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STRADE SENZA FINE
L’inverno di Te Wai Pounamu, l’isola meridionale della Nuova Zelanda
a cura di Chris Burkard Condividi SurfNews
Foto: Chris Burkard
Le vibrazioni della casa mi svegliano nel mezzo della notte. Fuori è ancora buio ma questo continuo tremore mi impedisce di prendere sonno. Anche i miei compagni sono nella stessa situazione. «Senti i muri tremare?» chiede Peter Devries a Jesse Hines «sì, sembra che la mareggiata sia arrivata!». Le onde sbattono sulla diga foranea del porto, sparando pinnacoli di schiuma dieci metri verso il cielo. Durante la notte le banchine più esposte sono state sventrate dai colpi d’ariete delle onde anomale. Raduniamo l’attrezzatura e partiamo per la punta meridionale dell’isola, sperando di arrivare in spiaggia prima dell’alba.

Il giorno prima ho a lungo spiato dai finestrini del volo Air NZ in avvicinamento a Christchurch. L’aereo si è tenuto a bassa quota, dando il fianco alla costa orientale di South Island e regalando un prologo mozzafiato al nostro surf-trip. Dall’alto si vedono chiaramente le due placche tettoniche che convergono, creando una catena montuosa che si alza dall’oceano come un drago inferocito. Tra le sue fauci aperte si vedono vallate costellate di fattorie nella quieta baia di Nelson. Sopra di noi un manto di nuvole bianche fuggono il sopraggiungere del sole. Mike Losness intravede un triangolo di schiuma bianca alla foce di un fiume. Da qui tutte le baie sembrano avere onde perfette ma i tesori della costa meridionale non saranno per nulla facili da conquistare. Il break intravisto da Mike, ad esempio, si rivelerà un bidone. La mareggiata è ancora troppo piccola e quel triangolo bianco è generato da onde di appena 50cm. Ma le previsioni confortanti e centinaia di chilometri di costa esposta tra Timaru, Dunedin e Invercargill, rendono questa prima cantonata più accettabile. Partiamo per il sud seguendo strade ad una sola corsia. Il segnale della rete cellulare sparisce poco dopo la partenza. D’inverno le strade sono deserte, specialmente quelle in terra battuta che conducono alla costa. Ne seguiamo una fino ad un point sinistro, esposto e selvaggio. All’arrivo troviamo inquietanti muri d’acqua che si infrangono contro scogliere laviche nere, ricoperte di kelp. Un set rompe sul reef esterno e sfila largo, spazzando il point con una striscia di schiuma bianca. Picchi anomali attraversano la baia come cavalli impazziti. «Guarda quella casa!» Losness indica una costruzione a metà della penisola. La sua vista rivela le vere dimensioni delle onde: anche quelle piccole sono alte più di lei. La tempesta che stiamo rincorrendo è nata in quella fucina di perturbazioni chiamata Corrente Polare Antartica. I venti da ovest, infatti, alimentano un flusso che sposta 125 milioni di metri cubi d’acqua al secondo, la corrente oceanica più potente del pianeta. E non c’è da stupirsi se queste latitudini hanno soprannomi inquietanti tra i lupi di mare come i “ruggenti 40”, i “furiosi 50” e i “tremendi 60”. In questa catena di montaggio per basse pressioni, il vento e il mare spingono onde mostruose verso nord, destinate a finire la loro corsa su questi fondali rocciosi. L’Antartide è la prima terra che incontreremmo se puntassimo ancora più a sud. Una parte della corrente artica segue le mareggiate verso nord, facendo scendere la temperatura dell’acqua fino a 5C°. Serve un break riparato. Troviamo una spiaggia parzialmente risparmiata dalla furia oceanica. Alla fine della baia una montagna alta 150 metri domina il panorama come una fortezza medievale. Le raffiche da terra trasformano il caos in onde scavate. Nessun essere umano in vista, solo un camper abbandonato. Spacchettiamo calzari, guanti e mute da 5mm. Devries è il primo ad infilarsi in un tubo: il lip forma un arco perfetto attorno alla sua figura prima di esplodere in mille cristalli liquidi. Losness e Hines lo raggiungono in mare, infilandosi in caverne senza uscita ma atterrando coreografiche manovre aeree sullo sfondo di maestose rocce scure. Dopo un paio d’ore Mike esce dall’acqua estasiato, si toglie il cappuccio e commenta: «questo è uno dei beach-break più divertenti del pianeta!». Ma qualcun’altro sta camminando su questa stessa spiaggia. I nostri sentieri si incrociano mentre torniamo verso il furgone. Sean, questo è il suo nome, ha una folta barba argentata, porta un cappellaccio scuro e stivali di gomma infangati. Nonostante l’aspetto agreste, Sean non è un farmer ma un fotografo che ha scelto un’esistenza nomade. Tutti i giorni guarda e fotografa i pinguini impegnati nella pesca. Ci invita nella sua casa mobile: una striscia di bandiere da preghiera nepalesi taglia in due l’ambiente. Ai muri ha appeso foto di famiglia, scattate negli anni ’70. «Mia moglie è su al nord anche se preferirebbe rimanere qui» spiega «da quando sono rimasto solo mi trattengo nello stesso posto solo per un mese, poi mi sposto. Ci sono tanti angoli magici da queste parti, la strada non ha mai fine». Lasciamo questo enigmatico personaggio e la sua spiaggia e ci addentriamo nella foresta. La vegetazione è densissima e ci copre con una coltre di umido silenzio. Ci perdiamo in un dedalo di strade buie, un labirinto di tunnel scavati attraverso rami, erba e fogliame. Girato un angolo troviamo il macchinario che fisicamente scolpisce queste gallerie: un enorme escavatore collegato ad una lama di quattro metri. Il macchinario periodicamente pulisce i tunnel esistenti e ne crea di nuovi, ma ad avere l’ultima parola, qui, è sempre la natura, capace di vanificare il lavoro della lama in pochi giorni. Torniamo a vedere la luce del sole in prossimità della costa. Promontori, laghi, spiagge e cascate di colpo mi sembrano incredibilmente colorati. Le onde sono piccole e la marea sta crescendo, così decidiamo di controllare uno spot notato il primo giorno. Una destra rompe all’imboccatura della baietta, spazzata da un gelido vento da terra. Le onde più grosse sono franose nel take-off ma appena sbattono sulla secca interna crescono in altezza e rompono in sinuosi tubi rotondi. Un arcobaleno circonda questa scena idilliaca e noi ci buttiamo in mare. Hines e Losness letteralmente distruggono le onde, facendo a gara a chi alza gli spruzzi più alti durante le manovre. Devries, invece, si concentra sulla sezione di double-up. In un’onda prende addirittura due tubi, il secondo dei quali gli spezza la tavola in due. Quando un aggressivo leone di mare si unisce a noi sul line-up, latrando a tutta voce, capiamo che è ora di cambiare area. Di notte accendiamo un fuoco per scaldarci e per asciugare tutto il neoprene necessario a surfare tra questo gelo. Di giorno ci perdiamo tra paesaggi incredibili, più densamente popolati da onde perfette che da esseri umani. Ultimo obiettivo del viaggio è quello di surfare un’onda vista in fotografia, un “bluff “corto e violento che però non riusciamo a individuare. D’improvviso una densa nebbia cala su di noi interrompendo le ricerche. Il mare sparisce e noi ci fermiamo in un caffè sulla strada dove incontriamo un surfista. Tra un hamburger di carne locale e un piatto di insalata chiediamo informazioni sugli spot dell’area. Dopo averci squadrato da testa a piedi ci racconta la strana storia di un surfista, abbandonato da un vascello in una baia più a sud. Avrebbe surfato per sei mesi un point da favola senza mai incontrare anima viva, vivendo di pesca in una grotta. Il surfista è chiaramente geloso dei suoi segreti e tenta di sviare la nostra ricerca ma Losness gli mostra la foto dell’onda che stiamo cercando. «Sai dirci dov’è questa?» gli chiede con fare innocente. La foto mostra un picco perfettamente simmetrico, verde e liscio, sul punto di esplodere a pochi metri da riva. Il locale la valuta per qualche secondo, poi guarda Mike di sbieco e gli dice «potrebbe essere ovunque!».

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