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ONDE NOSTRE
Una "pellicola" sul surf in Italia di Luca Merli e Matteo Ferrari
a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews
Foto: Matteo Ferrari
Pioggia battente e frangenti spazzati da un vento gelido: il Mediterraneo Settentrionale non assomiglia proprio alla Bassa California, meno che mai durante le fredde maestralate che aprono Onde Nostre. Il documentario di Luca Merli però, non ha bisogno di stereotipi. Proietta il surf italiano, quello fatto di neoprene e lunghe attese, oltre le figure retoriche del surf-movie classicamente inteso. L’acenno alla California non è casuale: Luca Merli è allineato col filone “romantico” della cinematografia di settore, quella delle “surf-movie night” degli anni ’60 e ‘70. Un genere che da decenni elettrizza i surfisti d’oltreoceano e che approda ora in Italia, grazie alla sua “pellicola”. «Lo scopo del film non è quello di scimmiottare un filone estero di successo» precisa il regista «ma di confrontarsi con la sua grammatica, fatta di riprese d’alta qualità (tassativamente in pellicola) accoppiate a musiche originali». A giudicare dall’affluenza di pubblico (oltre mille persone sono accorse alla Fonderia Napoleonica per la première milanese del 17 settembre) e dalla reazione dei media (GQ, Sportweek, Corriere della Sera e La Repubblica l’esperimento sembra essere perfettamente riuscito.


Il rapporto tra Luca e la celluloide è emotivo prima che professionale: «sono cresciuto guardando le pellicole dei pionieri del surf degli anni ‘70», racconta smanettando sulla Bolex come fosse un cubo di Rubik «mio padre ha studiato in America e da bambino mi portava i film di Greg Weaver, cult come Stylemasters, o Forgotten Island of Santosha, girati con questa stessa cinepresa. Ho sempre apprezzato il sapore low-fi di quei filmini, la grana della pellicola, il suono del proiettore, trasmettono sentimenti romantici ed epici. Emozioni che non trovo nei DVD di surf contemporanei, tutti incentrati sul lato tecnico dello sport e che ho provato a replicare in questo film». Seguendo questo filone artistico Luca ha realizzato quattro film di snowboard ed una serie lunghissima di collaborazioni, sempre in video, che vanno da Nike a Nintendo. Ma rivolgere la cinepresa verso le onde italiane ha richiesto un altro tipo di commitment. «Il supporto di Matteo Ferrari, che da anni scatta e surfa anche in Italia, è stato fondamentale», racconta il regista. «è grazie a lui se siamo riusciti a riunire un gruppo di atleti così talentuosi e affiatati. E a “domare” le condizioni meteomarine, mettendo al sicuro un buon numero di sequenze in soli due mesi di lavoro». Le zone scelte per lo shooting, Sardegna e Liguria, sono alcune tra le più coreografiche e consistenti del Mediterraneo, una scelta praticamente obbligata con condizioni volubili come quelle primaverili. A dettare il dove e il come nel dettaglio sono state, infatti, le perturbazioni atlantiche in transito sul bacino mediterraneo. «Avevamo un’idea di quello che volevamo come tipo di immagini e situazioni, ma era impossibile prevedere dove e quando queste situazioni si sarebbero verificate», confida Matteo, che si è curato anche della selezione delle location, «allora abbiamo lasciato che fossero gli eventi, gli elementi e i rider stessi a guidare il trip». I cinque surfisti in questione, oltre ad essere abituati a seguire le elusive mareggiate mediterranee, coprono un range stilistico molto ampio. Thomas Cravarezza (i suoi tubi sono i migliori del film) ha parole di elogio per il lavoro di team svolto sul campo: «La carica emotiva di Luca ha contagiato tutti! Era il suo primo surf-movie ed era ottimista anche sotto la pioggia più fitta o di fronte a condizioni di onde non ottimali. Il suo entusiasmo ci ha fatto lavorare al meglio, anche se le differenze tra di noi erano evidenti». I toscani Alessandro Ponzanelli e David Pecchi, infatti, rappresentano un lato “diverso” del surf rispetto a Thomas, Pito Giachero e Lorenzo Castagna. David e Alessandro propongono una lettura dell’onda che non si fossilizza su un tipo di tavola (3 o 4 pinne sotto 6’2”) e su un set standard di manovre (air e tubi), ma che spazia dal longboarding più classico, fatto di hang-ten e cross-step, agli esperimenti fin-less alla Derek Hynd fino a stilosi fish e stubbies di cui entrambi sono collezionisti. Thomas, Lorenzo e Pito, inguaribili shortboarders, mettono in luce, invece, il lato progressivo dello sport, avvicinando il taglio dichiaratamente “retrò” alle esigenze del target cosidetto “core”. «Ovviamente nessun trip può definirsi perfetto se qualcosa non va storto» aggiunge Thomas, che ha catalizzato su di sé la maggior parte degli incidenti di percorso. «In Sardegna, per evitare un ragazzo nell’inside, sono volato oltre il lip atterrando con la nuca sulla tavola. Nausea, appannamento della vista: Lorenzo mi ha scortato fuori, poi mi hanno portato al pronto soccorso dove sono rimasto fino a notte fonda per un principio di commozione celebrale. In tre settimane di riprese, oltre a questo infortunio, ho guadagnato un trauma cervicale dovuto a un un tizio che ha pensato bene di piombarci addosso a 60 all’ora senza toccare i freni, e una lussazione della spalla sinistra che sta ancora minando il mio fisico». Infortuni a parte, uno dei rischi più ricorrenti durante le riprese è quello di sprecare il budget a vuoto o di non trovare condizioni di luce giusta. «Fortunatamente la scelta stilistica di Luca mi corrisponde totalmente», commenta Matteo, «anch’io continuo a scattare quasi solo in pellicola. Entrambi i progetti, cioè il film e le immagini “still” vogliono ricreare la stessa atmosfera che, sinceramente, non include il cliché di sole, palme e ragazze bionde in costume». L’utilizzo del bianco e nero per la fotografia, del campo lungo e del vecchio super 8 per alcuni segmenti del film, ha quindi compensato i “buchi” di luce, ottimizzando anche i momenti meno fotogenici. «Ottenere buon footage in pellicola richiede una certa dose di fortuna, soprattutto in Mediterraneo», ironizza Luca «sono al mio quarto film “out-door” e mi ero preparato al peggio con due Bolex 16mm (sono apparecchi abbastanza fragili), una cinepresa super 8 Canon, due go-pro HD, due Canon 7D e 5D e una Sanyo HD palmare con scafandro subacqueo. Fortunatamente il materiale analogico è stato più che sufficiente, quindi siamo ricorsi al digitale (sempre in HD) solo per le riprese dall’acqua». Ma non sono state solo le stilose surfate dei rider ad accendere la première alla Fonderia Napoleonica di Milano. La colonna sonora del film ha infuso di surf-groove anche i tanti “non addetti ai lavori” accorsi. Grazie ai contatti con discografici e musicisti maturati in anni di produzioni video, Luca ha assemblato un sound-track originale, a partire dalla coinvolgente musica del trailer composta dal DJ Painè Cuadrelli, famoso per il suo suono jazzato e per le sue lezioni di Sound Design all’Istituto Europeo di Design di Milano. «Una menzione particolare, però, voglio farla per Piero Umiliani», ricorda il regista «un jazzista geniale, precursore della musica lounge, scomparso nel ’01, che ha prodotto oltre 150 colonne sonore, tra cui quella de I Soliti Ignoti e di molti film dei fratelli Taviani. Abbiamo ottenuto il permesso di usare alcuni suoi brani e hanno funzionato perfettamente. Penso abbiano creato un ottimo ponte sonoro tra atmosfere italiane e immagini che, a prima vista, sembrano lontane anni luce dalla quotidianità urbana». Il messaggio sincretico di Onde Nostre non poteva sperare in una divulgazione più capillare. Dal 20 settembre, infatti, è in programmazione sul canale satellitare Dahlia TV. Parallelamente è partito un tour di proiezioni che toccherà le principali aree surfistiche italiane. Potete seguirlo su Block10.it.

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