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NOI LORO E LE ONDE

a cura di Nicola Zanella, Stefano Crivelli Condividi SurfNews

Sarà perché l'adolescenza è una età caratterizzata dal desiderio di esprimere la propria creatività e di mettersi in gioco, o forse solo perché serve un corpo sano e giovane per destreggiarsi tra le onde ma il parallelismo tra giovinezza e surf sorge immediato.

Pubblicità e mass-media usano a piene mani questo archetipo che negli ultimi vent'anni si è dimostrato efficace veicolo pubblicitario.

L'acqua ed il gioco come rito e fonte di vita, sono questi alcuni dei simboli che avvicinano da sempre l'uomo al mare ed al surf. Ma cosa significa essere un 'giovane surfista' oggi? Come si inserisce la surf-culture nella storia dei movimenti giovanili dell'ultimo secolo? A cosa è dovuto il dilagare del surf e dei suoi simboli nella società contemporanea? Si può effettivamente parlare di un movimento-surf?

A partire dal secondo dopoguerra i giovani sono i veri protagonisti dei cambiamenti sociali, capaci di influenzare i sistemi, i consumi, creare forme espressive originali. I giovani iniziano a far parlare di sé fin dagli anni '50 con le frange più estreme come i Beatnik negli USA e i Teddy Boys in Inghilterra. Sono queste le prime subculture giovanili, le prime 'tribù' spettacolari metropolitane, in grado di offrire modelli di stile a generazioni di giovani in cerca di identità. Sono tribù attive nel sociale, il cui scopo è cambiare l'ambiente con i propri valori e simboli.

Salvaguardare ed imporre un 'noi' ritenuto ontologicamente giusto e nuovo, contro un 'loro' sbagliato e vecchio.

Le stagioni delle 'tribù di stile' si susseguono attraverso il Mod, il Punk fino alla fine degli anni '80, ma il processo quasi si interrompe negli anni '90. Non si registra più l'emergere di una subcultura giovanile dai tratti propositivi ed originali. Mentre l'attenzione dei media e dei culturologi verso i giovani si placa, essere giovani continua a essere oggetto di ridiscussione anagrafica e semantica.

Negli anni '90, la mobilità sociale e geografica, l'espansione della classe media, il progressivo abbattimento delle differenze di status, razza e sesso hanno messo in crisi, almeno nella società occidentale, le sicurezze ed i limiti del vecchio ordinamento sociale e culturale. I movimenti giovanili, superata l'aberrazione del Punk, vengono negati alla radice dalla parcellizzazione sociale. Se da una parte questo fenomeno ha portato ad una maggior apertura dell'individuo verso il nuovo ed il diverso, portandolo da una dimensione locale e classista ad una più globale, dall'altra ha causato una progressiva omologazione e la perdita del senso di comunità. Nell'Occidente di fine millennio i conflitti generazionali e di classe sono, in gran parte, placati. Lo dimostra il fatto che le aggregazioni di stile convergono (specialmente a livello di immagine) oggi in un'unico trend planetario chiamato 'street-style' nato da una evoluzione della cultura Hip-Hop degli anni '70 e '80. Essere giovani non significa più essere nella fascia di età che precede la vita da 'adulto'. Giovane è chi pensa, vive e consuma da giovane in contrapposizione a chi invece è sorpassato e vecchio. Anche il mercato europeo conferma questa tendenza: per quanto riguarda le vendite di Activewear (materiale tecnico sportivo ed abbigliamento relativo) si può parlare di un unico grande target compreso tra i 16 e i 45 anni. Il connubio tra abbigliamento surf e street-style fù la porta d'accesso di questo sport alla cultura main-stream. Dagli anni '90, grazie alla globalizzazione, facilità di spostamento, reperibilità di materiali e informazioni hanno spinto al massimo la diffusione del surf. Per 'fare surf' non serve più vivere di espedienti sulla spiaggia. Oggi, per sentirsi surfista, basta essere nel posto giusto al momento giusto, magari aiutandosi dall'ufficio con web-cam o pianificando ferie usando consulenze meteo a pagamento. Il surf lascia (simbolicamente) le spiagge e si insinua nel territorio venendo accettato in aree e fasce sociali quasi vergini. A questo punto stà solo al singolo renderlo compatibile con lavoro, famiglia ed impegni. La carta vincente in questo processo di diffusione è stata l'immagine dei surfisti, costruita dai media specializzati. Dopo l'influenza Hippy e Punk degli anni '70 ed '80 il surfing si ripresenta al mondo, negli anni '90, come sport pulito, adatto ad ogni età della vita e godibile sia a livello sportivo che culturale e storico. Nonostante al suo interno ci siano marcate divisioni in trend legate ai diversi stili sportivi (radicale, classico, soul, competizione, ecc..) l'immagine che ha raggiunto il grande pubblico (incluso quello italiano) è quella di uno sport unificante, socialmente positivo (perché si cura dell'ambiente) e che, guarda caso, mantiene giovani.

Ovviamente vengono quasi sempre taciuti i fantasmi nell'armadio di questo sport. Non si dice che la produzione di tavole è altamente inquinante, che i capi d'abbigliamento 'culto' sono prodotti con manodopera sottopagata nel terzo mondo. Tutto questo non è vendibile e nocivo all'immagine quindi oscurato.
Oltre ad una bella facciata, il surf ha anche altre carte vincenti. Più di altre attività similari legate a fasce generazionali ben definite, il surf offre ai suoi 'adepti' una profondità storica e una varietà di approcci che lo collocano culturalmente un gradino sopra gli altri sport estremi. Dall'alto dei suoi 100 anni di storia il surf abbraccia e accoglie tutti, dal giovane fanatico che sogna di diventare professionista al tranquillo cinquantenne appassionato di tavole d'epoca e arte surf.

Grazie a queste caratteristiche, una semplice attività ludica ha placato i conflitti di stile del passato, è riuscita a mettere d'accordo street-style, creatori di moda ufficiali, produttori di materiali tecnici e sociologi. Più di tutto ha riunificato i cosidetti 'giovani' in una nuova esclusivissima e vastissima tribù. Gli esempi di questo allargamento di target sono sotto gli occhi di tutti se paragoniamo l'era attuale alle precedenti. A differenza degli anni '70 ed '80, in cui le tavole prodotte erano (per misure e condizioni di utilizzo) fruibili solo ad una ristretta cerchia di esperti (maschi), da una decina di anni a questa parte, le principali ditte tengono conto di tutte le fascie di età ed abilità non escludendo gli over 60 e gli under 12 e le donne. L'abbigliamento stesso, sgargiante e sfacciato fino agli anni '80, si è trasformato in qualcosa di più sobrio e socialmente mimetico senza aver perso la sua distinguibilità. Da notare che il surf-wear femminile non esisteva prima del 1990.

Il messaggio più efficace del surf rimane comunque il gesto sportivo. Rito o non rito surfare è un'esperienza splendida e che da dipendenza. L'attività di cavalcare le onde, elevata a vero e proprio rituale, è il fulcro di questa macro-tribù e ne costituisce forza e debolezza. L'alternativa proposta dal surf è semplice: non più scontri violenti tra le differenti bande di stile, sull'esempio di Punk e Skinhead nella Londra degli anni '70, ma un'attività ricreativa a metà tra sport ed arte nella quale il singolo, rappresentando se stesso attraverso il gesto fisico, è integrato nel gruppo e nell'ambiente (le onde, l'oceano, la costa). Rassicurato dalla tribù (anche mediatica) che fornisce approcci e riferimenti culturali (libri, video, riviste specializzate...) il singolo è libero di esprimersi e riconoscersi nell'attività fisica e nelle forme culturali e tecniche ad essa legate (surf-music, surf-art, ricerca sui materiali). Entrando in perfetta sintonia con l'ambiente marino, il surfista volutamente perde il contatto con la terra ed i suoi problemi ed accetta un set di valori che dipendono solo dalle condizioni marine e dagli altri praticanti. Ma questa è libertà? Mentre nei movimenti giovanili 'storici' il giovane esigeva una libertà orizzontale, ed era pronto a combattere in strada per gli ideali, ora, nelle tribù sportive, la libertà è pricipalmente verticale. Lo scontro con 'gli altri' avviene solo se sono messe in pericolo dalla società o dall'ambiente la pratica del rito ed i luoghi dove si officia. Anche l'impegno ambientalista, forse unica istanza morale tra i surfisti, è ben diverso dall'impegno sociale dei movimenti giovanili precedenti. Anche quando, come Surfers Against Sewage e Surf Rider Foundation, i sufisti si impegnano attivamente nella salvaguardia dell'ambiente marino, lo fanno per salvaguardare la pratica del surf. Del resto l'impegno dei surfisti in campo sociale fu sempre molto limitato.

Prendendo come esempio il surf durante gli anni della contestazione giovanile americana ('60 e '70) i giovani surfisti iniziano a riunirsi sulle spiagge della California meridionale, si dipingono come 'ribelli senza causa', vivono in capanne sulla spiaggia, rifiutano la coscrizione obbligatoria e sono dediti al surf piuttosto che a fare carriera nel mondo del lavoro. Nonostante queste caratteristiche denotino il surf come controcultura, lo scopo principale di questa tribù non è quello di sovvertire il regime e creare un mondo migliore ma solo quello di continuare ad esercitare il proprio 'rito' nel proprio spazio sacro. I surfisti, se mai sia lecito farne una categoria, non hanno mai avuto la pretesa di cambiare il mondo, sono, se mai, stati usati come simbolo di cambiamento in varie occasioni. Il personaggio che incarna, nell'immaginario surfista, questa attitudine è Miki Dora. In una intervista del 1968 a Surfer magazine (all'epoca unica e titolatissima rivista surf) Mickey Dora, nel suo stile criptico, analizza il degrado sociale dopo la morte del presidente Kennedy.

'Il 22 Novembre 1963 questo paese è stato colpito da una tragedia, Da questa tragica data le onde del continente Americano sono gradualmente peggiorate e una mareggiata pulita sembra non poter più arrivare. Città in fiamme, scuole assediate e operazioni militari condotte in terre lontane. È solo una questione di tempo ma questi sconvolgimenti toccheranno anche attività come il surf'.
Il lamento di Dora non si conclude con niente di socialmente propositivo. Non viene auspicata nessuna sollevazione o presa di posizione dei surfisti nel sociale, solo la speranza di un futuro dove si potrà surfare. L'unico legame tra i surfisti sembra essere la speranza.

'Spero che anche voi vogliate le stesse cose che voglio io. Libertà di vivere e surfare le onde della natura senza l'esasperata pressione di questo malsano sistema che governa il mondo e questa malatissima guerra. Sono tempi incredibili. Ringraziamo Dio per le onde 'libere' che ancora prendiamo.'
La rivoluzione non è neppure presa in considerazione. La fuga o lo sfruttamento del sistema dall'interno sono le due vie possibili. Dora stesso contradditoriamente le percorre entrambe. Pur se contrario alla massificazione del surf (principalmente per l'affollamento sulle sue onde) è pronto a svendere la sua fama di anti-eroe e l'immagine surf ai vari produttori holliwoodiani. Nella fuga poi è un maestro. Storie di Dora incontrato in località esotiche ed inaccessibili, le sue avventure nel deserto della Namibia in cerca di diamanti e le sue scoperte surfistiche in Asia e Africa riempirono ancora le pagine delle riviste specializzate.

Oggi come allora i surfisti fuggono il sistema o, se riescono a conviverci, lo scherniscono. La fuga da un ambiente ostile al surf è vista come una accettabilissima via di salvezza. La letteratura riporta tante storie di surfisti che hanno abbandonato per il clima o le condizioni sociali avverse al surf la terra natale. Molti surfisti si sono integrati in culture lontane, cambiando abitudini di vita e a volte anche religione pur di surfare onde perfette. Un esempio per tutti è quello di Tony Hussein Hinde che dopo aver naufragato al largo di Malè (Maldive) scoprì onde splendide e le surfò da solo per anni, integrandosi con la cultura Maldiviana fino ad abbracciare la fede Islamica. Tony ancora vive alle Maldive dove gestisce una costosa surf-resort ecologicamente e culturalmente corretta verso l'ambiente locale.

Per quanto accattivanti e positive siano le rappresentazioni del surf sui media oggi, il tratto principale del surfista è l'egoismo, il desiderio di surfare e salvarsi in prima persona. Dora fuggiva in ugual misura dal perbenismo americano e dall'affollamento dei surf-spot californiani. Non dimentichiamo che per definizione il surf è 'one man, one wave'. Come nello Yoga, l'adepto, attraverso il sapere canonicizzato, raggiunge una salvezza esclusivamente personale. Il surf è uno stato mentale che annulla le pulsioni della vita esterna e volutamente trascende il piano sociale. I grandi investimenti delle multinazionali di settore e l'accettazione del surf da parte delle autorità di tutta Europa dimostrano (se ce ne fosse bisogno) che questa attività non è pericolosa socialmente. Il surf serve a sentirsi liberi, non ad essere liberi. Con il surf non si fa nessuna rivoluzione.


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