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MAYUMBA
Una problematica missione in Gabon meridionale
a cura di Emiliano Cataldi Condividi SurfNews
Foto: John Callahan/Tropicalpix
Qualcosa deve per forza andare storta, siamo in Africa! La cosa che più mi preoccupa non è quante volte ho sentito pronunciare questa frase nei primi quattro giorni del nostro soggiorno in Gabon, ma il pensiero di doverla sentire per altre tre settimane. Siamo a Libreville da giorni ma nonostante mesi di meticolosa pianificazione tutti i nostri sforzi per raggiungere il mare sembrano sgretolarsi, assieme al fuoristrada ormai distrutto che avremmo dovuto usare per raggiungere Mayumba. Ma l’Africa è fatta così: a queste latitudini i progetti, per quanto ben congegnati, non hanno vita lunga. E non importa quanto determinato tu possa essere: puntualmente qualcosa ti coglie alla sprovvista. Incidenti stradali, autisti in ospedale, auto in panne e misteriose sparizioni di personale sembrano cospirare contro di noi. Potremmo prendercela con tutto (il consumo di alcol spropositato, le strade malridotte e l’eredità del colonialismo) e tutti (autisti pigri ed alcolizzati, poliziotti corrotti e persino il prete menagramo) ma arrabbiarci non ci avvicinerebbe alla meta. Quello che ci serve è un cambio di strategia: dobbiamo abbandonare ogni logica a noi familiare e iniziare a ragionare come i locali. Serve resettare le nostre aspettative e tornare alle origini, fare quello che fanno loro insomma, mangiare le stesse cose, bere la stessa acqua e dormire negli stessi posti. E soprattutto usare gli stessi mezzi di trasporto. Fortunatamente la serie di sventure non intacca il morale del gruppo: affrontiamo ogni imprevisto con una battuta, pensando ad una soluzione sorseggiando birra ghiacciata. In fondo se non puoi combattere il flusso di eventi, tanto vale lasciarsi andare e seguirlo fino in fondo. E funziona! Finalmente l’ingranaggio della missione inizia a muoversi. Quasi non credo ai miei occhi quando vedo i bagagli stipati in un cofano e le tavole legate sul tetto di una macchina. Poco importa se le auto sulle quali stiamo per affrontare il massacrante viaggio sono due berline sgangherate e se di fronte a noi abbiamo settecento chilometri di pista sterrata: dopo cinque giorni di esilio forzato a Libreville sono pronto a partire anche a piedi se necessario! Del resto le previsioni del moto ondoso lasciano pochi dubbi: tre mareggiate consecutive con picchi da 17 secondi sono un’appuntamento al quale non possiamo mancare, costi quel che costi. Tra noi e Mayumba ci sono settecento chilometri, una foresta equatoriale e un numero imprecisato di giorni al volante. Si dice che il vero divertimento stia nel viaggio più che nella destinazione; le nostre aspettative a riguardo non vengono di certo deluse. Per due giorni osserviamo l’alternarsi fra la giungla e la savana confondersi alle nostre spalle in una nuvola di polvere rossastra. Un cartello sbiadito ci ricorda che stiamo attraversando l’equatore: Libreville e l’intero emisfero nord non distano che qualche ora di macchina ma sembrano appartenere ad un altro pianeta. La N1, l’arteria principale del Gabon, è una pista sterrata che diventa tanto più stretta e tortuosa quanto più ci si allontana dalla capitale. La presenza umana, qui, è limitata ai bordi della strada. La cortina di alberi è densissima e lascia intravedere solo pochi metri di foresta: regno di gorilla, leopardi, ippopotami, elefanti e altre creature selvatiche. Ma questa striscia di terra battuta non delimita di certo il confine fra il mondo selvaggio e la civiltà: la legge del più forte vige anche sulla strada e il nostro piccolo convoglio non è proprio in cima alla catena alimentare. I predatori qui, sono gli enormi camion carichi di legname che sfrecciano di villaggio in villaggio incuranti di tutto e di tutti. Le poche strade che attraversano il Gabon, infatti, sono state aperte dalle multinazionali del legname e i loro mezzi hanno la precedenza assoluta. Ogni volta che incrociamo un convoglio accostiamo ai lati della foresta per lasciarlo passare, anche perché questi camion sono talmente pesanti che impiegherebbero centinaia di metri per fermarsi. Ogni anno questi fumosi ammassi di lamiera mietono centinaia di vittime soprattutto tra i bambini che giocano ai lati della strada nei villaggi. Più ci addentriamo in questo ostile elemento più le nostre soste si fanno frequenti. Ogni scusa è buona per uno stop: il motore che scalda, le continue forature, la trasmissione che cede, le richieste di denaro ai checkpoint e le bottiglie di vino di palma che devono essere continuamente riempite se vogliamo che i driver continuino a guidare. Per un motivo o per l’altro non si riparte senza che una mazzetta di banconote venga passata di mano in mano. Chiunque pensi che viaggiare in Africa sia economico si sbaglia di grosso. Tanto vale adeguarsi e lasciare che le cose facciano il loro corso. Proseguiamo fino a notte fonda poi, in una cittadina sperduta lungo questa mulattiera, troviamo un posto dove mangiare e trascorrere la notte. Prima di addormentarci qualcuno apre la cartina per controllare i progressi fatti durante il giorno: abbiamo guidato per sedici ore e siamo a malapena a metà strada. O a metà del divertimento, a seconda dei punti di vista! Scherzi a parte, in ventiquattr’ore la sottile polvere rossa della strada si è infiltrata ovunque, dall’attrezzatura fotografica alle sacche delle tavole. Non c’è un centimetro quadrato che non sia ricoperto di granelli color ocra. Scricchiolano fra i denti, raschiano la gola e fanno lacrimare gli occhi. Dopo due giorni di auto perfino i capelli di Randy, che di solito sono di un bianco candido, hanno preso un’insolita tinta rossastra. Intuisco che Mayumba è vicina quando un odore salmastro rimpiazza quello amaro della polvere nelle narici: il mare non si vede ancora ma il semplice fatto di sentirne l’afrore ci carica di euforia. Non sappiamo ancora cosa ci aspetti oltre il fiume ma presto sapremo se tutto il lavoro che abbiamo messo in questo progetto sarà stato vano. E’ questione di un attimo. Oltrepassiamo l’ultimo fiume a bordo di una zattera e non appena le ruote dell’auto toccano l’altra sponda puntiamo dritti verso la sommità di una collina. La vista del paese e dell’oceano dall’alto è mozzafiato, tanto che anche due veterani dell’esplorazione come John Callahan e Randy Rarick rimangono senza parole. Da qui osserviamo le serie ben intervallate girare attorno alla punta più esterna e frangere lungo le varie sezioni di un banco di sabbia lungo oltre due chilometri. La visione di dozzine di onde vuote che si rincorrono su questo lunghissimo point innesca una corsa frenetica verso l’attrezzatura fotografica e le tavole. Anche volendo non avremmo potuto pianificare il nostro arrivo meglio di così. «Quale sezione dovremmo surfare per prima? Qual’è la migliore? Qual’è la marea ideale?», nella frenesia generale il numero di domande che vengono poste supera di gran lunga quello delle possibili risposte. Dopo tutti i guai che abbiamo dovuto affrontare per arrivare fin qui, questi sono gli unici problemi che siamo felici di fronteggiare d’ora in avanti. Anche se abbiamo due settimane di tempo non perdiamo nemmeno un attimo e nel giro di pochi minuti già siamo riusciti a perderci nel fitto della vegetazione alla ricerca di un sentiero che conduca in spiaggia. La carcassa di uno squalo lasciata a marcire nel bel mezzo di una radura ci fa capire che siamo sulla strada giusta verso il mare ma sembra anche volerci ricordare che il point non è poi così deserto. Scegliamo una piccola sezione nell’inside per lavare via la polvere e sgranchirci le gambe dopo una settimana passata all’asciutto. Sam come al solito è il primo a buttarsi in mare. Nel tempo che impieghiamo a raggiungerlo ha già individuato il punto migliore e preso qualche onda. Dopo aver assaggiato un paio di sezioni interne, Erwan, Andrea (Capogna) ed io ci incamminiamo verso la cima del point dove le onde sembrano essere più grosse. In un set-up di sabbia come questo è difficile individuare il punto dove effettivamente inizia la curvatura nella costa e comincia il point vero e proprio. Una formazione rocciosa che scorgiamo in lontananza sembra essere proprio lo spartiacque che stavamo cercando. Sul versante sud della roccia le lunghe barre della mareggiata chiudono tutte assieme lungo un tratto di spiaggia dritto, ma è appena a nord che il vero potenziale del point diventa evidente e le barre aprono in lunghe sinistre regolari che pettinano la baia per tutta la sua lunghezza. In breve prendiamo confidenza con il lineup e iniziamo a partire sempre più vicini alla roccia. La mareggiata vera e propria deve ancora arrivare ma le onde che surfiamo non ci fanno di certo rimpiangere nulla. Decidiamo di chiamare questa sezione First Point e poco prima che faccia buio torniamo a piedi verso il paese. Quando arriviamo, flebili fiamme illuminano debolmente l’interno delle umili baracche dove le donne stanno preparando la cena: al nostro passaggio distolgono lo sguardo dai fuochi e ci osservano incuriosite. I bambini al loro fianco sono più espliciti e ci apostrofano con un amichevole «les blancs!» gli uomini bianchi. Nel giro di qualche minuto abbiamo uno stuolo di bambini al seguito che festosamente intonano un coro scandito dal ritmo dei nostri passi: «les blancs, les blancs, les blancs! ». Non impieghiamo molto a comprendere che il motivo di tanta sorpresa sta nel fatto che a Mayumba i visitatori occidentali sono rarissimi. Soprattutto per i bambini più piccoli vedere “les blancs” costituisce una vera novità. Un signore a bordo di una motocicletta accosta sorridendo. «Da dove venite? Cosa ci fate con quelle piroghe? Quanto vi fermate a Mayumba?». Dopo aver soddisfatto la sua curiosità mi permetto di chiedergli quando è stata l’ultima volta che ha visto un gruppo di stranieri da queste parti. «Sarà stato almeno tre o quattro anni fa» mi dice scoppiando in una fragorosa risata «ma allora c’era ancora l’aeroporto. Da quando l’hanno chiuso non se ne sono più visti!». Fingo stupore, ma ad essere sincero la cosa non mi sorprende per nulla: a parte il vicino Parco Nazionale (di fatto off limits ai visitatori), Mayumba non offre quasi nulla in termini di ricettività. L’unico albergo, come tutto il paese, è privo di acqua corrente e c’è un solo ristorante dove a giorni alterni vengono serviti pesce o pollo, accompagnati dall’immancabile riso. Frutta e verdura? Neanche l’ombra. Il terreno su questo versante del fiume è troppo salino per l’orticoltura, e fare arrivare provviste dall’entroterra è costosissimo. Di contro una cosa che a Mayumba, come nel resto del Gabon, non manca di certo sono i bar: piccoli chioschi coloratissimi che servono fiumi di Regab, la birra locale, e trasmettono pop africano a tutto volume attraverso casse gracchianti. Lungo la via principale, in appena 100 metri, ce ne sono almeno cinque e sono sempre affollati. Considerato che l’acqua potabile in bottiglia costa tre volte più della birra, c’è poco da stupirsi se la Regab sia la bevanda più consumata da queste parti. Nonostante le condizioni di vita decisamente spartane non tardiamo ad abituarci alla routine di questa cittadina. Ci svegliamo all’alba tutte le mattine e, dopo una colazione frugale, ci incamminiamo verso il mare portando con noi tutto il necessario per trascorrere il resto della giornata in spiaggia. L’intero “parco auto” di Mayumba, infatti, è costituito da cinque vecchi taxi sgangherati. Spostarsi a piedi è l’unica soluzione e sebbene trasportare tutta l’attrezzatura nella calura equatoriale sia faticoso, camminare è un ottimo modo per familiarizzare con l’ambiente circostante ed i suoi abitanti. Di prima mattina la vita scorre tranquilla: le donne sono intente a stendere i panni, i bambini si preparano per andare a scuola mentre cani smunti e galline spennacchiate razzolano in cortile in cerca di avanzi di cibo. Proseguiamo fino ad una casa colonica disabitata che sovrasta la baia. La vista che si ammira dal portico spazia su buona parte del lineup e ci permette di valutare con precisione le condizioni del mare. A Randy basta una rapida occhiata per cogliere ogni minimo segnale di cambiamento. «Well boys, it looks like today’s much bigger» è il suo commento, e lui non è uno che sottostima le onde. Il primo impulso oceanico ha chiaramente raggiunto Mayumba durante la notte e il point è decisamente su di giri stamattina! Il nostro punto di osservazione dista circa un chilometro da First Point, ma anche da qui vediamo le onde frangere sulla sezione esterna: «saranno almeno sei piedi» commenta John «piedi hawaiiani!» specifica Randy. La nuova mareggiata ha attivato ogni sezione del point e guardando verso nord scorgiamo nitidamente i treni di onde marciare allineati verso le sezioni più interne, sostenuti da un leggero vento da terra. John suggerisce di controllare una delle sezioni riparate del point e a passo spedito iniziamo a camminare lungo la spiaggia osservando il cambiamento di umore in ogni sezione man mano che procediamo verso nord. Pare che i banchi di sabbia siano più marcati verso l’interno del point e che le onde di conseguenza diventino più ripide e tubanti nel loro viaggio verso l’inside. Se First Point è lo spot ideale per fare le manovre, Green Onions, come battezziamo una delle sezioni più interne, è l’ideale per mettere alla prova il nostro tube riding. Sam tira fuori un cronometro. All’arrivo di ogni set misuriamo il tempo che intercorre tra una cresta e l’altra: 17 secondi. È la mareggiata che aspettavamo, la prima di quelle che avevamo individuato sulle mappe meteo, nell’ultimo internet-check a Libreville. La vista guardando verso la cima del point è incredibile, con tutte le sezioni allineate in prospettiva e letteralmente decine e decine di onde che si rincorrono vuote. Per giorni seguiamo l’evolversi delle mareggiate su e giù per le sezioni del point, assecondando ogni cambio di direzione e d’intensità spostandoci da un banco all’altro. Nella prima settimana prendiamo centinaia di onde e ne vediamo sfilare altrettante, se non di più, completamente vuote. Potremmo rimanere su questa secca per il resto del tempo che ci rimane da trascorrere in Gabon, continuare a surfare, fotografare e filmare le onde di Mayumba per altri dieci giorni e dichiarare chiusa la missione, ma il fatto di avere un tratto di costa inesplorato a disposizione costituisce una tentazione irresistibile. Durante le fasi di ricerca cartografica avevamo individuato un altro point promettente all’interno del Mayumba National Park, ed è proprio verso di esso che concentriamo le nostre attenzioni. L’area in cui si trova è impervia, difficilmente accessibile e completamente disabitata. Se vogliamo raggiungerlo e soprattutto tornare indietro sani e salvi dobbiamo pianificare ogni dettaglio con la massima cura. Per giorni tentiamo di coordinarci con l’amministrazione del Parco per organizzare la spedizione ma, nostro malgrado, ci scontriamo con un esempio di inefficienza che non è secondo a nessuno. Memori dell’esperienza maturata per arrivare fin qui non ci perdiamo d’animo e manteniamo un atteggiamento positivo e propositivo anche di fronte alle scuse più assurde accampate dai responsabili. Per ottenere il permesso e per trovare un autista disposto a portarci fino al point impieghiamo quasi una settimana, e quando finalmente il grande giorno arriva le difficoltà che incontriamo lungo il percorso ci fanno seriamente dubitare sulla attuabilità del piano. Mai come adesso realizziamo che lo scontro fra l’uomo e la natura non è affatto ad armi pari da queste parti: per quattro ore spingiamo al massimo il vecchio fuoristrada Mitsubishi per superare lunghi tratti di terreno sabbioso ed aprirci un varco fra la vegetazione ai margini della giungla. Il driver August e i due meccanici che ha portato con se, ce la mettono davvero tutta e anche quando la situazione sembra disperata riescono a tirarci fuori d’impaccio. Non sono un esperto di fuoristrada ma a tratti, fermo ai lati di una savana impenetrabile col cofano aperto, penso che l’unica soluzione sia di abbandonare la macchina qui e tornare a piedi verso Mayumba. I mecccanici però dimostrano una fantasia incredibile nel riparare ogni avaria utilizzando tronchi di legno, oggetti trovati sul ciglio e i pochi attrezzi che hanno al seguito. Riusciamo così a raggiungere una radura sulle sponde di un fiume dalla quale intravediamo il point in lontananza. Dalla riva distinguiamo chiaramente le sagome delle schiume srotolare lungo la costa perfettamente orientata per la mareggiata. Ma ancora una volta è la natura a frapporsi tra noi e le onde. Se vogliamo proseguire non ci resta che farlo a piedi. Guadiamo il fiume trasportando sulla testa la pesante attrezzatura di John, e proseguiamo lungo la spiaggia per una mezz’ora sotto un sole cocente. Più ci avviciniamo al point e più distintamente riusciamo a vedere le onde: non c’è dubbio che anche questo set-up sia un point di qualità. A causa dell’erosione però non possiamo proseguire oltre un punto dove la risacca lambisce direttamente i margini della giungla, creando uno scomodo gradino. Scartata l’idea di proseguire inland (il parco è famoso per ospitare aggressivi gorilla, elefanti e mastodontici ippopotami), l’unica alternativa per raggiungere il lineup è buttarsi in acqua e nuotare. Se vogliamo tornare a Mayumba prima che faccia buio non possiamo perdere altro tempo. Appendiamo i nostri zaini ai rami più alti, ci tuffiamo in acqua e iniziamo la lunga remata verso il picco. La sensazione familiare di nuotare su acqua piatta riporta un po’ di serenità nel gruppo, stemperando le tensioni e le contratture muscolari accumulate in questa lunga trasferta. Anche una sola onda è sufficiente a dare un senso a quest’ennesima avventura. Nonostante uno dei tormentoni dell’editoria surf degli ultimi quarant’anni sia il crescente affollamento sui lineup di tutto il mondo, il fatto che nel 2010 ci si possa ancora imbattere in spot di questo calibro, completamente deserti, mi mette di buon umore. Randy e John lo sanno bene, di tesori come questo lungo le coste africane ce ne sono centinaia.

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