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ALESSANDRO ONOFRI

a cura di Gian Maria Soglia Condividi SurfNews
Foto: Gian Maria Soglia
Crescere in Romagna e raggiungere, in mare, il livello di Ale, richiede una gran dose di ottimismo e apertura mentale. Ottimismo perché la voglia di fuggire, e lasciarsi alle spalle il limaccioso Adriatico è sempre in agguato alla fine di ogni trip. Apertura mentale perché solo non fossilizzandosi su uno stile, o su una tendenza, è possibile sedare l’enorme fame di onde che caratterizza questa costa e i suoi surfisti. Dai volubili tubi di Adria in cui si infila fin da bambino, ai consistenti reef di Tonga che vedete in queste foto, Ale mostra una capacità di adattamento non comune. È il suo quiver, compreso tra 5 e 12ft, e il suo ampio bagaglio di manovre, a raccontarci quasi tutto di lui. Piccoli fish panciuti per gli air con bora attiva, tiratissimi 7ft pintail per i tubi oceanici, longboard e SUP per lunghi e puliti hang-ten nei giorni “micro”: non esiste condizione marina, inclusa la piatta totale, dalla quale Ale non riesca ad estrarre energia, alimentando quell’attitudine positiva che tante porte gli ha aperto sui line-up di mezzo pianeta. NZ

Da ragazzino eri una promessa del tennis, cosa ti ha spinto a lasciare il “rosso” del campo e a dedicarti al “blu” del mare?
L’amore per il blu (che da noi a volte è verde o marron) è sempre stato al primo posto. Purtroppo ai tempi della scuola potevo viverlo solo nel periodo estivo, mentre il resto dell’anno passavo i pomeriggi sui campi di terra battuta a Cesena. Il problema, per chi cresce anche solo a 10km dal mare, è la libertà di movimento. Non sono mai stato troppo esigente verso le condizioni. Se c’era qualcosa tentavo di andare al mare. E surfavo sempre nello stesso posto a Cesenatico, con la stessa tavola, con mare attivo, vento, pioggia, neve. Quando mio cugino mi portò a Viareggio per la prima volta mi sembrava di essere in California! Per anni mi ha portato al mare mia madre, e stava ore ad aspettarmi sotto la pioggia. Sapeva che per me era qualcosa di importante. Poi grazie ad amici come Giovanni e Davide Baldi ho iniziato a muovermi in maniera indipendente. Appena ho potuto frequentare la costa anche d’inverno, il tennis è passato in secondo piano diventando un ostacolo alla voglia di surfare e viaggiare. Allora ho chiuso in un armadio racchetta e scarpe e lì ancora riposano.

Sappiamo che sei cresciuto in uno degli spot più “critici” della costa est, come hai fatto a guadagnarti spazio sulla line up di Adria?
Il problema di Adria lo hai centrato già con la domanda. Io non ho mai cercato di guadagnare niente. Fare surf non deve essere una lotta o una conquista. Sono sempre andato in acqua senza doppi fini, senza portare sul line-up la competizione e gli scazzi tra amici, non ho mai cercato la precedenza a tutti i costi e ho portato rispetto a tutti, soprattutto a chi è meno bravo di me o a chi surfa lì da vent’anni e conosce i sassi per nome. E grazie a questo ho preso alcune delle migliori mareggiate della storia della costa est. Adria per noi è un “luogo”, non un “posto”. E un luogo si apprezza, non si conquista.

Chi sono i surfers che ti hanno ispirato di più in assoluto a livello locale e globale?
Beh direi la prima o seconda generazione di surfisti romagnoli, da voi della redazione a Sacco, Chap e Bicio Ronci. Le mie fonti di ispirazione sono tutti i waterman completi, atleti capaci di surfare le onde con qualsiasi mezzo. Da piccolo mi piaceva Rush Randle, e le sue sperimentazioni con le strap. Mi piace molto Dave Kalama, potente con tavole grosse anche nelle situazioni estreme. Nello shortboard, che è la specialità che amo di più, mi piacciono Tom Curren, Rob Machado, Kelly Slater e Andy Irons, tutti in maniera differente mi hanno fatto sognare e crescere. Andy Irons è stato fin dall’inzio il mio preferito: le sue linee erano tanto incredibili quanto imprevedibili. Anche nelle onde più spesse azzardava manovre estreme, per non parlare del suo back side, il più radicale e pulito che abbia mai visto. La sua recente scomparsa ha lasciato un buco incolmabile nel mondo del surf.

Che idea ti sei fatto nei tuoi numerosi viaggi della cultura surf di oltre oceano? Che differenze vedi con quella italiana?
Il surf italiano deve farsi passare il complesso di inferiorità. Recentemente ho speso molto tempo alle Canarie, dove la surf-culture è radicata, e ho visitato le principali aree surf del pianeta: il surf è un regalo per tutti, dalla Romagna alla California. Non avremo le onde migliori del pianeta ma non per questo dobbiamo continuare a lamentarci e a sentirci inferiori.

Nonostante sia un tavolettaro convinto, la tua attitudine verso il surf è onnicomprensiva Come sei arrivato al long e poi al SUP partendo dalla tavoletta?
E’ bello poter vivere più esperienze con lo stesso soggetto, il mare. Mi è sempre piaciuto provare di tutto, dal bodyboard al SUP, da tavole retrò a short performanti fino al tow-in, allo skate e persino alle onde artificiali. Penso che solo surfando tante onde differenti con tante tavole differenti si riesca ad avere una visione d’insieme dell’esperienza. La protagonista è sempre lei, l’onda, e può regalarti un’enorme gamma di emozioni a seconda di quale mezzo usi per cavalcarla e di quale sia il tuo stato mentale.

Gare o freesurf? Come vivi questo rapporto tra le due anime del surf?
Il surf è “free”, su questo non ci piove. Le gare sono solo un’esigenza di mercato. Io vivo le gare più come confronto con me stesso che come scontro con un “avversario”. Ho partecipato a molte gare di shortboard e SUP e conosco entrambi i lati della medaglia: vincere è bello, perdere ovviamente un po’ meno. Chi ama il surf non deve sentirsi un perdente per colpa di una gara andata male e non deve sentirsi un dio se per caso vince qualcosa. Il motivo per cui prendiamo onde è un altro in ogni caso.

Al termine della classica stagione estiva partirai di sicuro per qualche location oceanica. Cosa prepari per l’autunno ’11?
Nel prossimo futuro vorrei spingere i miei limiti, surfare onde sempre più grosse e consistenti. A tal proposito, insieme ad Alessandro Piu, stiamo lavorando ad un progetto di tow-in in Mediterraneo supportato dai nostri sponsors, Quiksilver per Piu e Oxbow per me. Inoltre sono seguito dallo staff Enerme+ che mi aiuta nella preparazione fisica e mi fornisce il jet-ski. Non voglio rivelare i particolari ma pensiamo che i limiti del nostro mare non siano ancora stati surfati. Un progetto al quale dedicherò tutta la prossima stagione autunnale.

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