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MARCO MORETTI

a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews
Foto: Marco Moretti
Scatti rubati alla normalità, visoni sbilenche ma proprio per questo tremendamente obiettive: Marco é un fotografo in fuga, nato a Milano e approdato, come molti surfisti italiani, in Australia. Nonostante viva in uno degli hot-spot della cultura surf, Il suo approccio alla fotografia è tutt’altro che istituzionale. Abbandonati i manierismi propinati dai media come oro colato (colori ipercontrastati, tubi millimetricamente perfetti, atleti famosi) ha deciso di immortalare il surf per quello che realmente é: un modo semplice e intuitivo di relazionarsi al mare. Le sue sono immagini assolute, in cui anche l’ultimo dei neofiti ha il diritto di specchiarsi.


Presentaci il tuo stile dietro la lente. La composizione delle tue foto è precisa e visionaria assieme. Come lavori a questo importante dettaglio?
Nel comporre lo scatto cerco di non perdere di vista il senso del luogo, cerco di non estraniarmi dal paesaggio in cui sono immerso e in cui sto scattando. Lavorando dall’acqua cerco di non focalizzare unicamente sull’onda o sull’atleta. Se esiste l’opzione, preferisco che si possa riconoscere l’ambiente senza leggere la didascalia della foto. Non sono rimasto vittima del feticismo del tubo, che giudico un raro momento in cui un atleta con estremo talento attraversa un muro d’acqua. Piuttosto preferisco essere testimone di quel che il 99% della restante popolazione dei surfisti vive. È anche vero che scattando in acqua perdi molti privilegi. Tutte le regole della composizione vanno a quel paese. La tua concentrazione é focalizzata sul nuoto, devi tenere un allineamento decente, gli occhi vigili sui soggetti e le mani sull’apparecchiatura tecnica, che il 30% delle volte fa cilecca (non scatta, o scatta in ritardo o fraintende la messa a fuoco). Quindi, per la composizione in acqua vado ad intuito invece che guardare in un mirino o seguire le regole da manuale.

Che tipo di luce preferisci e perché?
Tento di leggere la luce naturale, la luce disponibile in quell’attimo. Non gioco con i flash. Cerco di fare del mio meglio con le risorse disponibili in quel momento, senza alcun artificio. Credo sia l’unico modo per non avere due volte la stessa foto: l’attimo, la luce, le nostre emozioni non si ripeteranno di nuovo, e non sarà possibile riprodurle in studio, come invece vuole fare la foto programmata, quella fatta con illuminazione artificiale.

Quali sono le tue ottiche preferite e perché?
Sono un appassionato di ottiche fisse, ad esempio 35mm o 50mm, dove per zoomare sei costretto ad avvicinarti al soggetto, ad entrare in relazione diretta con esso. Queste ottiche danno inoltre la possibilità di avere una lente aperta, anche f1.4, che permette di giocare molto con la profondità di campo. Tipicamente sono le ottiche che consiglio a tutti i miei amici alle prime armi che chiedono suggerimenti su cosa comprare. Con una lente fissa é più facile fare foto interessanti, anche con soggetti banali. Tutto questo invece che comprare il corpo macchina appena uscito sul mercato magari con 0.5 scatti al secondo in più. Discorso a parte per gli scatti dall’acqua, dove uso uno zoom 17-40mm molto versatile.

Scatti solo in digitale o lavori anche in pellicola?
Equipaggiamento, organizzazione e condivisione del materiale avvengono tutti in digitale. Certo, meno romantico e avventuroso della vecchia pellicola ma per un fotografo agli inizi é davvero la soluzione migliore. Bisogna solo imporsi di non scattare come un maniaco e pensare prima di spingere l’otturatore. Altrimenti si pagano le conseguenze in fase di editing. Vorrei provare altri formati ma ho bisogno di costruirmi una base (e anche un parco lenti) decente prima di poter sperimentare soluzioni più dispendiose, in termini di tempo e soldi. Per gli scatti in acqua invece penso che il digitale sia la soluzione più appropriata.

Nessuno è “solo” surf-photographer. Cosa ha influenzato la tua sensibilità artistica? Quali sono i soggetti che ritrai più volentieri?
Prima di tutto devo ringraziare i libri di Tiziano Terzani. Mi hanno obbligato ad avere un occhio curioso verso il mondo. Inoltre mi hanno fatto capire i privilegi di cui si può godere con questa professione; ti vengono aperte porte e presentate persone a cui normalmente non avresti accesso. Poi il mio stesso occhio, con la sua forte miopia mi ha regalato un obbiettivo naturale molto interessante. Appena voglio mettere fuori fuoco il paesaggio e concentrarmi sul soggetto a due spanne da me basta togliermi gli occhiali. Infine sono influenzato da tutti i fotografi dei magazine di cui ritaglio e colleziono le immagini come fossero santini e che uso spudoratamente come “benchmark”. Non ho un soggetto in particolare a cui sono legato. Non riesco a catalogarmi come fotografo di “questo” o “quello”. Anzi, in verità non riesco neanche a definirmi fotografo. Il lavoro lo fanno il soggetto e il paesaggio. Sono loro che possiedono ed esprimono la bellezza. Io sono quello che passa di lì per caso al momento giusto e preme il bottone cercando di far stare tutto in un rettangolo di pixel.

Quanta importanza ha per te la post-produzione? Secondo quali principi gestisci questa fase della lavorazione?
Dopo ogni scatto so già che dovrò dedicare ulteriore tempo alla gestione, all’editing e alla condivisione delle immagini. La selezione é la parte più eccitante, é qui che scopri se hai buttato via una giornata di lavoro, un po’ come ai vecchi tempi quando andavi dal fotografo a ritirare le foto sviluppate. Mi sono dato la regola di essere brutale nella prima selezione. Solo tre foto su dieci, di media, sopravvivono e ancor meno verranno processate e condivise. Non ho un archivio enorme di immagini perché non scatto spesso, tra un viaggio e l’altro non fotografo quasi mai. Ma ogni giorno scatto decine di foto mentalmente. L’unico programma che utilizzo per l’editing é Adobe Lightroom.

Raccontaci della tua fuga dall’Italia. Come hai trovato la scena artistica di un paese così giovane?
Guardati attorno in redazione! La colpa e’ vostra. Voi e la vostra mania di contagiare tutti con il surf. Il sogno Australiano si é alimentato per due anni durante i miei primi lavori a Milano in un’agenzia pubblicitaria. Poi un colpo di fortuna: mi sono rotto un paio di vertebre con un salto in snowboard e durante i sei mesi di riabilitazione ho avuto il tempo per decidere se fare il grande passo per l’Australia. Atterrato a Sydney, mi si é stampato un sorriso in faccia che é durato tipo paresi per sei mesi consecutivi. Ero davvero contento. E volevo condividere la diversità della mia nuova vita con gli amici. A uno come me, che scrive poco e parla ancor meno, non rimane altro che la fotografia. Con una foto posso condividere un momento della mia vita con gli altri. Semplice, intuitiva e senza barriere. Avevo trovato il mio nuovo linguaggio. Ora sono 7 anni che vivo a Sydney. Gli ultimi anni ho oscillato tra l’oriente e l’occidente. Ho passato mesi in Giappone e Indonesia. Mi sono perso e ritrovato più volte in queste due culture (non volevo recidere le mie origini perché mi piaceva ancora il mondo occidentale). Poi mi sono convinto di appartenere ad entrambi i mondi. La fotografia mi ha permesso di essere ricettivo mentre mi muovevo in questi paesaggi, non uno spettatore passivo. E questo, forse, mi ha spinto più a fondo nel cuore del paesaggio.

Come vivi il surf ora?
Benissimo! Sono i miei amici che non mi vogliono più in acqua. Ne ho subite di tutti i colori! A volte hanno lasciato a casa la mia tavola apposta durante un surf trip, in modo da non darmi alternativa e avermi in acqua a scattare le foto. Per il resto, il surf rimane quasi sempre la parte più vera della mia giornata.

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