Home Page
NON TOCCATE LO TSUNAMI

a cura di Ben Marcus Condividi SurfNews
Foto: Alan Van Gysen, Fred Pompermayer, Tommy Perkins
È SCIENTIFICAMENTE IMPOSSIBILE CAVALCARE LE ONDE GENERATE DAI TERREMOTI. MA LE IMMAGINI DI ENORMI PICCHI PERFETTI CIRCOLATE SUI SITI DI SETTORE, DOPO LA TRAGEDIA IN GIAPPONE, SOLLEVANO NON POCHI INTERROGATIVI.
Jose Borrero è un surfista con diploma di PHD in Ingegneria della Costa alla USC (University of Southern California). Dalla sua posizione di surfista/scienziato Jose conosce entrambi i lati della medaglia e può insegnarci molto sulla meccanica di queste devastanti e affascinanti onde. La sua opinione riguardo la loro surfabilità, però, è categorica. «Dovete smettere di diffondere stupidaggini! Così si creano false aspettative nella gente, e qualcuno porebbe compiere atti irresponsabili. È scientificamente impossibile surfare un’onda con 12-25 minuti di periodo! Tutte le storie di surfisti che hanno cavalcato uno tsunami sono quindi false. Al massimo hanno preso qualche onda “durante” uno tsunami. O hanno cavalcato un frangente generato dal frammentamento al largo dell’onda di tsunami». Eppure le storie di impavidi surfisti, salvati dalla loro abilità con la tavola durante un terribile maremoto attraversano la storia dello sport, dalle origini hawaiiane ai giorni nostri. Un quadro di William Cathcart esposto al bishop Museum di Honolulu racconta la più vecchia di queste bugie. Il titolo dice già tutto “Halona surfa uno tsunami a Ninole, Hawaii, 1868“. L’immagine si riferisce al terremoto del 2 aprile 1868, con epicentro vicino a Big Island, un sisma di magnitudine tra 7,25 e 7,75 che causò un’enorme frana a Mauna Loa. Oltre ad uccidere 31 persone, la frana innescò un potente tsunami che a detta delle cronache «entrò sull’isola per varie centinaia di metri, sovrastando le palme per altezza, distruggendo barche e abitazioni durante il suo incedere». La leggenda narra che Halona, un abitante del villaggio, venne trascinato al largo assieme alla sua casa e che riuscì a tornare a riva cavalcando lo tsunami su di un asse di legno. Ovviamente Jose Borrero ha qualcosa da dire a riguardo. «Quando una mareggiata normale si incrocia con uno tsunami, i risultati non sono per niente lineari. Si formano correnti strane. Possiamo quindi dire che Halona abbia surfato un’onda durante uno tsunami. Surfare “lo” tsunami è tutta un’altra cosa». Nonostante la spiegazione di Jose sia assulutamente corretta, una storia sembra spingere i limiti della scienza. Felipe Pomar, stella del surf peruviano negli anni ’60 e ’70, era a Punta Hermosa, poco a sud di Lima, la mattina del 3 ottobre 1974 quando un disastroso terremoto colpì la zona. «Il mare era completamente piatto quella mattina» ricorda Felipe «io e il mio amico Petey Block stavamo entrando in mare per una nuotata con le tavole. Di colpo il terremoto si scatenò. La scossa fu violentissima e durò quasi due minuti». Dopo aver analizzato la situazione, Felipe e Petey decisero di fare quello che qualsiasi sconsiderato big-wave rider farebbe: uscire in mare e aspettare le onde generate dal sisma. Si rivelò da subito una cattiva idea. I due vennero risucchiati verso il largo per oltre un chilometro ma riuscirono ad attraversare la baia e a raggiungere un reef chiamato Kon Tiki, capace di produrre onde enormi durante le grosse mareggiate invernali. «Appena raggiunto il line-up un’onda si materializzò, come se fosse mandata dal cielo per riportarci verso riva. Iniziai a remare con l’adrenalina che mi pompava nel sangue, spinto più dalla disperazione che dal desiderio di surfare. Appena l’onda si irripidì mi misi in piedi e la mia mente iniziò una tipica discussione tra lobo destro (razionale) e sinistro (legato all’istinto). Anche se si trattava di una situazione di sopravvivenza, quella poteva essere l’ultima onda della mia vita. Così invece di puntare dritto verso riva surfai la parete finchè non chiuse tutta, lasciandomi a qualche centinaio di metri dalla costa!». L’onda di felipe non era certamente un’onda “normale”. Dopo aver lasciato Felipe, l’onda distrusse un peschereccio, riducendolo in brandelli, scatenandosi poi sul porto e sulla cittadina costiera. «Da allora ho letto molti articoli sugli tsunami» racconta il protagonista «e tutti dicono che è impossibile cavalcarne uno con la tavola, ma ci sono cose che non tornano nella loro versione. Prima del terremoto il mare era totalmente piatto, non surfabile. Dopo il sisma la baia si asciugò completamente e mentre venivamo trascinati verso il largo abbiamo visto mulinelli e movimenti d’acqua simili a quelli filmati in giappone. Le onde arrivarono all’improvviso, 40 minuti dopo il terremoto, e si alzarono fino a diventare triple over-head. E quando colpirono la costa distrussero il 100% della flotta nel porto, trascinando gli scafi fino alla piazza del paese. Dopo aver raggiunto la riva, abbiamo visto l’oceano ritirarsi e avanzare oltre i suoi normali confini per diverse ore. Basandomi sulla mia esperienza personale, posso dire che quelle non erano onde generate da un evento meteorologico ma da un sisma, e che ricadono nella categoria degli tsunami. Ovviamente non consiglio a nessuno di fare lo stesso. Siamo stati fortunati a sopravvivere». È logico oggi considerare pazzi Felipe e Petey. Ma nel 1974 le conoscenze sulle onde di tsunami non erano precise come al giorno d’oggi. Gli ultimi eventi filmati a Sumatra e in Giappone hanno mostrato a tutto il mondo le dinamiche e la pericolosità di queste onde. Ai tempi di Felipe solo poche persone avevano visto di persona questo fenomeno e non esistevano riprese o immagini dettagliate. «Eravamo al culmine della nostra forma fisica, cercavamo onde grosse e sapevamo che qualcosa di grosso sarebbe arrivato dopo il terremoto. Per questo siamo usciti in mare, come farebbe un team di big-wave rider oggi, inseguendo mostri di 100ft. Ed è stata una grande avventura, una storia che abbiamo tenuto segreta a lungo per rispetto delle persone morte durante quel disastro del ’74. Poteva sembrare un’inutile bravata!». A differenza di molti tsunami del passato, successi nel pieno della notte, quello giapponese ha raggiunto la costa durante il giorno, atteso da decine di telecamere. Molte delle onde viste in Giappone avevano una forma che ricordava da vicino big-wave spot come Jaws o Maverick’s. Ma quando abbiamo fatto presente questo a Jose, ci ha risposto indignato, citando strane formule matematiche: «Prima di tutto le onde di tsunami hanno un periodo esageratamente più grande rispetto a quelle normali. La loro velocità raggiunge picchi di 500 miglia/ora: quella di un aereo di linea per intenderci. Gli tsunami, inoltre, iniziano a percepire il fondale e la costa molto prima delle onde normali, che iniziano a piegare e rallentare solo a 3-400 metri dalla riva. Nelle onde normali, la velocità si riduce a zero quando l’onda finisce la sua corsa sbattendo sulla costa ma gli tsunami si comportano diversamente. Il movimento di acqua causato dal terremoto è di natura verticale e ovviamente l’acqua tende a tornare al suo equilibrio gravitazionale. È per questo che gli effetti sulla costa sono più simili a quelli di una diga che cede, dove un muro di acqua colpisce di colpo la terra e la sommerge. Quelle che abbiamo visto frangere in giappone, sono il risultato di una “fissione” tra onde, un fenomeno per il quale un’onda lineare diventa troppo ripida e si divide in un treno di onde di misura inferiore, una situazione simile a quella delle onde di marea che risalgono i fiumi. Non è corretto chiamare tsunami una sola di queste onde, perchè lo tsunami comprende l’intero pacchetto di onde. Ammetto che in Giappone si sono viste sezioni di onde surfabili. Di sicuro ad essere stati nel posto giusto al momento giusto si sarebbero prese onde incredibili. Ma quelle onde non possono definirsi “lo tsunami”, erano piccole parti di tsunami, causate dalla frammentazione della sua energia al contatto con il fondale. Quindi, se volete, è possibile surfare un pezzettino di tsunami ma non consiglierei a nessuno di provarci. Nonostante qualcuno a Santa Cruz abbia dichiarato di aver cavalcato un’onda di tsuami, l’evento giapponese non era assolutamente cavalcabile in California. Chi dichiara di averlo fatto, in realtà ha preso onde normali durante lo tsunami. La storia di Felipe Pomar è diversa: la situazione di quel terremoto era simile a quella appena vissuta in giappone. Felipe era molto vicino al punto di propagazione dello tsunami. Il terremoto del ’74, per fortuna, era di 8.1 gradi: 30 volte minore di quello giapponese (9.0) in termini di energia rilasciata. Probabilmente Felipe non sarebbe riuscito a raccontarci questa storia se il terremoto fosse stato come quello del Giappone. Sarebbe sicuramente annegato».

Ricerca SurfNews
Articoli
NON TOCCATE LO TSUNAMI

È SCIENTIFICAMENTE IMPOSSIBILE CAVALCARE LE ONDE GENERATE DAI TERREMOTI. ...
MARCO MORETTI

Scatti rubati alla normalità, visoni sbilenche ma proprio per questo tremendamente ...
SOUTH HUVADHOO ATOLL

Le migliori onde delle Maldive ancora resistono al turismo di massa. Tiger ...
ALESSANDRO ONOFRI

Crescere in Romagna e raggiungere, in mare, il livello di Ale, richiede ...
RIDING THE BONO

Il nome stesso racconta molto sull’unicità di questo fenomeno. La parola ...
PLAN B

DOPO IL PRO JUNIOR DI GRAN CANARIA ANGELO BONOMELLI ED IL TEAM VOLCOM SI ...
JAZZIN’ SÀI GÒN

SWING MONSONICO, TRAFFICO SINCOPATO E ASSOLI ORGANOLETTICI. DISSERTAZIONI ...
Archivio magazine »
Scarica gratis Surfnews Magazine