per gli appartamenti vista mare, sponsorizzati dalla nuova èlite della tigre asiatica. Anche la campagna nella regione del Bìn Thuan, col suo fogliame verde e cremisi, sta cadendo sotto i colpi dell’agricoltura intensiva. Le foreste di alberi della gomma sfumano in boschetti di ginger poi in spinosi campi di dragon-fruit ed infine in monocrome saline. La strada per il Capo di Ke Ga, uno sconnesso sentiero esposto al monsone, è contorniata da cumuli di bacche del pepe, disposte al sole ad essiccare. Laviamo via la polvere del viaggio in queste onde divertenti, al suono dei pesanti gong della risacca. L’ultimo giorno ci avventuriamo a piedi verso il punto più esterno del Capo. La spiaggia, qui, è completamente deserta e le pulci della sabbia banchettano a spese delle nostre gambe. La sabbia è macchiata dal catrame e piena di rifiuti, principalmente contenitori di plastica scaricati a mare dai pescherecci. Un enorme sperone di roccia esce dalla linea di costa, scolpito dal vento in forme vivaci. Il faro di Ke Ga svetta dall’alto dei suoi 60m su una piccola isola, una delle zone più ventose del Viet Nam. Costruito con marmo francese nel 1899, incornicia un line-up indimenticabile. La secca di sabbia produce una destra meno che perfetta ma sufficiente ad accompagnarci fino al tramonto, nel decimo giorno consecutivo di longboard. Come altre zone tropicali, il Vietnam è affascinante e problematico. Anche se le condizioni surfistiche non sono state eccezionali siamo tornati a casa soddisfatti, consci del fatto che “prendere onde” è solo uno dei motivi per cui viaggiamo. Infatti, nonostante le irritanti motorette di Sài Gòn, il Vietnam resterà un centro gravitazionale importante nella mia psiche di surfista. E proprio mentre scrivo questo articolo le punture delle pulci stanno pulsando a ritmo alterno sulle mie caviglie. Un brivido bollente, fastidioso e piacevole. Il marchio di fabbrica per ogni cosa laggiù.

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