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CASTLES IN THE SKY
Il nuovo capolavoro di Taylor Steele
a cura di Nathan Myers Condividi SurfNews
Foto: Nathan Myers
Times Square, New York. Taylor Steele e Dan Malloy sono in ritardo per l’intervista. Entrano nel grattacielo dell’emittente radiofonica ma rimangono pietrificati di fronte ad un globo enorme: un mappamondo rotante grande quanto una casa piazzato al centro della hall. La trasmissione inizia fra tre minuti, poi li aspettano l’allestimento di una galleria fotografica a Soho, e gli ultimi ritocchi al montaggio di Castles in the Sky, che proprio questa sera verrà proiettato in anteprima mondiale. Ma i piani di lavoro fatti in California non sempre funzionano a New York. Faccio due passi indietro e scatto qualche foto a loro due in contemplazione: Taylor traccia mareggiate immaginarie attraverso il Mediterraneo, Dan punta l’indice verso il Circolo Polare Artico. Taylor scuote la testa e indica l’Antartide. Non voglio neanche sentire quello che si stanno dicendo. Libano o Antartide che sia, questi due prendono seriamente le loro visioni esplorative. E so bene che le mie chance di unirmi a loro sono più alte se non conosco il mio destino. Una grossa mano nera si appoggia sulla mia spalla: «no foto qui». È l’addetto alla sicurezza: «No problem» rispondo, poi mi sposto dall’altra parte della hall e continuo a scattare. “No photo here”. Me lo hanno detto mille volte negli ultimi tre anni, a Machu Picchu, fuori dal Taj Mahal e anche in mezzo al Sahara, ma ho imparato a portar rispetto e, se serve, a non ascoltare. Dimenticati quello che hai imparato a scuola, il viaggio è l’unica fonte di conoscenza. Porta rispetto, prova tutto e viaggia leggero: le persone più intelligenti che conosco non sono mai andate all’università. Taylor è uno di questi: ha iniziato a viaggiare poco dopo le superiori e non si è ancora fermato. Seguirlo nelle sue ultime avventure è stato una scuola di vita per me. «Non farti prendere dal panico, c’è sempre una via di fuga, e quando pensi di essere andato abbastanza lontano spingiti ancora un po’ oltre» questo mi ha insegnato la produzione Castles in the Sky, un film che travalica il concetto di surf-movie. Prima di ogni viaggio abbiamo fatto ricerche meticolose. Vietnam, Islanda, Perù, Africa e India, abbiamo segnato sulla mappa tutti i possibili point e contattato i locali, poi all’arrivo i programmi si sono squagliati come neve al sole. E non parlatemi di piani alternativi! Nessuno apre nuove vie senza sporcarsi le mani, senza mettersi in discussione in prima persona. Il primo passo, la partenza, è stato il più difficile, i rimanenti tre anni sono stati una lunga ed inesorabile caduta, destinata a terminare proprio oggi qui a New York. La presentatrice dello show radiofonico ci viene incontro. Ha tette finte e pantaloni attillati. «Chi di voi è il famoso surfista?» chiede spudorata. Dan abbassa lo sguardo, Taylor lo indica. «Siamo in ritardo» dice, «non abbiamo tempo per leggere le domande prima di andare in onda». «Forse è meglio così» risponde il regista «almeno sembreranno più interessanti». La bambolina rifatta non capisce, Dan e Taylor hanno ancora gli occhi fissi sul globo.

«Sono le quattro del mattino in India», Taylor guarda nella telecamera e commenta in diretta col sangue che gli cola dalla fronte «la macchina è appena andata fuori strada, siamo nella merda». Le strade meno battute sono deserte per qualche buon motivo! Di automobili ne abbiamo distrutte più di una in questo progetto e, per assurdo, si sono rotte mentre tentavamo di raccontare il lato “romantico” del viaggio. Abbiamo perso decine di aerei e pagato somme esorbitanti per i bagagli in eccesso. Lasciate che ve lo dica: il mondo è un posto difficile. Mentre sei “sul campo” e trascini trepiedi e sacche delle tavole da un’aeroporto deserto a una stazione dei bus dismessa, ti senti come all’interno di una roulette russa. Un momento di esitazione, un piccolo errore, può vanificare anche il migliore dei programmi. Il lato più divertente del viaggio è la narrazione: quando sei a casa e mostri le foto ai tuoi amici raccontando storie. Taylor ha imparato a filmare tra le onde di casa, a San Diego e ha iniziato da subito a viaggiare assieme a Rob, Dorian e Kelly. Il suo stile di montaggio nei primi anni ‘90, un abbinamento tra manovre moderne e musica punk-rock, ha dato vita ad un vero e proprio genere. Momentum, The Show, Good Times: ogni film serviva a produrre il successivo. E appena la massa si è buttata a capofitto nel genere, Taylor ha spostato il fulcro della sua attenzione producendo qualcosa di completamente diverso come le serie Drive Thru e Sipping Jetstreams. Sipping ha attualizzato il modulo narrativo di Endless Summer, portandolo a contatto con location nuove ed “estreme”, come Hong Kong, Cuba e Italia. Le sue ultime produzioni sono state decisamente cross-over: The Drifter esplora la caleidoscopica cultura indonesiana attraverso gli occhi del suo amico Rob Machado. Film come Stranger than Fiction, e Modern Collective, invece, hanno immortalato le manovre più estreme nel panorama short-board, aprendo la strada al format DIY (do it yourself) di Innersection. «Quando ho iniziato a produrre film di surf» mi confessa «non credevo di resistere così a lungo. Pensavo di farne due, tre al massimo. E trovo incredibile essere ancora qui oggi, a fare la stessa cosa».

Castles apre con un prologo di 10 tragici minuti. Taylor che sanguina in India, la macchina che scivola sul ghiaccio in Islanda, apparecchiature distrutte, surfisti persi per gli aeroporti di mezzo mondo: tutte le disavventure del progetto sbattute in faccia allo spettatore come una cruda confessione. In tutti i film di Taylor la sezione finale è riservata al surfista con le manovre migliori. Questa volta, però, ad aggiudicarsela è stato chi ha sofferto più di tutti. A tre giorni dal nostro arrivo in India, infatti, entrambi gli atleti convocati erano KO. Kalani Rob era seriamente malato e Mitch Coleburn aveva fatto perdere le sue tracce. È stato Dave Rastovich a salvare il trip, sopportando alcune delle condizioni di viaggio più dure della sua carriera pur di portare a termine la missione. Questo gli ha fruttato la tanto ambita chiusura del film. Rasta esce dal tubo a velocità altissima, pompa pesantemente, tiene una linea alta, quasi innaturale, poi si infila attraverso gli enormi piloni di un molo deserto e semidistrutto. Guardando la scena da casa servono almeno tre o quattro “rewind” per capire quanto folle sia il suo gesto. Dal mio angolo alla base del molo ero convinto sarebbe morto sbattendo contro i piloni! Le variabili da calcolare sono molte: l’onda passa tubando a pochi centimetri dal tetto della struttura, e una corrente corre parallela lungo il lato di entrata, per non parlare del reef che è praticamente scoperto. Nessuno ci aveva mai provato prima. Da solo in mare, onde perfette in India, i locali che urlano da sopra: capisco subito che Rasta sta scrivendo la storia. L’onda artica in Islanda, le spiagge del Vientam e anche questo molo solitario in India: tutte le migliori session di Castles sono state filmate in onde splendide mai apparse prima in video. E lo stesso la parte più difficile del progetto non è stata quella relativa al surf. È più facile far entare in mare un surfista durante una tormenta di neve che trascinarlo a vedere templi e musei, per le immancabili session di life-style. Machu Picchu, Taj Mahal, gli slum Sudafricani e i geyser artici: coordinare i pro, farli lasciare la spiaggia e le camere di hotel, ha richiesto una dose enorme di masochismo.

Le luci si accendono nel teatro. Il film è finito e Taylor sorride, è sopravvissuto anche a questa avventura, ora manca solo la classica conferenza stampa. Dalle file più arretrate una mano si alza «mi è piaciuto il materiale sul surf» dice una signora con tono saccente «ma sono dubbiosa sul valore culturale del resto. Alla fine siete solo dei bianchi ricchi, che approfittano dei poveri nativi per fare un film». Prima che Taylor inizi a risponderle un surfista indiano si alza e racconta che, proprio grazie all’incontro con Taylor, ha riscoperto il piacere di viaggiare in India. Taylor cerca di mettere a fuoco chi sia a parlare, poi risponde: «penso che il viaggio avvicini le persone. Ogni volta che parto la mia destinazione finale è sempre la stessa: casa mia. Ma ogni volta che torno a casa mi accorgo di essere cambiato grazie alle esperienze che ho vissuto e alle persone che ho incontrato. E forse a cambiare non sono solo io, ma anche loro». La platea esulta e applaude. Il teatro si vuota nella notte newyorkese, lungo la strada una band di mariachi scalda gli strumenti. Di colpo sono le tre di mattina in questo scuro bagno di folla, siamo in un bar. Taylor arriva con un sombrero in testa, due tequila e un margarita in mano. È il cinque di maggio, giorno dell’indipendenza del Messico e tutti stanno festeggiando. Passa i drink a Dion Angius e Dan Malloy. Brindano alla fine del viaggio, come se esistesse veramente una fine. «Ho speso tutto il budget del prossimo film in quel giro di drink!» dice Taylor ridendo «e il prossimo lo paghi tu!». New York ha prezzi inavvicinabili, Dion vive qui da poco e lo sa bene. Sopravvive facendosi pagare da bere dalle modelle. Un artista surfista all’ultima moda ha successo in ambienti di questo tipo. Il viaggio con lui in Vietnam risale a tre anni fa. Da allora Dion ha cambiato città cinque volte, e recitato per Modern Collective e Innersection. Il suo blog, assieme a quello di Dane Reynolds, è tra i più seguiti in rete. «Castles è diverso dagli altri film a cui ho partecipato» racconta «parla di qualcosa più ampio del surf, parla dell’amore per il viaggio e per le onde, e non capisci dove finisca uno e cominci l’altro». Una cameriera vestita da amazzone sexy gli porta uno strawberry daiquiri e Dion scompare con lei nella notte della Grande Mela. Dan Malloy, invece, non è per nulla dandy, anzi, assomiglia più a un cowboy. Ai dandy non piace il freddo mentre Dan non ha problemi a cambiarsi all’aperto sulla banchisa polare innevata. In Islanda l’ho visto nuotare verso quest’onda enorme, gelida e mai surfata prima. Mancava pochissimo al tramonto ed ero sicuro sarebbe sparito per sempre, inghiottito dall’oceano scuro. Non stavamo neanche filmando ma Dan è andato semplicemente a vedere lo spot di persona, a surfarlo per pura curiosità. Castles, come avrete capito, racconta una serie di pazzie portate a termine da una banda di maniaci dello shock culturale, a proprio agio anche in una selva di zombie come New York. «Questa città è così carismatica» commenta Taylor, «mi piacerebbe venirci a vivere». Al momento la famiglia Steele abita a Bali ma non resta mai troppo a lungo nello stesso posto vista la professione di Taylor. Intanto a Times Square il mappamondo gigante ha rotto i cardini e rotola lungo le strade schiacciando i nottambuli, fuori dai bar coi loro Martini in mano e la sigaretta accesa. Ci sta per raggiungere, poi, di colpo è l’alba, e io ho perso il mio volo bevendo assieme alla crew, in pieno stile Castles. «Le destinazioni per il prossimo film dovranno essere estreme. Antartide, Libano e, non so, c’è il mare in Afganistan?!» «Afganistan?! Le prossime destinazioni?!» rispondo io. «Si, tenetevi pronti a partire presto» risponde Taylor «ho sempre pensato a Sipping come ad una trilogia».

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