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IL BIANCO E IL NERO
La storia sottaciuta di un grande disastro locale
a cura di Antonio Muglia Condividi SurfNews
Foto: Antonio Muglia
20 metri cubi di catrame nero riversati sulle bianche spiagge del Golfo dell’Asinara.
A rischio una delle coste più belle (e ondose) del Mediterraneo.
Le scarpe affondano nella sabbia appena rastrellata di Platamona, nella costa nord della Sardegna. Cinque uomini in tuta bianca e mascherine sezionano i granelli bianchi, frugano nella battigia con le pale, si avvicinano alle buste nere e scaricano pezzi di catrame raggrumato. È passato meno di un giorno dall’arrivo della “marea nera” causata dallo sversamento di olio combustibile nel golfo dell’Asinara e le operazioni di bonifica sono già a buon punto. Almeno sembra. Camminando sulla battigia bianca, appena pulita, si scopre che il catrame è ben nascosto sotto la sabbia e si aggrappa alle suole delle scarpe e ai pantaloni che strusciano per terra. Nel momento in cui leggerete questo articolo molte cose potrebbero essere cambiate, e tante pagine di giornale saranno andate in stampa con le dichiarazioni della Capitaneria di Porto e dalla E.on, l’azienda che ha contribuito a inquinare il mare della Sardegna. Ma il triste spettacolo di una spiaggia, la nostra, sventrata dall’inqinamento resterà indelebile nella memoria di chi, come noi surfisti, tenta di vivere, in sintonia con questo ecosistema. Tutto è iniziato con una normale operazione di scarico di olio combustibile, intorno alle 17 dell’11 gennaio. La nave cisterna Esmeralda pompa fuel oil attraverso la linea di trasferimento che alimenta i gruppi uno e due della termo centrale di Fiume Santo, a ovest di Porto Torres. Un complesso industriale cresciuto progressivamente dagli anni ’60 e che lentamente ha divorato chilometri di arenili incantati risputando in cambio migliaia di posti di lavoro. Ma qualcosa va storto in questa equazione. Il tubo da 24 pollici che accompagna l’olio è corroso, ha una lacerazione di 19 millimetri e la sostanza inizia a correre libera verso il mare aperto. Le prime notizie ufficiali arrivano il giorno successivo. Cominciano i balletti dei numeri. Secondo le prime stime si tratta di poche centinaia di litri, arriva la smentita: sono circa diecimila. Anzi no, 15 mila. Nel frattempo la magistratura di Sassari apre un’inchiesta. Da quel momento molte bocche si cuciono ma le cifre aumentano: venti, trenta, forse 48 mila litri di olio combustibile persi in mare, senza l’attivazione di nessun protocollo per i disastri ambientali. Una manciata di ore dopo l’incidente i danni sono già visibili. A Platamona si spiaggiano enormi quantità di catrame. L’olio combustibile, infatti, a contatto con l’acqua si solidifica, aumenta di 16 volte il suo volume e galleggia, invischiando pesci, uccelli, crostacei, dune e falesie. Iniziano le operazioni di bonifica. E.on, azienda tedesca che opera nel settore energetico (80 miliardi di fatturato), mette in campo tutte le risorse comunicative possibili. Nelle conferenze stampa si cerca di tranquillizzare i cronisti e l’Agi, l’Agenzia Giornalistica Italia, il 12 gennaio cita fonti sicure: “Si concluderanno in giornata le operazioni di recupero dell’olio combustibile finito in mare ieri pomeriggio davanti alla banchina della centrale termoelettrica E.on a Porto Torres”. Il mare però ha un respiro forte, da ovest e poi da Maestrale: i 18 km di costa di Platamona vengono insozzati. Poi tocca a Punta Tramontana, verso nord, e ancora, qualche giorno dopo, arrivano notizie dalla Gallura: Santa Teresa e le rocce di Capo Testa sono irrimediabilmente macchiate di nero. Il 28 gennaio vengono recuperate palle di catrame anche nelle spiagge della Pelosa, a Stintino, e anche a Pazzona ed Ezzi Mannu. L’olio ha quindi attraversato tutto il golfo, lambendo i Parchi nazionali dell’Asinara e della Maddalena. La sostanza finita in mare è altamente tossica. In spiaggia, mentre si cammina, un forte odore simile a quello del gasolio pervade i polmoni. Le amministrazioni emettono i divieti di accesso alle spiagge ma il 20 gennaio, a Marritza (Punta Tramontana), le onde sono buone ed il problema diventa immediatamente reale per i surfisti della zona. «Era glassy, un metro, ma l’odore saliva fortissimo e c’erano blocchi di catrame ancora freschi», racconta Manlio Longinotti, un surfista di Sassari. L’impatto emotivo con un home spot stuprato è devastante. Quello sui precari equilibri marini potrebbe esserlo ancora di più. «Non conosco i dati – dichiara Andrea Cossu, docente di ecologia all’università di Sassari, – ma se il catrame si deposita sul fondo le ripercussioni sull’ambiente marino potrebbero essere gravi. La meiofauna, la fauna interstiziale della sabbia, rimarrebbe soffocata ed essendo la base della catena alimentare provocherebbe una migrazione dei pesci». Quali gli effetti sull’uomo? Ancora non si sa, e l’Arpas (l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Sardegna), non può svelare i risultati delle analisi delle acque, in quanto agisce come investigatore della Polizia Giudiziaria ed è tenuta al segreto istruttorio. Emerge però qualche dubbio sull’effettiva utilità del piano d’emergenza. Le panne galleggianti dovevano circoscrivere l’olio dentro il porto, ma così non è accaduto. Il parallelo con il disastro della Bp, nel golfo del Messico, è ovviamente fuori luogo, ma le domande assillano gli ambientalisti e mettono in crisi chi ha un minimo di coscienza sociale. Negli ultimi anni l’industria pesante ha vissuto un periodo di declino, facendo oscillare migliaia di posti di lavoro in tutti gli stabilimenti italiani e, allo stesso tempo, facendo esultare chi voleva cacciare i produttori di veleni, simbolo della modernità. Ma le proteste dei cassintegrati della Vinyls, insieme ai colleghi di Porto Marghera, hanno spinto nuovi gruppi imprenditoriali a investire quattrini nell’industria. Qualche centinaio di posti di lavoro sarà salvo, ma alle spalle delle fabbriche fumanti, qualche bambino morirà in silenzio di leucemia e le nostre coste rischieranno costantemente altri danni.

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