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DAVE RASTOVICH
SurfNews intervista Dave Rastovich
a cura di Nicola Zanella Condividi SurfNews
Foto: Gian Maria Soglia, Hilton Dawe/Billabong
Poche onde, troppa movida e zero balene: le coste italiane in estate non sembrano l’ambiente più consono ad un incontro con Dave Rastovich, paladino dell’ambientalismo surf cresciuto assieme ai cetacei tra gli spazi vuoti di Nuova Zelanda e Australia. Eppure, pensandoci bene, i problemi che assillano le nostre coste non sono molto dissimili da quelli contro cui Dave combatte quotidianamente: inquinamento, incuria e depauperazione dell’habitat marino. Lo abbiamo incontrato durante il Billabong Stretch your Summer tour ’10 per una chiacchierata sul suo ultimo progetto Transparent Sea. N.Z.

Cos’è che rende affini umani e cetacei? Perché siamo così affascinanti dai delfini e dalla balene?
Sono cresciuto in Australia dove i delfini sono una costante e mi capita praticamente tutti i giorni di dividere le onde con loro. Siamo attratti gli uni dagli altri per molti motivi, a partire dalle attività più basilari. Entrambi respiriamo aria ma amiano l’acqua. Entrambi siamo mammiferi a sangue caldo. Gli umani e i cetacei, poi, sono gli unici che fanno l’amore guardandosi negli occhi, tutti gli altri animali lo fanno solo da dietro! Noi e i delfini, poi, siamo tra i pochi a fare sesso per divertimento, non spinti da istinto riproduttivo. I cetacei, inoltre, hanno strutture sociali molto complesse e comunicano tantissimo, anche più di noi umani. Noi apprezziamo artisti e scrittori che hanno una ampia gamma di parole o suoni, persone che riescono ad esprimersi e farsi capire fin nei minimi dettagli. Quando leggiamo un saggio di qualche autore che ci piace pensiamo: «wow, questa persona dev’essere molto intelligente» ma se ci fermiamo ad analizzare il linguaggio dei delfini e delle balene ci accorgiamo che è enormemente più dettagliato e vario di qualsiasi comunicazione umana. I cetacei hanno un range sonoro cinque volte più ampio del nostro, usano una varietà impressionante di parole, da acuti sottilissimi fino a note incredibilmente gravi. Neanche il più talentuoso dei cantanti può avvicinarsi alla precisione dei suoni usati da loro. Anche i poeti più famosi e gli artisti più creativi hanno ben poco da insegnare ai cetacei. E non abbiamo ancora iniziato a parlare di surf! Non ci sono altri animali, oltre a noi e loro, che sfruttano le onde per puro divertimento. Provate ad immaginarvi questa scena: un uomo nella steppa africana corre a fianco di un leone. Strana visione vero? Di sicuro l’uomo starà fuggendo dal leone che lo insegue, o entrambi staranno scappando da qualcosa di ancora più pericoloso. Il fatto che stiano entrambi divertendosi in maniera pacifica è praticamente impensabile. Al contrario il rapporto che si instaura in mare tra uomini e delfini è basato sulla complicità e sul divertimento, perché non c’è nessun pasto alla fine della surfata del delfino e non c’è nessuna ricompensa alla fine della nostra session. L’unico motivo per cui entrambi prendiamo onde è il puro divertimento.

Una domanda sulla missione di Transparent Sea. Avete coperto 700km in 36 giorni di navigazione. Qual è stata la parte più difficile del viaggio?
La parte più critica è stata quella finale: tornare alla vita normale, con il cellulare che suona, l’orologio al polso, i media che ti cercano e il traffico di Sydney che ti soffoca. Questo è stato veramente impegnativo non i giorni che abbiamo passato in silenzio in mezzo al mare. In questo viaggio ho provato un affetto enorme per l’oceano, come se fosse un parente stretto o un amante dal quale faccio fatica a staccarmi.

Perché in silenzio?!
Prima di partire ho detto a tutti che sulla spiaggia avrei ovviamente parlato ma che in mare aperto sarei rimasto in silenzio. Ci sono migliaia di cose da fare durante i clean-up che abbiamo organizzato, parlare coi media, coordinare il gruppo, tutte cose che implicano comunicazione. Ma in mezzo al mare tutto cambia e se non ci sono emergenze non c’è motivo di usare le parole. Questo è il mio stile, mi piace ricaricarmi e riposarmi nella natura, senza parlare con nessun umano.

Nel film hai preso posizioni molto dure verso il primo ministro Kevin Rudd e il misistro dell’ambiente Peter Garrett. Che tipo di risposta hai avuto e come stanno evolvendosi le cose?
Si, dopo una certa indifferenza iniziale le cose si stanno muovendo bene. Il governo australiano ha finalmente messo alle strette il Giappone portandolo in tribunale. Il problema delle balene in Australia adesso è molto popolare e aspettiamo che le cose si evolvano attraverso i canali istituzionali. Anche dal punto di vista dei clean-up sulle spiagge le cose stanno migliorando velocemente. Il nostro passaggio e la copertura mediatica hanno innescato una serie di iniziative che continuano anche adesso. I nostri amici di SurfRider Foundation e Tongaroa Blue non hanno mai visto tante adesioni come negli ultimi eventi. Un ruolo importante lo hanno i media, come il vostro magazine, che hanno creato molta consapevolezza.

Hai avuto qualche risposta anche dal Giappone? Come hanno preso la tua campagna?
I giapponesi non hanno fatto nulla in concreto. Hanno minacciato di arrestarmi se fossi tornato in Giappone, ma non abbiamo infranto nessuna lagge e non possono farmi nulla. Sono fatti così, non si espongono a parole finchè non sono messi alle strette.

Sembra che l’intero mondo sportivo sia permeato di coscienza ambientalista. Non pensi che dietro a questi temi si nasconda una dose di marketing e tanto green-washing?
Si, penso che si stia parlando più di quanto si stia agendo. Ma la discussione precede sempre l’azione quindi sono fiducioso. Nel passato ci sono stati surfisti che individualmente hanno fatto molto per la natura, adesso però siamo un movimento più vasto e ci stiamo muovendo tutti assieme. I media hanno una funzione importantissima in questo contesto. I giornali e i siti sono gli occhi e la bocca della gente. Tutto quello che facciamo è sotto gli occhi del nostro pubblico e non possiamo far finta di niente. Le campagne che abbiamo intrapreso recentemente hanno tutte uno scopo solo: far vedere ai surfisti che il nostro impegno è determinante, che assieme possiamo veramente fare la differenza anche a livello planetario. Tutti possono fare qualcosa, raccogliere spazzatura dalla spiaggia, scrivere una lettera al sindaco per sensibilizzarlo sui problemi ambientali, organizzare azioni di gruppo. Se sei un cantante puoi scrivere un testo su questi problemi, se hai un giornale puoi modificare la tua linea editoriale e impegnarti nell’ambiente, se sei un fotografo puoi documentare il problema: insomma le cose da fare sono tante e ognuno deve impegnarsi nel campo che conosce meglio. Io sono un surfista e metto quello che amo di più a disposizione delle cause in cui credo.

Che suggerimenti daresti a una scena giovane come quella italiana?
Avere una scena giovane comporta molti vantaggi. Proprio perché il surf è giovane nel vostro paese potete scegliere meglio la direzione in cui crescere, evitando gli errori in cui sono incappati gli altri. Scegliere il meglio dalla surf-culture e lasciar perdere le cose sbagliate. Siete fortunati in questo.

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