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NEL CAMPO DI VINCENZO
Riflessioni diacroniche sui dieci anni di surf e arte di Vincenzo Ganadu
a cura di Antonio Muglia Condividi SurfNews
Foto: Antonio Muglia
In un foglio A4 scritto a penna, Vincenzo ha annotato questa scaletta di eventi: “1994, finito il servizio militare comincio la pratica del surf da onda. 1995, Presa di coscienza, dichiaro l’inizio di un percorso artistico, la surf-art. 1997, il primo quadro di surf. 1998, laurea in scultura, primo viaggio a Biarritz. 1999, esposizione al surf shop di Diddo Ciani, incontro con Mike McNeil”.


L’aria nel soggiorno entra tiepida, mitigata dal maestrale. Alle pareti decine di quadri, alcune foto, su un tavolo circolare un vaso di fiori e, intorno, negativi fotografici. Quartiere del Latte Dolce, periferia di Sassari, 18 agosto 2010: «Quando è avvenuto l’incontro con Mike McNeil a Cagliari?». «Prima del 1999, ancora non mi ero laureato». «Scusa Vincenzo ma non coincide con la tua scaletta…», faccio notare l’incongruenza puntando il dito sul foglio. «Infatti, le date devo cercare di ricordarle bene, ma non è facile, tutto sta ancora succedendo». Le dita sul tavolo producono un ticchettio sordo, le unghie sono sporche di colore, i suoi occhi scorrono il foglio fitto di date, lavori, incontri, viaggi: una vita riassunta tutta d’un fiato con la Bic nera. D’improvviso quei segni sul foglio diventano incomprensibili anche per lui a conferma del fatto che Vincenzo vive in un eterno presente. Cerchiamo assieme di riannodare i fili della sua storia: Vincenzo, all’età di 37 anni, ha verosimilmente compiuto dieci anni di carriera nel mondo della surf-art. Dal 2000, infatti, ce l’ha messa tutta per sfondare in questo elusivo campo: «È stato quello il momento di svolta, da allora in poi sono arrivate le collaborazioni più importanti». Una volta compreso che per lui la precisione storica è un dettaglio trascurabile, mi affido completamente ai suoi racconti diacronici, tentando di catturare un’immagine di insieme, non una successione di fatti. Impacciato, quasi timido nonostante la lunga amicizia che ci lega, Vincenzo si concede solo quel tanto che basta, senza pronunciare una parola di troppo. A sentire lui, la vita è «un dipinto, dove puoi disegnare ciò che vuoi, se hai talento», un quadro dei suoi ovviamente, pieno di sogni dai colori vivi, raggianti. Pacato, amante della vita sana, gran lavoratore, puntuale come un impiegato. Vincenzo potrebbe sembrare un artista atipico. A guardar bene invece, è iperteso, distratto, cantastorie e molto, forse troppo, generoso. Una storia racconta, per esempio, che sbarcato a Marsiglia in fuga verso Biarritz, abbia fatto il pieno di benzina alla sua Panda 1000 e sia partito a tutta velocità verso la costa basca francese. Dopo circa 400 km, racconta il suo compagno di viaggio, «si tocca il cuore, poi controlla il marsupio e si rende conto di avere dimenticato la carta di credito». Ovviamente era stata scordata sul bancone da lavoro, assieme a spatole e pennelli. Questo episodio è indicativo non tanto della sua distrazione, quanto del suo slancio, quasi isterico, verso viaggi e nuove avventure. Un artista, infatti, vive di sogni, non di vita reale. Il suo estro, invece, si nutre a di circostanze realmente vissute, plasmando situazioni e fatti come meglio crede. Mettiamola così, se l’oggettività per un giornalista è fondamentale, Vincenzo Ganadu sarebbe una pessima fonte. Eppure, seduto a tavola davanti a una pizza, è capace di arringare la folla con fatti tanto assurdi quanto veri. È anche capitato che durante una cena, dopo aver udito l’ennesima storia, Maria, la sua compagna di vita, abbia esclamato: «E non dire scemenze!». La stessa vicenda, infatti, era stata già raccontata a tre persone differenti con tre finali diversi, e ne proponeva una quarta versione, ovviamente inedita! Sul lavoro però non ha mai scherzato. Con rigore militare, Vincenzo ha iniziato a svegliarsi di soprassalto probabilmente già a sette anni, in preda a visioni di progetti da realizzare. Neanche i genitori Antonello e Rossana sono mai riusciti a calmarlo, né le sorelle, né i suoi amici d’adolescenza l’hanno mai trascinato nelle scorribande giovanili, né si è mai fatto persuadere dalle droghe e dall’alcool. A quindici anni, il “pitzinno” (che in dialetto sassarese significa ragazzo), scioccava già i professori del liceo artistico con disegni in chiaroscuro complessi e contorti. «Mi ero promesso di farne almeno uno ogni due settimane», racconta, «in quel periodo usavo la matita come una parte del mio corpo, ora non riuscirei a produrre opere così complicate». Allora frequentava con assiduità le lezioni d’arte ma trascurava sistematicamente tutto il resto: la matematica e l’italiano erano perfette sconosciute. La direzione a quel punto era già segnata e da allora non ci furono altri interessi, a parte lo sport. Nelle foto a colori sbiadite dal tempo il ventre adesso rilassato era una tartaruga definita. Il pattinaggio e l’hockey segnarono il suo fisico, poi arrivò il windsurf e poco dopo, la folgorazione del surf. Secondo la sua ricostruzione storica era il 1994. Allora, a 21 anni, Vincenzo frequentava l’atelier di Elio Pulli, artista sassarese, conosceva il muralista Angelo Pilloni e iniziava un rapporto di stima e amicizia con lo scultore Pinuccio Sciola, divenuto famoso in tutto il mondo per le sue Pietre Sonore. Qualche anno più tardi, nel 1997, nacque una tela dalle tinte rosse e gialle: nello stesso quadro convivevano un longboarder in hang five e uno in slash. Era un primo acerbo tentativo che Vincenzo definisce «l’inizio di un mio percorso artistico». Ma il suo racconto spazia e si dilata, abbandonando la traccia temporale. «Ogni giorno andavo in campagna, zappavo la terra, innaffiavo le piante, curavo la mia piccola vigna. Il lavoro non c’era, non avevo soldi, non avevo l’ispirazione per dipingere. Come durante i mesi passati in Australia, cercavo di pensare, rivalutare, trovare nuove vie. Mi stavo aggrappando all’unica cosa che possiedo, la terra». Vincenzo Ganadu, adesso, ha negli occhi la consapevolezza di un uomo maturo, diversa dall’innocenza e ingenuità che indossava a fine anni ’90. Il racconto bucolico si riferisce a quando, rientrato dall’Australia nel 2008, si trovò a combattere contro la crisi galoppante. Seduto sulla sedia, si contorce per spiegare tutto ciò che non vorrebbe fare entrare nel suo quadro. Ogni tanto Maria dà un’occhiata, ascolta frammenti di una vita a lei familiare lasciando a Vincenzo la libertà di raccontare. La carriera degli artisti non da solo gioie, è sempre tortuosa, segnata da buche, contrattempi, fallimenti. Così è per Vincenzo Ganadu. Sul foglio bianco, in fondo, c’è scritto: “2009, locandina per Noosa Longboard Festival. 2008, esposizione al Back Beach di Phil Jarratt a Noosa Head. 2005, progetto linea t-shirt, expo a San Paulo do Brazil”. Ma ci sono tre anni di buco, non considerati, vuoti. Anni in cui ha prestato talento e vocazione all’istinto di sopravvivenza. «Dopo un viaggio alle Hawaii nel 2004 ho abbandonato tele e pennelli, non ritraevo più le onde e i surfisti», spiega, «avevo aperto la mia azienda, la Ganadu Creations, e lavoravo nella decorazione d’interni. La surf-art era stata un grande sogno, ma io dovevo pensare alla mia famiglia». Vincenzo si leva i panni d’artista puro, indossa il cappello da muratore e si lancia nel mondo della decorazione: crea insegne per locali, colora interni di case, fa nascere uno stile che presto gli porta clienti e soldi. L’arte, però, intesa tout court, era sempre là che bussava. Continua a viaggiare per il mondo con in valigia sogni e bozzetti. Nel novembre del 2004 è invitato a Lima per tenere alcune lezioni sulla ceramica. Rientra a Sassari conquistato dal Perù e ne fa innamorare altri amici che lo seguiranno due anni più tardi in un’altra avventura. Nel maggio del 2006 mette la firma su un murales ciclopico, una parete situata nel Callao di 15 metri per 30. Per un mese si arrampica sulla pericolante impalcatura e disegna alcune scene dell’immigrazione italiana in Perù a tempo di record. «Quel lavoro ha messo a dura prova la mia conoscenza tecnica sul muralismo, le dimensioni monumentali all’inizio mi spaventavano ma dovevo dimostrare quanto avevo imparato dai miei maestri, riuscirci è stata una grande soddisfazione». Durante la permanenza a Lima trova il tempo per viaggiare: scopre Nazca, ammira i disegni precolombiani di Chan Chan, si perde nella maestosità del centro storico di Lima, surfa l’onda di Chicama e percorre la costa peruviana fino al confine con l’Ecuador. In Sardegna, al suo arrivo, lo riabbracciano Maria e il figlio Joel, entrambi sempre presenti nei suoi pensieri. Riadattatosi ai ritmi italiani, riprende il lavoro con la sua ditta artigiana. E’ il 2006 e sono ancora tempi fiorenti. Il fatturato schizza, il conto in banca si gonfia. È il momento di fare progetti e realizzare qualche sogno, il primo dei quali è costruire una casa in campagna. Vincenzo compra tre ettari di terreno vicino a Porto Ferro ma una legge regionale di tutela ambientale disciplina le costruzioni nell’agro e, di fatto, gli proibisce di costruire. La famiglia Ganadu vive un piccolo dramma. Nel frattempo, il commercialista bussa alla porta e ricorda al giovane imprenditore le tasse da pagare e i piccoli debiti. In Italia i telegiornali e tv iniziano a parlare di “crisi”, una recessione economica che presto diventa tangibile. I clienti non pagano più, non arrivano nuove commissioni, non entrano soldi e la macchina si ferma. «Iniziai a meditare di fuggire in Australia, l’obiettivo era emigrare, anche se poi non è riuscito», racconta. Meticoloso nella preparazione del viaggio, recupera alcuni contatti nella terra dei canguri e parte nel maggio del 2008 con un biglietto aperto. Viaggia in lungo e largo per sei mesi, dorme in spiaggia, è ospitato da nuovi amici, lascia segni indelebili della sua generosità regalando quadri, stampe e il suo buonumore. La felicità ritrovata lo spinge a dipingere. Senza conoscere una parola d’inglese incontra, tra gli altri, lo shaper Tom Wegner, l’artista Blair MacNamara e il giornalista Phil Jarratt, storico editore di Tracks Magazine e organizzatore di eventi. Quest’ultimo è sedotto dai suoi quadri e compra i diritti per fare la locandina del Noosa Festival, la più importante fiera di surf in Australia da lui stesso organizzata. «Vincenzo ha uno stile audace che si adatta al surfing molto bene», racconta Phil, «scelsi uno dei suoi quadri perché la sua arte è autentica e cattura veramente il feeling di Noosa». Ripagato da tante soddisfazioni personali, Vincenzo rientra in Sardegna allegro e rilassato. Per lui inizia inaspettatamente un periodo di sofferenza e meditazione. «La situazione sociale era ancora più deludente rispetto a quando ero partito», ricorda, «l’intero sistema era inceppato, tanti giovani come me, soprattutto in Sardegna, erano senza lavoro». Dopo mesi vissuti in una terra spensierata è catapultato in un ambiente di «tristezza e disoccupazione». Allora ha iniziato quello che gli amici più intimi hanno definito “un ritiro spirituale”. Ogni mattina, di buon’ora, si recava in campagna a coltivare la terra. Una volta ha confessato di aver messo una sedia nel centro del campo e di essere stato lì a osservare la natura, a pensare. «Pensare a cosa?», gli chiedo. La risposta esita ad arrivare, Vincenzo sospira, scorrono dieci secondi di assoluto silenzio. «Non è facile dirlo, i pensieri riguardavano la mia vita intera e mio figlio. Mi chiedevo, cosa racconterò a Joel se non riuscirò a costruire la casa?». Il tema dell’abitazione è spesso ricorrente nei suoi discorsi, anche se, precisa, «per creare le mie opere non è importante lo spazio quanto l’energia e la passione». Preso dalle preoccupazioni Vincenzo abbandona anche lo sport, la passione che fece iniziare tutto, il propulsore della sua arte: «Il surf mi ha sempre dato la carica per produrre in tutti i campi», confessa. La mancanza dell’elemento “onde” lo «deprime e angoscia», sino a quando sulla casella di posta elettronica arriva un messaggio di Randy French. Con il fondatore della Surftech nasce una collaborazione e in pochi mesi, dopo una breve trattativa, un corriere arriva al cancello del podere di Porto Ferro: quattro tavole fiammanti direttamente da Santa Cruz. Randy, estimatore dell’arte di Ganadu fin dalle prime apparizioni su Surfer’s Path, non poteva rifiutare l’antica forma di commercio: il baratto. Così nel salotto dello shaper californiano, in mezzo a pezzi di Severson, Rietveld e Auster, spicca una piccola collezione Ganadu. Secondo French le opere di Vincenzo hanno qualcosa di magico, quasi metafisico: «Come un ballerino interpreta la musica creando movimenti, così Vincenzo interpreta le onde e i surfisti, traducendoli in pennellate sulla tela». Tra le quattro tavole ci sono anche due ibridi: un mini long 6’4’ e un 6’9’ single fin. Vincenzo scopre il surf per la seconda volta e finalmente si libera dalle inibizioni da longboarder integralista per surfare con ogni tipo di asse: «Andare in acqua con tavole più piccole di nove piedi è stato come rinascere!». In un angolo del foglio particolarmente fitto di scritte Vincenzo ha radunato appunti sull’esposizione a Laguna Beach tenuta assieme al fotografo David Pu’u, sul calendario per Surf Session e sulla copertina per Surfer’s Path e la prima cover per SurfNews. La casella “2010”, giù in fondo, invece, è ancora vuota. Dopo un inverno passato a rincorrere le onde in Sardegna e fare qualche lavoretto come decoratore, Vincenzo è tornato a dipingere onde. Qualche giorno dopo la registrazione di questa intervista è partito per l’Australia dove, grazie all’Associazione Sarda del Queensland, ha esposto la sua surf-art in un elegante palazzo nel centro di Brisbane. L’interesse dei media è stato tale che ne hanno parlato sia l’Ansa sia la Sbs. Quest’ultima, omologa della Rai italiana, gli ha dedicato addirittura uno speciale radiofonico. In seguito, le sue tele sono apparse al Rainbow Bay surf club di Coolangatta. A Kirra ha poi decorato alcune tavole per D’Arcy e dipinto un ristorante in stile classico. Gli domandiamo: «Hai qualche rimorso o rimpianti?». «Nessuno, per essere un abitante della Sardegna, venuto fuori dalla periferia mondiale del surf, mi sembra di aver fatto tanto!». Tra le caratteristiche di Vincenzo Ganadu abbiamo dimenticato la tenacia. Un’ostinazione unica nel suo genere, un misto fra testardaggine ed energia tipica di noi sardi. È forse questa caratteristica che gli fa dire, poco prima di premere il tasto stop sul registratore: «Voglio precisare una cosa, non ho mai pensato di smettere di dipingere surf-art. Quando sarò morto lo farò». Se ci pensiamo bene, in fondo, è come smettere di surfare. Impossibile, o almeno molto traumatico.

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