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FEDERICO VANNO
INTERVIEW
a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews
Foto: Pulvirenti, Castangia, Zandonà, Di Bitonto Morri
Dalle lezioni di vela a Ostia ai reef indonesiani, il passo non è molto lungo. Basta avere il coraggio di immaginare qualcosa di diverso dalle discoteche e dal “Circoletto” e seguirlo fino in fondo, anche quando ti porta a scelte difficili, città brulicanti o baie senza onde. Questa intervista con Federico, uno dei più bravi surfisti del litorale romano, tocca punti comuni a tutta la generazione di surfisti tirrenici cresciuta a maestrale e Meteo TG, nei primi anni ’90. NZ

NOME: FEDERICO VANNO
DATA DI NASCITA: 1-Dicembre-1978
STANCE: Regular
FAV SPOT ITALIA: Bova
FAV SPOT ESTERO: Ht’s (Mentawai)
FAV MUSIC: Foo Fighters
SPONSOR: Ocean & Earth, West, Etnies

Raccontaci della tua generazione di surfisti. Come sei arrivato alle onde?
Ho incominciato agli inizi degli anni 90, a 14 anni, e fu subito una presa di posizione. Per comprare la tavola dovetti vendere lo skateboard e investire tutti i soldi racimolati tra compleanno e feste di Natale. Da quel momento in poi è iniziata una trasformazione. A 15 anni, infatti, ero un ragazzetto romano come tanti, che frequentava le discoteche il sabato pomeriggio. Due fattori influenzarono il cambiamento, il primo fu l’amore per la vela. Frequentavo la Lega Navale di Ostia Lido, quando il mare era troppo mosso si andava tutti a fare surf! In questo gruppo c’erano velisti che avevano navigato a lungo in Mediterraneo e in Oceano, con al seguito la loro tavola. Mi raccontavano di altri posti dove si faceva surf, in Italia e all’estero, di onde sconosciute, di storie lontanissime da Ostia e dal mio mondo. Io ascoltavo, surfavo con loro e mi facevo enormi viaggioni mentali. Il secondo fattore fu la scoperta del “Circoletto”. Attaccato alla Lega Navale, infatti, c’era uno degli spot più famigerati della zona, il “Circoletto”, frequentato dai surfisti più grandi. Io li vedevo come i locali nel film Point Break: creavano il panico ovunque, risse in acqua, localismo e ovviamente festoni a suon di musica e birra, insomma erano i veri “sciacalli” del litorale. Crescendo mi staccai sempre di più dalla Lega Navale, ci trasferimmo di casa vicino a Ostia ed incominciai a conoscere gente più grande di me come Claudio Rallo, Emiliano Cataldi, Patrik Di Napoli. Entrai così a contatto con la surf-culture “vissuta”, uno stile di vita che mi ha trasformato piano piano, dal modo di vestire agli interessi, ai sogni per il futuro, decisamente differenti da quelli dei miei coetanei di allora.

Sei uno dei surfisti più itineranti in italia. Cosa cerchi in un viaggio?
Cercare onde mi ha sempre affascinato, fin da quando non esistevano le surfguide e l’unica fonte di informazioni meteo era il TG meteo di Rai1 delle 19.50. Quando mi trovo lungo una costa che non conosco entro automaticamente in mood esplorativo e inizio a controllare ogni baia, golfo o promontorio. Il sud e le isole sono le zone che mi attirano maggiormente in Italia. Intere coste sono ancora poco frequentate e poco si sa anche dei loro fondali, rendendo la ricerca più interessante. In questi anni ho imparato a non fermarmi di fronte a onde mediocri e a guardare sempre “oltre la prossima baia”, un approccio che mi ha costretto a macinare chilometri ma che ha regalato session indimenticabili.

Si parla molto di “fuga di cervelli” in Italia. Io penso che sia in atto anche una “fuga dei surfisti”. Com’è la situazione a Banzai e spot limitrofi dopo che un’intera generazione ha deciso di emigrare?
Non penso che i surfisti stiano emigrando più degli altri italiani. Il numero di surfisti è aumentato negli ultimi dieci anni, e così anche quelli che si sono spostati all’estero magari spinti dalla crisi o seguendo le onde. La situazione nei nostri spot è particolare. Ci sono stati, nel bene e nel male, sensibili cambiamenti sul line-up per via della dipartita di alcune persone. Oggi non esiste più il localismo almeno dalle nostre parti ed è giusto che sia così ma cosa ancor più grave non esistono più il rispetto e la disciplina, e anche questo non va bene. Ognuno ha reagito in maniera diversa a seconda dei rapporti che aveva con le varie persone. Di alcuni sento la mancanza ma il mio non è un dispiacere, sento anzi una gioia dentro perché so che quel surfista ora ha coronato il suo sogno e non deve fare le macumbe per avere un po’ di onde!

La maggior parte delle foto di questo articolo sono scattate in Indonesia. Che rapporto hai con questo paese?
Questo arcipelago mi ha dato pace interiore nei momenti difficili della mia crescita e mi ha mostrato cosa sia la sofferenza. Il mix tra città brulicanti e spiagge desolate mi ha intrigato tantissimo fin dai primi viaggi: racchiude entrambi gli estremi, l’incubo urbano e la forza liberatoria delle onde. Mi affascina il rispetto della popolazione verso lo straniero e il diverso, e il suo rapporto con la natura, in bilico tra inquinamento estremo e perfetta integrazione. Ho vissuto anche momenti drammatici. Quando ci fu il terremoto a Padang, nel settembre del ’09, mi trovavo in barca alle Mentawai. Chi era sotto coperta vide solo il tremolio del bicchiere di birra sul tavolo. Io ero in acqua, sentii un frastuono sordo, come il rombo di un jet, ma non gli diedi peso. Al mio rientro dalla session mi informarono dell’accaduto, rimasi pietrificato. Non ci fu allerta tsunami ma la mia più grande preoccupazione fu di avvertire i famigliari che eravamo salvi. Trovarsi in mare aperto alle Mentawai vuol dire essere fuori dal mondo, una notte di navigazione da Sumatra. I ripetitori della rete mobile coprono solo alcune isole e per quattro giorni non parlammo con nessuno. Nei giorni a seguire tra le barche in rada a Katiet, di fronte a HT’s, nessuno aveva notizie precise. Il disastro lo incontrammo al rientro a Padang. Una montagna a lato del porto era franata travolgendo le case sottostanti. In città era anche peggio, scenari da incubo e drammi familiari ad ogni angolo. Abbiamo guidato un’ora tra le macerie per arrivare in aeroporto, tutti scavavano a mani nude, le ruspe erano pochissime. Al check-in abbiamo incontrato altri surfisti, alcuni avevano dormito a Padang due notti prima del disastro, il loro hotel, quello che usano quasi tutte le compagnie di charter, era stato raso al suolo. Il terrore è una delle tante facce dell’Indonesia.

Che interessi hai oltre a prendere onde? Sei un fanatico dei social network?
A dire la verità non ho tempo per fare tante altre cose. Ho l’hobby della fotografia che si coniuga perfettamente con il surf e con la mia vita di coppia. Sono un market developer della Coca Cola. Il lavoro è molto dinamico ma le ore di lavoro purtroppo non sono flessibili: dalle 8 alle 18 a seconda della giornata e del periodo. D’estate riesco a sfruttare le albe e i tramonti, non c’è cosa più bella di farsi due ore in mare prima o dopo il lavoro, anche perché spesso surfo solo o con pochi altri ragazzi. I social network non li sopporto, anche io sono “schedato” ma solo su facebook, non mi piace divulgare gli affari miei e non mi interessa farmi quegli degli altri. Ci sono giorni in cui non mi connetto neanche a internet e non sento la necessità di farlo. Chi lavora dietro una scrivania tutto il giorno si affida molto a questo fenomeno di comunicazione. Io preferisco ancora conoscere le persone… di persona!

Free surf o competizioni? So che sei supportato da Ocean & Earth, West e Etnies, che progetti hai per il futuro?
Fino a pochi anni fa le aziende sponsorizzavano i contest nazionali e regionali, poi la crisi ha fatto il suo dovere e le aziende di settore si sono dovute ridimensionare. Mi piace fare le gare, trovo la competizione stimolante. Spero sempre che tutto migliori, con un campionato al top degli atleti e dell’organizzazione. L’importante è confrontarsi con gli elementi, è questa la prerogativa del surf, ciò che lo rende diverso dagli altri sport. La Counterstream mi ha dato tanta fiducia con Ocean & Earth ed ora anche con West. Fabrizio sta lavorando a un progetto assieme a Phil MacDonald, ma non voglio rovinarvi la sorpresa!

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