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RIDING THE BONO
Onde, fango e stupore lungo il Kampar a Sumatra
a cura di SurfNews Condividi SurfNews
Foto: Ted Grambeau e Nate Lawrence
Il nome stesso racconta molto sull’unicità di questo fenomeno. La parola Bono, utilizzata dalle popolazioni locali per identificare l’onda di marea, è traducibile in italiano con “vero”, “realmente esistente”. Pare infatti che nessuno credesse ai loro racconti, costringendoli a ripetere la parola all’infinito. A documentare la veridicità del Bono ha pensato il team RipCurl (composto da Tom Curren, Bruno Santos, Dean Brady, Tyler Larronde e Oney Anwar) impegnato nella produzione di Tip2Tip, una missione esplorativa della durata di sei mesi che potete seguire su ripcurl.com

Immaginatevi un villaggio sulle sponde di un fiume fangoso e la placida processione di canoe che tornano in rada dopo la pesca. Le onde alzate dalla marea, amplificate dalla forma ad imbuto dell’estuario, risalgono per chilometri l’alveo risparmiando ai pescatori una lunga pagaiata contro corrente. Nonostante il nome fuori dal comune il “bore-riding” è vecchio quanto l’uomo. L’onda di marea, infatti, è perfettamente prevedibile in quanto matematicamente sincronizzata con le fasi lunari con il picco massimo durante l’equinozio e poco dopo la luna nuova. Non è un caso se dagli anni ’60 in poi anche i surfisti hanno scoperto l’uso ricreativo di queste onde. I primi ad occuparsene furono i redatori di Surfer Mag che già nel ’68 presentarono ai lettori Rodney Sumpter e i bore-riders inglesi, veri pionieri in questa disciplina. Da allora la comunità è andata espandendosi, esplorando la maggior parte degli estuari teoricamente adatti a generare il fenomeno. Dalle rive del Dordogne in Francia al Pororoca in Brasile passando per il fiume Shubenacadie in Nova Scotia, il Turnagain in Alaska, il Batang Lupar in Malesia ed ora quello che sembra l’ultimo paradiso per gli amanti delle onde fangose, il fiume Kampar a Sumatra esplorato recentemente da una spedizione Rip Curl Live The Search con Tom Curren come special guest.

« È incredibile. Non mi aspettavo che l’onda potesse essere così ripida», ha commentato Curren dopo aver preso il miglor tubo di tutto il trip, «il Bono ha la stessa forza di un’onda oceanica ma dura infinitamente di più! Questo viaggio mi ha ricordato i primi trip esplorrativi e mi ha letteralmente galvanizzato». La sezione a cui fa rierimento Tom è una delle più esterne. Man mano che il Bono entra nell’entroterra perde potenza riducendo l’altezza e la violenza dei frangenti. Le ultime sezioni, decine di km inland rispetto al mare, sono perfette anche per i principianti visto che l’onda procede ad una velocità inferiore rispetto alle onde marine. Le tavole utilizzate per questa bizzarria naturale sono ovviamente più larghe del normale, visto che il galleggiamento cala notevolmente in acqua dolce. Con un longboard si può tenere la stessa onda anche per un’ora consecutiva. Nonostante negli anni abbia mietuto numerose vittime il Bono non è la più pericolosa delle onde di fiume. A differenza del Qiantang in Cina, le cui sponde sono pericolosamente cementificate, o del Pororoca in Brasile, infestato da tronchi e pirana, il fiume Kampar non presenta pericoli “estremi” ed è cavalcabile con successo anche da surfisti di medio livello. L’onda nelle sezioni più vicine al delta può superare i due metri e tubare, ma nella maggior parte del suo percorso si presenta come un muro ad altezza-testa, l’ideale per infiniti cut-back e off the lip. L’onda rompe per un totale di 50km ed è cavalcabile per un intervallo di varie ore. A generare la perfezione che vedete nelle foto non è tanto la marea, che raggiunge “appena” i 4m, quanto la perfetta forma del delta e l’effetto ad imbuto prodotto dallo stretto di Malacca.

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