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UN ONDA CON GRETA DALLE LUCHE

a cura di Ilaria Lonigro Condividi SurfNews
Foto: Smarjesse, Mangherini
Bici alla mano e capelli bagnati, quando si presenta all’intervista ha già fatto capire tutto di sé. Primo: detesta inquinare. Secondo: in mare o in piscina, per lei ogni giorno è buono per allenarsi. Greta Dalle Luche è così, un metro e sessanta di pura determinazione. Ventun’anni appena compiuti, è diventata la prima italiana ad aver partecipato a una tappa WQS femminile, insieme alla compagna di team Valentina Vitale. Ha iniziato a surfare a 12 anni e da allora ha scoperto le onde di Bali, California, Marocco e Portogallo, ma è “a casa” il suo spot preferito, il Pontile di Forte dei Marmi. Coi compagni di università studia chimica e “ispeziona” i cassonetti dei supermercati. Greta non tollera lo spreco e vorrebbe diventare una vera “freegan”. Ma vivere a impatto zero non va d’accordo con il surf ad alti livelli. E tra un sorriso e una fetta di anguria ci spiega il perché.


Riesci a conciliare esami e vita universitaria?
Per ora sì, sono al secondo anno, in pari con gli esami. Tutta la mia vita è un compromesso: la mia prima idea ora è allenarmi ma non voglio rimanere indietro all’università o trascurare famiglia e amici. Il compromesso più grande però è tra il mio bisogno di fare surf e quello di vivere a impatto zero.

Puoi spiegarti meglio?
Da due anni a questa parte ho letto molto sulla sostenibilità e vorrei avere un impatto minimo sull’ambiente. In particolare mi appassiona il pensiero di Tristram Stuart, un militante freegan inglese. Si definisce Freegan chi, in nome della frugalità, cerca il cibo tra quelli che sono considerati rifiuti. Il nostro sistema alimentare è terribile, non si mangia il cibo che non sia bello. Io e i miei compagni di università raccogliamo cibo dagli scarti dei supermercati. Soprattutto frutta e verdura con difetti estetici. Ogni prodotto deve poter passare almeno il 70% del suo tempo di conservazione nel frigo del cliente. Quindi le piccole ammaccature che segnalano la perfetta maturazione del frutto lo rendono invendibile. Uno spreco enorme. Per migliorarmi come surfista però sono costretta a prendere almeno un volo intercontinentale l’anno, il che non è per niente sostenibile. Compenso andando in bici il resto dell’anno. Prendere un aereo per andare in Sicilia pochi giorni è stato orribile, mi sento in colpa.

Hai passato la prima settimana di agosto alla Quiksilver House di Hossegor, il resto del mese a Biarritz. Un allenamento in vista del campionato italiano?
Sì ma soprattutto voglio diventare più brava. Mi piace confrontarmi, il nostro livello è ancora troppo basso per gareggiare all’estero. In Portogallo, dove sono andata quest’anno, il livello era altissimo. Penso a campionesse come Lee Ann Curren, Tyler Wright o Bethany Hamilton. Surfando con loro ti rendi conto quanto siano forti. Per questo è importante viaggiare: se si surfano sempre le stesse onde, con la stessa gente, non si ha la concezione di ciò che si può realmente fare.

Cosa cerchi nei tuoi surf trip?
Mi piace pensare di “intraprendere un viaggio” per imparare qualcosa nello sport che amo, ma anche incontrare persone e scambiare idee. La California è perfetta per questo. Mentre a Bali ci sono tanti turisti, la California resta ancora un “luogo di frontiera”, in cui entri in contatto con gente del posto, e dove trovi viaggiatori, giovani e meno giovani, alla ricerca di qualcosa in più di solo onde.

Cosa fai per rilassarti?
Nuotare è un po’ il mio yoga, mi fa sentire ben disposta. Vado in piscina anche se sono stanca : so che dopo uscirò più contenta. E poi bisogna inventarsi qualcosa quando il mare è sempre piatto!

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