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180° SOUTH
UN FILM DI CHRIS MALLOY SUL PASSATO E SUL FUTURO DEGLI SPORT OUT-DOOR. SEI MESI PUNTANDO A SUD, DA VENTURA IN CALIFORNIA AL CERRO CORCOVADO IN PATAGONIA ATTRAVERSO RAPA NUI, I LUNGHI POINT CILENI E LE RIPIDE PARETI DELLE ANDE
a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews
Foto: Jeff Johnson, Danny Moder, Devon Howard
Nel 1968 Yvon Chouinard, e Dough Tompkins attraversarono il continente americano da Ventura (California) al Cile Meridionale a bordo di un van Ford Econoline distrutto, accompagnati da qualche amico e da una cinepresa Bolex 16mm. Quei sei mesi spesi lungo la Panamericana, arrampicando, sciando e surfando, ebbero un enorme impatto nelle vite dei due sportivi, cambiando per sempre la loro attitudine verso l’ambiente. Chouniard fondò Patagonia, una ditta di abbigliamento e apparel totalmente devota al movimento green. Tompkins, dopo aver creato The North Face, si dedicò interamente al progetto Conservacion Patagonica creando, assieme al governo cileno, un parco naturale di 320.000 km_. A quarant’anni da quel viaggio i fratelli Malloy e Jeff Johnson hanno deciso di ripercorrere la rotta aperta dai due pionieri e di documentare ogni onda ed ogni arrampicata dalla California alle pareti granitiche della Patagonia, attraverso le coste di Rapa Nui, le chilometriche onde di Cicama, fino ai picchi innevati del Cerro Corcovado, tappa ultima del viaggio. L’avventura narrata in 180° South non è, però, un pianto nostalgico ma un pretesto per riflettere concretamente sul futuro degli oceani, delle montagne e delle persone che tengono alla loro conservazione. Ne abbiamo parlato direttamente col regista (Chris) e con il protagonista (Jeff) durante l’Amstel Surfilm Festival di San Sebastian, dove si è tenuta la premiere europea.


Cosa rendono simili le montagne e gli oceani e perché parlare di entrambi nello stesso film?
C.M. Penso che siano tante le cose in comune, soprattutto dal punto di vista di chi frequenta questi due ambienti. Surfisti e alpinisti oggi si rendono conto che vivere a contatto con la natura non basta più. Serve proteggerla. Entrambi hanno un rapporto privilegiato con l’ambiente e si sentono i custodi di qualcosa di fragile, che sta cambiando rapidamente e non in meglio. In questo senso i due sport, se vogliamo chiamarli così, sono assolutamente simili.
J.J. Si, c’è qualcosa nella natura che non riusciamo a controllare, la sua bellezza attrae un certo tipo di persone. Tutte le discipline out-door lavorano con questa bellezza senza volerla controllare. Climber, surfisti, velisti: si tratta di trovare qualcosa di preesistente e di interagirci. È l’onda la protagonista della surfata, non il surfista. Sono le rocce le protagoniste dell’arrampicata, non il climber.

Riguardo la sostenibilità di questa presenza, cosa pensate si stia facendo nel mercato sportivo?
C.M. Purtroppo devo dire che gran parte delle campagne “eco”, oggi, non vanno molto oltre il green-washing, sono solo mosse commerciali fatte per vendere. È un problema di educazione e di cultura: questa generazione, la nostra, ancora crede a queste bugie green, ma la prossima sarà molto più diffidente e farà indagini approfondite smascherando le contraddizioni. Ugualmente va detto che il problema è ben più grande del mondo del surf o degli sport out-door. Indipendentemente dall’impegno delle aziende non riusciremo a cambiare le cose in una sola generazione. È un processo lento, che può essere influenzato solo da tante persone, impegnate in un periodo lungo in tutti gli ambiti. Lo stesso, la via che le ditte surf e di alpinismo possono indicare agli altri sport è quella di lavorare sulla longevità dei prodotti, studiare una tavola che non si distrugga in due stagioni ma che duri 10 anni, o una muta che resista cinque anni senza perdere le sue qualità.

Jeff, sappiamo che non sei uno sportivo professionista e che hai un lavoro “normale”. Come sei riuscito a bilanciare la tua vita lavorativa con un progetto così lungo?
J.J. Beh, ho sempre tentato di non avere un lavoro! O comunque di fare qualcosa che rispecchiasse il mio stile di vita e che non mi condannasse dentro una stanza. Ho vissuto 15 anni sulla North Shore di Oahu facendo contemporaneamente il life-guard e l’assistente di volo. In questo modo riuscivo a fare esattamente la vita che desideravo. Lavorando con le compagnie aeree avevo carta bianca per le destinazioni migliori e allo stesso tempo mantenevo solide radici con la North Shore. Negli ultimi sei o sette anni mi sono dedicato più alla scrittura e alla fotografia, e così tutto si è mischiato con spedizioni di alpinismo o di surf nelle quali io sono il fotografo ma dove posso anche prendere onde e godermi le arrampicate nei tempi morti. Questo progetto, 180° South, è maturato da dieci anni di chiacchierate con Chris e Keith. Originariamente io non dovevo essere il protagonista, avrei seguito il progetto come fotografo e giornalista. Ma Chris all’ultimo momento ha deciso che dovevo essere io il fulcro della spedizione, perché conosco entrambi i mondi, cioè quello del climbing e quello del surf e anche perché il progetto era un nostro sogno, nato guardando le riprese di Chouinard e Tompkins del ’68.

Tornando al film, avete usato un copione o avete semplicemente documentato ciò che accadeva giorno per giorno?
J.J. Alcune parti erano scritte, altre totalmente improvvisate. L’idea era quella di rifare la spedizione di Tompkins e Chouinard e di far conoscere la loro storia e quella delle persone che abbiamo incontrato. Persone come Ramon Navarro che ci hanno descritto i problemi della loro costa e delle loro montagne. Chris è un gran cantastorie e aveva un canovaccio ma con una spedizione di questo tipo devi essere pronto alle variabili. Il trip è durato oltre sei mesi, ho impiegato quattro mesi solo per arrivate in Cile! Chris ha un modo di lavorare unico nelle situazioni estreme. Ha un obbiettivo da conseguire ma è pronto a cambiere il programma e documentare quello che succede. Ad esempio la tappa nell’Isola di Pasqua era pianificata, ma al largo di Rapa Nui abbiamo disalberato. Una sartia difettosa ha spezzato in due l’albero e a lungo abbiamo pensato di andare direttamente in Cile. Poi vista la scarsità delle provviste abbiamo fatto rotta su Rapa Nui pur sapendo che non c’era un cantiere attrezzato per riparare l’avaria. Pensavamo di rimanere poche settimane ma siamo rimasti molto più di un mese, tanto che siamo arrivati in ritardo all’appuntamento con Chouinard e Tompkins in Patagonia per l’arrampicata del Cerro Corcovado.

Chris, per concludere, in cosa si distingue questo film da quelli che hai girato in precedenza?
Di solito i film sul surf ci propongono una visione molto ristretta del futuro, un futuro fatto di manovre più complicate, onde più grandi, tubi più profondi e spedizioni più estreme. 180° South invece parla del futuro dal punto di vista dell’oceano, delle montagne e dei fiumi e di come è necessario preservarli per le prossime generazioni.


E chi si deve prendere carico di educare le nuove generazioni? I media e le scuole di surf?
C.M. Le scuole di surf sono un argomento interessante. Non so come vanno qui in Europa le cose, ma negli States le scuole di surf hanno preso una direzione sbagliata. Pensano che il loro lavoro si limiti ad insegnare alla gente a mettersi in piedi su una tavola. Il tipo di insegnamento che ho avuto io, e molti come me, è diverso. Mio nonno surfava e mio padre surfava: quello che mi hanno insegnato va oltre il lato tecnico. Mi hanno insegnato il rispetto, l’ordine e come dividere con la tua comunità quello che l’oceano offre. Le scuole dovrebbero iniziare da questo, insegnando la storia, la dedizione e la voglia di condividere. E solo dopo passare alla tecnica. Bisognerebbe anche far capire ai nuovi surfisti l’impatto della nostra presenza nell’oceano. Con l’espandersi del surf a scala globale, i professionisti e le grandi ditte dovranno dimostrare concretamente il loro commitment. Chiunque abbia il privilegio di vivere col surf, dovrebbe prestare il suo tempo ad una ONG ambientalista. In molti mi chiedono come faccia ad essere coinvolto in così tanti progetti. Mi viene da ridere! La vita di un pro è idilliaca: surfi quattro ore al giorno, un’ora la passi in palestra, ti rimangono 19 ore libere. E mi dicono di non avere tempo?! Non mi stanco mai di dire ai miei colleghi che quando l’ecosistema oceano sarà compromesso, anche loro perderanno il lavoro. Non bisogna aver paura di diventare un portavoce del proprio ambiente. Siano le montagne della Patagonia o i gli spot vicino a casa.

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