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TRANSPARENT SEA
La Eco-Odissea di Dave Rastovich: 36 giorni con le megattere in pacifico meridionale
a cura di JJ Condividi SurfNews
Foto: Hilton Dawe/Billabong
Il sostegno di Rastovich per Sea Shepherd è una presa di posizione importante. A differenza di Green Peace e di altre ONG dichiaratamente “pacifiste” Sea Shepherd non ha paura di ingaggiare vere battaglie navali con chi viola la moratoria sulla pesca. Dal 1979 ad oggi la ONG americana ha fisicamente affondato sette baleniere e molte altre sono state danneggiate in azioni di eco-pirateria.

La tabella di informazione del Campsite parla chiaro: in tutto il New South Wales settentrionale sono rimaste solo sette coppie di chiurlo delle rocce e tutte hanno scelto la spiaggia di Sandon River per la nidificazione. Come altre venti specie a rischio di estinzione il chiurlo si nutre di crostacei e altre creature marine abbondanti tra le anse sabbiose del fiume Sandon. Inizialmente l’idea di Dave Rastovich di pulire ogni spiaggia toccata durante la nostra eco-odissea mi ha lasciato dubbioso. Frequento le coste nordorientali dell’Australia da decenni e non ho mai trovato molta spazzatura, magari qualche lattina di VB, o le tracce di un party un po’ più selvaggio del solito. Pensavo che i clean-up voluti da Dave non potessero aggiungere gran chè al nostro progetto e che pulire ogni spiaggia toccata da Byron a Bondi avrebbe rallentato la nostra campagna di sensibilizzazione verso i cetacei, macellati ogni anno dalle navi giapponesi nell’indifferenza quasi totale del governo australiano. Ma mi sbagliavo.

In solo mezz’ora di lavoro a Sandon gran parte dei sacchi da raccolta (in materiale riciclabile) si riempiono fino all’orlo. Il free-rider Dave “Rasta” Rastovich, il musicista Will Conner, il surfista californiano Chris Del Moro, il fotografo Hilton Dawe e i marinai Gaz McNeill ed Eden Scallan, sparpagliati per la spiaggia, estraggono dalla sabbia ogni tipo di spazzatura: reti, lenze per la pesca, bottiglie di plastica, sacchetti di patatine, tappi di bottiglia, contenitori per il latte e, più insidiosi di tutti, frammenti di plastica ormai ridotti in brandelli piccolissimi. La varietà di detriti presenti è impressionante, speciamente se si pensa che l’intera spiaggia è deserta. Più che una pulizia si tratta di un computo delle responsabilità. Ogni oggetto deve essere separato e catalogato e tutte le informazioni spedite al Tongaroa Blue, (l’ente che protegge l’ambiente costiero) che le raccoglie in un enorme database. La pila di rifiuti è perfetta per una foto ricordo ma separare e descrivere schifezze come mozziconi di sigaretta e lattine arrugginite non piace a nessuno. Eppure, spiega Rasta «la catalogazione dei rifiuti è vitale per la missione. I dati raccolti rendono possibile una mappazione degli oggetti, di chi li ha prodotti e di come sono arrivati fin qui». Grazie a questo le agenzie governative riescono a migliorare il design e l’utilizzo dei prodotti affinchè vengano smaltiti correttamente e non finiscano più in mare. Tra i tanti oggetti spiccano cinque ciabatte spaiate (ovviamente altre cinque identiche sono ancora tra la sabbia) e 385 frammenti di plastica così piccoli da poter finire tranquillamente nello stomaco dei chiurli, uccidendoli per fame o lacerandone i tessuti intestinali. A giudicare dall’esiguo numero di esemplari rimasti, infatti, si capisce che i chiurli passano più tempo a mangiare che a fare l’amore! Questa giornata dedicata alla raccolta di rifiuti di sicuro avrà un impatto positivo per la loro specie. Supino tra le dune, all’ombra degli alberi di casuarina per la prima volta do veramente ragione a Rasta quando dice che «l’errore più grave è quello di non fare niente per salvare il pianeta dalla distruzione». Mi guarda con gli occhi pieni di energia mentre ci riposiamo all’ombra. Dopo dieci anni di amicizia mi rendo conto di quanto profondo sia il suo impegno. Le campagne ambientaliste di Dave non sono solo “questioni da hippy” ma azioni concrete e reali. Ci voltiamo verso il mare per vedere il resto della crew che surfa onde ad altezza della spalla. Poco dietro di loro un branco di delfini scorrazza tra le onde senza una meta, passando vicino ai surfisti incuriositi. I riflessi abbaglianti delle pinne dorsali sul pelo dell’acqua aggiungono un tocco di misticismo a questa giornata. Mi domando se la nostra piccola crociata sarà di aiuto anche a loro.

La vista dalla cima del Big Nobby a Crescent Head è impressionante. Il panorama include le tubose onde di Crescent Point, Hat Head e il parco nazionale poco più a nord, Point Plumber e le spiagge meridionali, le campagne bagnate dai fiumi Hasting e Macleay ad ovest e, proprio qui di fronte, l’oceano aperto in tutta la sua materna maestosità. È il posto perfetto per una epifania mistica come quella immaginata da Rasta. Le sue tre campagne precedenti, (la partecipazione nel ’07 al documentario The Cove sul massacro di delfini a Taiji in Giappone, il viaggio contro la pesca industriale alle Galapagos nello stesso anno e la partecipazione a due meeting della Commissione Internazionale per la Caccia alle Balene nel ’08 e ’09) hanno solo aumentato la sua voglia di attivismo. Il fotografo Hilton, Chris del Moro, Howie Cooke (fondatore di S4C) e Justin Krumb (direttore di S4C per la California) hanno partecipato a tutte le iniziative ma, a detta di Rasta, nessuna è riuscita a riunire le tematiche a lui più care. «Alcune campagne sono solo una lunga serie di meeting, altre sono troppo simili a surftrip. Quella di Taiji è stata la più intensa e pericolosa. Transparent Sea invece vuole essere più bilanciata, un giusto mix di attivismo e surf». L’epifania di Rasta si manifesta sotto forma di piccole barchette a vela. Con la stagione della caccia ormai alle porte, i giapponesi sono pronti ad attivare la loro flotta di navi baleniere. Lo scopo di Rasta è quello di aiutare Sea Shepherd (seashepherd.org), una societa nata per proteggere i cetacei, attirando l’attenzione dei media su questo massacro e sul menefreghismo dimostrato dal governo australiano. «Il piano è esattamente come lo avevo immaginato. Una piccola flotta di barche a vela monoposto, in rotta verso sud spinte dai venti di nordest» spiega Rasta «di giorno viaggeremo a fianco delle megattere nella loro migrazione verso sud, di notte dormiremo in spiaggia e documentreremo in prima persona lo stato ambientale raccogliendo rifiuti. E quando le condizioni lo permetteranno surferemo!». Il piano è perfettamente sostenibile ma realizzarlo richiederà una certa dose di impegno. Rasta e Del Moro contattano Hobie (produttore del celebre catamarano Hobie Cat) il quale, saputo che le sue barche dovranno resistere in mare aperto per 36 giorni consecutivi, declina l’invito augurandoci semplicemente buona fortuna. Tutt’altra è la reazione di Billabong, che da anni supporta Rasta come free-rider e ha ben capito l’impatto delle sue battaglie ecologiste. Il nome Transparent Sea, una trovata di Cooke partorita durante un summit in casa di Rasta, si dimostra perfetto e i supporter non tardano ad arrivare. Grazie a Del Moro il negozio Fast Lane, di San Diego, fornisce attrezzatura e viveri, Billabong subito ci mette a disposizione una troupe media perché, come dice un celebre detto zen: “se un albero cade nella foresta ma nessuno lo sente, si può veramente dire che sia caduto?”.

La spedizione prende il via il primo di ottobre a Byron Bay di fronte a centinaia di supporter accorsi in spiaggia per augurarci buon viaggio. Rasta mette subito in chiaro, con un discorso particolarmente ispirato, che questa missione non sarà per niente esclusiva: «scenderemo verso sud con gli occhi aperti, intenzionati a coinvolgere sia i surfisti che gli abitanti della costa» spiega ai presenti «chiunque possa aiutarci è invitato a farlo. Soprattutto mettendo pressione sul governo e diffondendo il messaggio mediaticamente». Il sordido passato di Byron Bay, nata proprio come stazione baleniera nel XIX secolo, sembra non aver lasciato nessuna traccia nella popolazione visto che sono in molti ad accompagnarci a nuoto fino a Cape Byron, doppiato il quale inizia la lunga rotta verso sud assieme alle balene. Intanto la notizia inizia a circolare innescando un vero esercito di supporter lungo i 750km di costa che ci separano dalla meta. Dozzine di volontari, cuochi, massaggiatori, capitani di vascello, organizzatori di tour wale-watching e leggende del surf ci offrono il loro aiuto. La notizia della nostra partenza rimbalza sui telegiornali principali, grazie anche ad una protesta organizzata ad hoc nel porto di Sydney e ad un vastissimo tam-tam mediatico che raggiunge persino il L.A Times in California. Questa ondata di entusiasmo, però, porta con se una dose di pazzi lunatici! Come l’alcolizzato violento che si autoinvita al nostro falò a Hat Head, portando con sé un liquore così forte da farci rischiare la demenza. All’alba lo troviamo che ancora balla attorno al fuoco, con una torcia spenta in mano e il suo micidiale intruglio nell’altra, mentre canta per la millesima volta il ritornello di Betty Davis Eyes! Curioso elemento anche il nostro “amico” di Coffs Harbour, che tenta per ore di convincerci a spostare il fulcro della nostra iniziativa dalle balene a un problema per lui più importante: il traffico notturno. «Così quei cretini che comprano macchine scure impareranno ad accendere i fari prima del tramonto!» ha sentenziato prima di allontanarsi. Il faro di Woolgoolga, invece, riserva piccanti sorprese al cameraman Chris “Kiwi” Kirkham, sposatosi da poche settimane. Mentre tenta di riprendere la nostra partenza dal faro, una pazza ninfomane lo tormenta per ore con proposte oscene. Una volta spiegato cosa stiamo facendo, la pazza gli rivolge il suo sguardo più sexy commentando l’impresa con un «una causa che vale mille scopate!». Digressioni a parte, i momenti più impegnativi sono quelli spesi in mare aperto, sul seggiolino del kayak a vela.

La tappa più impegnativa dei 750 km previsti è quella che ci conduce a South West Rocks: undici ore di maratona oceanica in cui copriamo 110km. All’arrivo ad attenderci ci sono più supporter che ad una finale di rugby e l’immancabile cassa di birra gelata. È stato in quelle undici drammatiche ore che le balene sono venute a salutarci mettendo in piedi uno show indimenticabile. Ero pronto a tutto, alla paura, alla trepidazione e anche al rischio di venir spazzato via da una codata di quei pachidermi, capaci di distruggere il trimarano come fosse un fuscello. L’unica cosa a cui non avevo pensato era il rumore assordante dei loro movimenti sull’acqua. Mentre veleggiamo a tre chilometri da riva, dalle alture di Nambucca Heads la nostra crew di terra è in apprensione e tenta di localizzarci coi binocoli. Una grossa mareggiata, infatti, ha costretto tutte le barche della zona a tornare in porto, gli unici pazzi in mare siamo noi, intenti a mantenere la rotta tra raffiche di 15-30 nodi. Ognuno tacitamente sta sperando che i rivetti, le sagole e i timoni reggano agli attacchi di onde alte più di tre metri. Anche Rasta, che di solito governa il trimarano con i piedi in una posa quasi meditativa, ora è teso. Da lontano le nostre vele sembrano petali rossi, sballottati dal mare. Da vicino sono più efficienti grazie a una chiglia di 16ft che taglia le onde alla perfezione. Guidarli è lo stesso impegnativo: in piena velocità è normale venir coperti di spruzzi. La cosa diventa seria quando stai mangiando una barretta di muesly, o tenti di mantenere in asse la prua tirando forte la scotta della vela per non finire in mare. La nostra sicurezza non è mai stata messa a rischio ma questo Gaz e Eden non lo sanno mentre guardano preoccupati l’orizzonte coi loro binocoli. Noi intanto non ci accorgiamo del pericolo e puntiamo dritti verso sud, passando al largo dei centri abitati, a malapena riconoscibili nella distesa verde dell’oceano. «Veleggiare così vicino all’acqua cambia la percezione sensoriale» osserverà Rasta una volta toccato terra «col passare del tempo hai l’impressione di essere immobile e che siano i punti di riferimento a terra a raggiungerti e superarti». Poi, dopo aver diviso la rotta con gabbiani, delfini, arcobaleni e sporadichi scrosci di pioggia, ecco il rumore, proprio mentre decidiamo di coprire a remi i tre chilometri che ci separano dalla riva. Boom, boom, boom: sembrano colpi di mortaio! Le vele vengono lassate e Rasta è il primo a balzare in piedi per vedere meglio. Una megattera adulta e il suo cucciolo agitano la superficie del mare sbattendo le pinne a poche centinaia di metri da noi. Forse lo fanno per gioco o per liberarsi dalla pulci di mare o forse solo perché gli va di farlo: di sicuro so solo che è uno spettacolo mozzafiato. Silenzio totale per alcuni istanti, poi whoosh! Una megattera adulta buca la superficie come un razzo lanciandosi verso il cielo. È così vicina che posso vedere le concrezioni sul suo corpo mentre salta. L’esplosione, quando ripiomba in mare, è atomica. Urlare è un impulso irrefrenabile in queste situazioni, poi ci guardiamo increduli. Del Moro punta il dito «guardate là!». Conner è inpiedi sullo scafo e vede il ventre chiaro del cucciolo che si avvicina per dare un’occhiata. «Viene verso di mè!» urla mentre alza le braccia in un saluto! La piccola balena si immerge e passa a meno di un metro dal suo scafo. Del Moro intanto tiene la testa sott’acqua per ascoltare il loro canto mentre Hilton il fotografo scatta a ripetizione. In altre sei ore saremo tutti a ridere in un ristorante vegan ma per ora la vita sulla terraferma sembra la cosa più lontana immaginabile. L’esistenzialismo sta esplodendo di fianco e sotto di noi. « È meglio di una seduta dallo psicanalista» commenta Rasta «quando una balena ti passa sotto ci sono tante forze che si allineano, anche solo per un momento: il centro della Terra, strati di altre creature marine e poi c’è il più grande animale della Terra, col suo enorme cervello, la sua mastodontica spina dorsale ed il suo cuore. E poi ci sei tu, a metà tra cielo e il sole e l’acqua che è un ottimo conduttore di energia. Da situazioni come questa si possono estrappolare pensieri astratti ma la semplicità del momento è di per sè straordinaria!»

Manca un solo giorno alla spiaggia di Manly, nella parte settentrionale della baia di Sydney, e noi siamo stravolti. Non parlo solo dei piedi rugosi o della barba da pirata. Conner, che ha suonato assieme a Jack Johnson, G. Love e Matty Costa di fronte a 20 mila fan, non riesce più a capire quale delle sue due passioni sia la più gratificante. Dopo l’incontro con le balene ha deciso di cambiare il titolo del suo nuovo album da “What we Do” a “Sailing, Love and Food” dichiarando guarita la sua fobia per gli squali. Del Moro, che abita in una città di tre milioni di abitanti come San Diego, confessa di non essere mai stato tanto attratto dalla natura. «Sono cresciuto in una metropoli ma dopo 36 giorni in mare mi sono sentito un totale estraneo tra le strade di Sydney. Un feeling di alienazione totale. Alcune volte durante la traversata ho pensato “devo tornare al mondo reale” ma adesso mi accorgo che il mondo reale è quello là fuori!». Le emozioni che ci portiamo dietro sono troppo belle per terminare di colpo. Quando manca solo un giorno al gran finale sulla spiaggia cittadina di Bondi, Rasta valuta addirittura la possibilià di girare il suo trimarano e tornare a casa con quello!

A Bondi veniamo accolti da una folla di surfisti eccitati. In molti hanno sfidato il mare agitato fin oltre la punta settentrionale per accompagnare la flottiglia nelle ultime centinaia di metri. La filiale di Sydney di Sea Shepherd ha portato in spiaggia una replica a grandezza naturale di una balena di Minke, una delle più ricercate dai giapponesi. Ha un arpione conficcato sul cranio sul quale svetta una bandiera del sol levante. Di fronte ai tanti media accorsi, Rasta critica il primo ministro Kevin Rudd e il misistro dell’ambiente Peter Garrett per non aver mantenuto le promesse pre-elettorali di intervenire nell’Oceano Meridionale per fermare le attività di caccia dei giapponesi. Al discorse segue un lungo applauso e dopo molti abbracci la nostra avventura improvvisamente si conclude. Più tardi, in albergo, le lenzuola pulite suscitano l’apprezzamento e lo stupore di tutti. Qualcuno è tentato di ordinare un hamburger al servizio in camera. «Noi surfisti possiamo dare l’impressione di voler essere perfetti, di essere non violenti e di condurre una vita non distruttiva per la natura. Ma non è proprio così» spiega Rasta «tutti usiamo tavole da surf in materiale plastico, prendiamo aerei e mangiamo esseri strappati alla Terra. La cosa importante è focalizzare sui problemi che ci stanno a cuore e fare il possibile per risolverli. Come surfisti i problemi più vicini al nostro mondo sono quelli dell’oceano e dell’ambiente costiero». Seguire le balene in mare aperto mi ha cambiato profondamente. Penso ai chiurli con cui abbiamo iniziato questa avventura. Adesso ogni volta che vado a surfare raccolgo tutta la plastica che trovo. Perché so che un uccello, un pesce o una balena o qualsiasi altro animale che forse non incontrerò mai personalmente potrebbe essere salvato dal mio semplice gesto. E questo animale potrei essere io stesso.

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